Al Consiglio Ue è scontro sull’energia. Meloni rilancia sulla flessibilità
Capitolo uno, paragrafo nove delle conclusioni, tema, gli Ets. Non è neanche arrivata l'ora di pranzo e Consiglio Ue si arena: sul tavolo non c'è solo il mercato di scambio di emissioni di Co2, c'è il concetto di strategia energetica, in bilico tra chi non vuole arretrare dalla transizione Green e la spinta di chi, come Giorgia Meloni, chiede con crescente vigore un freno, o comunque delle eccezioni, alle politiche europee sulle rinnovabili. Lo stallo è durato praticamente tutto il giorno, lasciando aperto il testo delle conclusioni. L'accordo è arrivato nella notte: “Il Consiglio Ue invita la Commissione Ue ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell'Ets2, in particolare per quanto riguarda la sua struttura e le sue misure di salvaguardia”. Il testo “ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e di mitigarne l'impatto sui prezzi dell'energia elettrica, preservando al contempo il ruolo essenziale dell'Ets”.
Apertissimo è anche il capitolo della flessibilità. La premier Meloni il tema l’ha posto, precisando che considerare il caro prezzi come fattore esterno determinante, da parte della Commissione, sarebbe necessario, sia pur entro le regole fiscali; ad appoggiarla in maniera aperta c'è stata solo la Grecia. Ursula von der Leyen è tornata a sottolineare la necessità della cautela sui conti pubblici, spiegando, al tempo stesso, come l'unica misura “nel brevissimo periodo” possa essere la proroga del regime degli aiuti di Stato per la crisi energetica. All'Europa Building l'impressione è che il vento delle campagne elettorali che impegneranno i principali Paesi europei sia già arrivato. I Nordici, che da tempo hanno fatto delle politiche green una bandiera, non hanno alcuna intenzione di cedere, e perfino l'idillio tra la danese Mette Frederiksen e Giorgia Meloni, su questo fronte, ha traballato. Germania e Francia si sono trasvestiti da mediatori e hanno accelerato un percorso di convergenza che li porterebbe a un'intesa sul futuro dell'automotive destinata a incidere sulle politiche Ue nei prossimi mesi.
Roma, sul fronte Ets, ha fatto asse con i Paesi Visegrad, chiedendo che nelle conclusioni vadano considerati degli aggiustamenti necessari per la crisi dell'energia senza deviare dagli obiettivi climatici. L'Italia non vuole smantellare l'Ets 1 né vuole rinviare ulteriormente gli Ets 2 (che riguardano immobili e trasporti, e scatteranno nel 2028), sapendo bene che la partita sarebbe persa, anche perché, sul punto, non ha la sponda di Commissione, Berlino e Parigi e delle tante capitali convinte che la vera causa del caro energia sia la dipendenza dalle fonti fossili. L'unico spiraglio, per Meloni, potrebbe essere puntare a “un'eccezione temporanea nazionale”, sull'onda dell'eccezione iberica del 2023 con la quale l'Ue concesse a Spagna e Portogallo un price cap al prezzo dell'elettricità. Le tensioni, tra i 27, non si esauriranno con il Consiglio Ue di ottobre, a prescindere dalle conclusioni finali del summit. Con una postilla: l'eliminazione tout court del punto sugli Ets.
E sul bilancio pluriennale 2028-34 il clima non è certo più sereno. Meloni, prima di approdare al summit, ha riunito nuovamente il gruppo degli Amici della Coesione (17 Paesi in totale) facendo un passo avanti in vista delle fasi decisive del negoziato. È stata redatta una dichiarazione comune per puntellare le condizioni senza le quali, per “i coesionisti”, non può esserci accordo. “Risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni, tutela della Pac sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento, contribuzioni eque da parte degli Stati membri per le risorse proprie, no agli sconti sui contributi nazionali”. Roma vuole un bilancio “ambizioso” ma non vuole rimetterci; sul bilancio tutti i leader, di fatto, navigano a vista, restando sulle proprie posizioni, a cominciare da Friedrich Merz, che è tornato a chiedere tagli al bilancio.
