Draghi: «Non ci sono elementi che giustifichino un intervento della BCE sugli spread»
Al momento non sussistono elementi che giustifichino un intervento della Banca centrale europea per contenere l’aumento degli spread sui mercati finanziari. È quanto afferma l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi in un’intervista a Bloomberg, rilasciata in occasione di un evento a New York e destinata a un podcast. Secondo Draghi, l’attuale andamento dei differenziali di rendimento riflette principalmente una nuova valutazione del rischio fiscale e politico. Un quadro che, di per sé, non costituisce una motivazione sufficiente per un intervento dell’istituto centrale. L’ex premier sottolinea inoltre che, allo stato attuale, la soglia necessaria per attivare una misura di questo tipo resta elevata, anche in considerazione del livello ancora alto dell’inflazione nell’Eurozona. Gli strumenti a disposizione della BCE, spiega, possono essere utilizzati soltanto in presenza di specifiche condizioni. La prima riguarda il rischio di contagio tra i mercati finanziari, fenomeno che, secondo Draghi, al momento non si riscontra nell’area euro. L’aumento dei tassi di interesse e degli spread osservato in diversi Paesi rappresenta infatti un fenomeno distinto rispetto alle dinamiche registrate dopo l’esplosione della crisi finanziaria globale. La seconda condizione, che Draghi considera particolarmente rilevante, è un’alterazione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Si tratta, in particolare, di eventuali disfunzioni nei mercati del credito tali da compromettere la capacità delle decisioni della BCE di incidere sui flussi di finanziamento all’economia. Anche sotto questo profilo, tuttavia, l’ex premier non rileva segnali di criticità. Al contrario, osserva, i dati più recenti sui flussi di credito indicano un aumento dell’erogazione di prestiti bancari, elemento che non evidenzia, allo stato attuale, un’interruzione del normale funzionamento del canale di trasmissione monetaria.
BCE, indiscrezioni su Lagarde: possibile annuncio dell’uscita entro fine anno
Christine Lagarde potrebbe annunciare entro la fine dell’anno la propria uscita anticipata dalla presidenza della Banca centrale europea, in vista di un possibile incarico alla guida del World Economic Forum (Wef). L’ipotesi è riportata dal Corriere della Sera, secondo cui il percorso potrebbe concretizzarsi già nei prossimi mesi, prima della scadenza naturale del mandato di Lagarde, fissata a fine ottobre 2027. Secondo quanto riferito dal quotidiano, il consiglio dei trustee del Wef, composto da 27 membri tra cui la stessa Lagarde, dovrebbe riunirsi a novembre. Alois Zwinggi, amministratore delegato del Forum, avrebbe confermato al quotidiano svizzero Südostschweiz che la riunione del board si terrà comunque entro la fine dell’anno e che le elezioni figurano all’ordine del giorno. In questo scenario, Lagarde potrebbe annunciare la propria uscita entro dicembre e lasciare l’incarico a gennaio. Si tratterebbe, tuttavia, di un’ipotesi riportata dalla stampa, non di una decisione ufficialmente confermata. Un’eventuale uscita anticipata consentirebbe ai governi europei di coordinare le trattative per il rinnovo di alcune posizioni chiave all’interno del comitato esecutivo della BCE. Tra queste figurano quella di Isabel Schnabel, indicata come possibile candidata a un incarico presso il Fondo monetario internazionale, e quella del capo economista Philip Lane, il cui mandato è in scadenza alla fine di maggio 2027. Per la successione alla presidenza della BCE, tra i nomi indicati come possibili candidati figurano lo spagnolo Pablo Hernández de Cos e l’olandese Klaas Knot. Al momento, tuttavia, non risultano decisioni ufficiali sulla successione né conferme definitive circa un’uscita anticipata di Lagarde.