La Casa Bianca replica alla Meloni: “Sul diesel un grande accordo”
Washington replica a Giorgia Meloni. “Il presidente Trump ha negoziato con successo un altro grande accordo per fornire al mercato globale enormi quantità di diesel e abbassare i prezzi”. A sottolinearlo, a colloquio con Repubblica, è un portavoce della Casa Bianca dopo le critiche della presidente del Consiglio sull'intesa raggiunta con Vladimir Putin. Sono parole destinate ad alimentare la preoccupazione che serpeggia tra i 27 riuniti a Bruxelles per il vertice Ue, timorosi di uno strappo degli Usa, magari ulteriormente alimentato dalle bordate di Volodymyr Zelensky contro Trump: “Abbiamo bisogno di onestà da parte dei nostri partner: è importante che tutti, in America, si schierino non dalla parte dell'aggressore ma dalla parte dei nostri sforzi”, ha tuonato. Poi si è gettato in una girandola d'incontri, prima col segretario generale della Nato Mark Rutte presso la sua residenza, poi con i leader di Francia, Polonia e Belgio. Sul tavolo, ufficialmente, si sono affrontati due dossier: la tregua energetica (che Zelensky è pronto a rispettare solo se lo fa pure Mosca) e le impellenti esigenze sulla difesa aerea. Il livello dei toni è tale che alcuni Paesi sono allarmati. Secondo quanto riporta il Financial Times, quando apparirà al tavolo del Consiglio Ue i 27 lo esorteranno a “moderare le sue critiche pubbliche”, in modo da evitare il peggio. Ma le posizioni delle capitali risulterebbero per la verità molto meno omogenee.
Manovra 2027 da 23,5 mld: 5 dalle banche e assicurazioni
La manovra parte da 23,5 miliardi, al centro la tutela del potere d'acquisto, soprattutto delle famiglie e dei più fragili, e gli investimenti delle imprese, sempre salvaguardando la sostenibilità dei conti pubblici. Proprio per questo le coperture sono essenziali: i ministeri faranno il loro con tagli di oltre un miliardo, i giochi daranno un contributo, ma la parte del leone è chiesta al settore finanziario. Il documento programmatico di bilancio, inviato nella notte dal Tesoro a Bruxelles, traccia lo scheletro della manovra. Banche e assicurazioni saranno chiamate a contribuire con 5 miliardi nel 2027 e quasi 11 nel triennio, una richiesta in qualche modo anticipata da membri del governo, in primis Matteo Salvini, ma che ora, messa nero su bianco, lascia il settore interdetto. Nessun commento ufficiale, ma da diverse fonti del mondo bancario trapela la contrarietà a un nuovo esborso dopo che lo scorso anno era stato raggiunto un accordo triennale per 10 miliardi di euro.
La notizia sarebbe arrivata senza alcuna negoziazione, senza preavviso e senza specificare come sarà diviso l'onere fra banche, assicurazioni ed eventualmente altre società finanziarie. L'avrebbero spuntata, invece, le società energetiche, dopo il price cap volontario sui carburanti. L'incertezza è massima anche su quale potrebbe essere il tipo d’intervento sugli Istituti bancari, che potrebbe riguardare di nuovo le Dta (crediti scontabili in anni futuri) o altre misure. Forza Italia ha escluso un intervento sugli extraprofitti e chiede che la misura sia concordata. Soddisfazione trapela invece dalla Lega con Claudio Borghi che definisce il documento “un segnale positivo”. Le maggiori voci della manovra saranno per le politiche per le famiglie e la spesa sociale, 5 miliardi; nella tabella del Dpb, segue la difesa con 4,5 miliardi: un po' meno dello 0,3% del Pil previsto dalla flessibilità della Nec perché lo 0,1% è già previsto nei tendenziali.
Alla sanità vanno 2,4 miliardi. Per le infrastrutture (in cui confluirà parte della flessibilità per l'energia) sono stanziati 3,1 miliardi. Per le misure fiscali ci sono 2,16 miliardi, pochi per accontentare le richieste sul tavolo. Solo l'estensione dello scaglione Irpef al 33% fino a 60mila euro costa 2,7 miliardi, ma tra gli interventi più caldeggiati ci sono anche la flat tax fino a 100mila euro e quella per i giovani, la detassazione delle tredicesime e degli aumenti contrattuali. “La definizione puntuale degli interventi terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le autorità europee”, premette il testo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è a Bruxelles al Consiglio Ue con l’obbiettivo di maggiore flessibilità: ottenere qualche margine in più rimpolperebbe una manovra che, per ora, è la più magra degli ultimi quattro anni, lontana dal provvedimento elettorale in cui molti nella maggioranza avevano sperato fino a qualche tempo fa.
Sale l’allarme sui carburanti, Governo convoca l’autotrasporto
Il caro carburanti fa scattare la rivolta dei Tir, con gli autotrasportatori che minacciano di fermare il Paese e il governo convoca un tavolo per il 27 ottobre al ministero dei Trasporti. Blocchi autonomi sono già sorti in alcune regioni del Mezzogiorno, come in Puglia, e altre sono programmate da comitati e gruppi autonomi in Calabria, da oggi, e in Sicilia nei prossimi giorni, mentre cresce l'allarme in Basilicata e in Calabria dove si stanno esaurendo i carburanti in diverse stazioni di servizio con lunghe code. “Sono proteste spontanee, non governate e non proclamate dalle associazioni di categoria, il che rende il quadro ancora più inquietante perché significa che ci si sta muovendo nell'ambito della disperazione degli imprenditori”, afferma il presidente di Conftrasporto Pasquale Russo.
Alla base della protesta c'è il mancato sblocco delle risorse stanziate già lo scorso maggio proprio per contrastare il caro gasolio “ma che ancora non sono arrivate” a destinazione. Servono, inoltre, “ulteriori stanziamenti”, visto che continua la corsa al rialzo del diesel. Dall'inizio della guerra a oggi c'è stato “un aumento di più di 50 centesimi al litro”, precisa il presidente di Conftrasporto. La crisi logistica, che sta interessando la rete di distribuzione anche per lo sciopero della raffineria di Taranto, innesca un'emergenza carburanti in Puglia e Calabria. I sindacati metalmeccanici si sarebbero impegnati a rimuovere i blocchi, dopo la convocazione del governo.
Nel campo largo si tenta la tregua sull’Ucraina
Dopo la tregua sul voto alla Camera, le forze del campo largo sono tornate a fare i conti col nodo Ucraina. La segretaria del Pd Elly Schlein da Bruxelles e il presidente del M5S Giuseppe Conte da Roma hanno provato a dire la stessa cosa. Punto in comune: l'astensione incrociata sulle risoluzioni è stata un passo avanti per l'alleanza, visto che finora M5S e Avs avevano sempre detto “no” alle posizioni del Pd e viceversa. Punto di divergenza: sia Conte sia Schlein hanno ribadito che la linea dei loro partiti non è cambiata, il M5S con Avs contrario all'invio di armi, il Pd favorevole. Insomma: tutti parlano di un avvicinamento malgrado ognuno rivendichi di essere rimasto fermo. La contraddizione dovrà essere affrontata al tavolo di programma ormai invocato di qua e di là. Per i leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni “già dai prossimi giorni ogni data è buona” per sedersi a discutere. E Conte: “Noi siamo pronti”, anche perché il presidente del M5S teme che i tempi siano davvero stretti; “Credo anch’io che” quella di fine maggio “sia la data più probabile” per le prossime politiche. In giornata è tornato a galla anche un altro tema su cui a quel tavolo ci sarà da discutere: la patrimoniale.
La chiede Avs, ma Conte l'ha bocciata: “In Europa è stata fatta in molti Paesi e non ha mai funzionato. Una tassa nazionale non funziona. Non sono ideologico”. E allora Bonelli e Fratoianni gli hanno risposto: “Anche noi non siamo per nulla ideologici e porteremo al tavolo della discussione materiali e studi che dimostrano come le obiezioni più frequenti e ripetute, a cominciare dalla fuga dei capitali, siano largamente infondate”. La convinzione espressa in pubblico dai leader, comunque, è che la sintesi sia vicina, su tutto. “Speriamo davvero di poterci sedere a un tavolo” ha detto Conte “è necessario definire un progetto di Paese che abbraccia la politica estera e le soluzioni sul piano interno”. Schlein ha riconosciuto che “ci sono ancora delle differenze sul come supportare l'Ucraina fintanto che non abbiamo ottenuto una tregua, un tavolo negoziale per una pace giusta. Ne stiamo discutendo e sono convinta che anche su questo riusciremo a trovare un accordo”.
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