Manovra, Meloni e Giorgetti puntano a blindare il testo. Resta aperto il confronto sul contributo delle banche
Il governo punta a contenere le richieste di modifica alla legge di bilancio e a concentrare le risorse disponibili su interventi ritenuti prioritari. È questo l’indirizzo emerso dal vertice di maggioranza presieduto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con la partecipazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dei principali esponenti dei partiti che sostengono l’esecutivo. La linea indicata da Palazzo Chigi e dal Ministero dell’Economia è quella di limitare gli interventi aggiuntivi rispetto all’impianto originario della manovra, considerati i margini di bilancio contenuti e le interlocuzioni ancora in corso con le istituzioni europee. L’obiettivo è destinare le risorse a misure in grado di produrre effetti concreti per cittadini e imprese. Il confronto, durato circa due ore, si è concentrato in particolare sul contributo richiesto al settore bancario e finanziario. Il Documento programmatico di bilancio individua in circa cinque miliardi di euro le risorse da reperire attraverso il comparto. La definizione delle modalità di partecipazione resta tuttavia oggetto di confronto tra le forze di maggioranza. Meloni avrebbe sottolineato la necessità di gestire la questione attraverso un negoziato attento, anche alla luce dell’intesa triennale raggiunta l’anno precedente. Sul tavolo sarebbero allo studio diverse ipotesi per definire il rapporto tra contributi obbligatori e forme di adesione volontaria, in un quadro che vede posizioni differenti all’interno della coalizione. L’obiettivo del vertice è individuare un’intesa politica sull’impostazione generale dell’intervento e sull’impiego delle risorse, prima di avviare il confronto con l’Associazione bancaria italiana (Abi). Alla riunione hanno preso parte i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, quest’ultimo collegato da Milano, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Nel corso dell’incontro è stato inoltre fatto il punto sulle interlocuzioni con Bruxelles in materia di flessibilità per gli interventi energetici e sugli effetti del decreto bollette, che ha recentemente ottenuto il via libera europeo. Sul fronte delle misure, Giorgetti e la Ragioneria generale dello Stato puntano a ridurre il numero delle modifiche proposte dai partiti, mentre la presidente del Consiglio è impegnata a preservare il più possibile l’impianto iniziale della manovra. Le richieste delle forze politiche restano articolate.
La Lega sostiene l’estensione della flat tax fino a 100 mila euro, l’ipotesi di pensionamento a 64 anni e un regime fiscale agevolato per i giovani. Forza Italia insiste sul taglio dell’Irpef per il ceto medio e propone ulteriori interventi, tra cui l’estensione dell’esenzione dal bollo auto, una no tax area per i giovani e misure per il recupero delle spese mediche sostenute nell’anno in corso. Noi Moderati propone, tra le altre misure, interventi sulla cedolare secca per gli affitti di lunga durata e l’azzeramento delle imposte per gli under 30 al primo impiego. Fratelli d’Italia punta invece su interventi a sostegno delle famiglie e delle imprese. Tra i temi all’esame figura anche il possibile rafforzamento delle risorse destinate alla sicurezza, alla luce dei recenti episodi di disordini. In questo ambito, il governo potrebbe valutare il ricorso agli strumenti di flessibilità previsti per la difesa, con l’obiettivo di sostenere le forze dell’ordine. Resta inoltre aperta la questione della cosiddetta previdenza dedicata per il comparto sicurezza, un meccanismo volto a compensare le penalizzazioni pensionistiche legate alla minore durata della contribuzione per il personale che accede al pensionamento anticipato. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha recentemente avviato un tavolo di confronto sulle questioni previdenziali. Secondo le stime citate nel dibattito, l’attuazione del sistema richiederebbe risorse per circa mezzo milione di euro nell’arco di dieci anni. Sul calendario, l’invio della legge di bilancio alle Camere potrebbe slittare rispetto alla scadenza del 20 ottobre, che non ha carattere perentorio. Il varo del provvedimento nel Consiglio dei ministri previsto per venerdì 23 ottobre appare, secondo le ricostruzioni riportate, difficilmente realizzabile. Tra le date considerate più plausibili figura quella del 28 ottobre. Il testo definitivo della manovra e le modalità del contributo richiesto al settore bancario restano pertanto subordinati al completamento del confronto politico e delle interlocuzioni con le istituzioni europee.

