L’Ue gela la maggioranza, report condiviso e con varietà fonti

All'indomani della lettera della premier Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen per prendere posizione contro l'uso “strumentale” del documento sullo stato di diritto in Europa messo in atto “dai professionisti della disinformazione e della mistificazione”, la Commissione Ue sceglie di non accendere lo scontro. Ma torna a ricordare che la relazione è lo specchio di “molteplici scambi” politici e si basa su “una varietà di fonti” e sulla collaborazione di tutti gli stati. Inclusa l'Italia con cui “c'è sempre stato un dialogo aperto”. Le squadre dei commissari europei Vera Jourova e Didier Reynders hanno lavorato a stretto contatto con i Paesi membri nel corso di tutto l'anno: per redigere il testo sono servite 640 riunioni con autorità nazionali, organismi indipendenti, parti interessate e società civile. Colloqui che in Italia si sono concentrati tra il 12 e il 16 febbraio. In quei giorni Bruxelles ha avuto interlocuzioni anche con Romania, Svezia ed Estonia. Raccolte le informazioni, l'esecutivo Ue ha dato ancora una volta a tutti “l'opportunità di offrire aggiornamenti fattuali” per eventuali evoluzioni, passaggio finale di una “metodologia standard” per arrivare all'adozione del testo fortemente promosso dalla von der Leyen. Nelle 46 pagine dedicate all'Italia non si celavano “sorprese” nei contenuti delle raccomandazioni su riforme, libertà dei media, Rai e giustizia. 

La Meloni attacca sulle strumentalizzazioni del rapporto Ue

Giorgia Meloni, prima di partire per Shanghai, incontra la stampa italiana a Pechino. Ha chiuso con il colloquio “franco e trasparente” con il presidente Xi Jinping una tre giorni di incontri istituzionali “di alto livello” con l'obiettivo di rilanciare i rapporti con la Cina. Non può evitare di affrontare le polemiche interne sul rapporto diffuso a metà della scorsa settimana dalla Commissione Ue. La premier nei giorni scorsi aveva mandato una lettera di risposta a Ursula von der Leyen. Una scelta che non era un atto di accusa contro la Commissione, anzi. L'interlocutore, dice la premier, è “chi strumentalizza quel rapporto”, come “il Domani, il Fatto quotidiano, Repubblica” che “imputano al governo le regole della governance Rai” scritte dal governo di Matteo Renzi. 

Cresce la tensione, le opposizioni attaccano la Premier

Le parole sulla “strumentalizzazione” di Giorgia Meloni alimentano la tensione in Parlamento. Gli “accenti critici” su premierato e libertà di stampa, ha detto la premier, non sono farina del sacco dell'Ue, ma solo citazioni “di alcuni portatori di interesse, diciamo stakeholder: il Domani, il Fatto Quotidiano, Repubblica...”. Una “lista di proscrizione”, l'hanno per le opposizioni, richiamando anche l'atteggiamento del governo con la Rai, ribattezzata sarcasticamente: TeleMeloni. Per Giuseppe Conte, la premier “vuole interpretare a suo modo le contestazioni che sono nel report sullo Stato di diritto e che riguardano la situazione grave e critica della libera informazione in Italia”. 

Per l'europarlamentare Sandro Ruotolo, della segreteria Pd, “definire un giornalista anti Meloni significa esporlo anche fisicamente. Si tratta di un attacco gigantesco contro la libertà di informazione”. Dure le repliche dalle testate chiamate in causa. Le considerazioni della premier “tradiscono la sua idea illiberale del giornalismo e del ruolo che il giornalismo ha in una democrazia compiuta” ha scritto la direzione di Repubblica. Il Fatto Quotidiano portatore di interessi? “Lo confermo” è la risposta di Marco Travaglio, che ribatte “l'unico interesse che portiamo è quello dei nostri lettori ad essere informati”. Per il Domani il direttore Emiliano Fittipaldi: “Invece di entrare nel merito della gestione della Rai e relative censure e propagande”, Meloni “ha scelto la sua arma preferita: quella del vittimismo”.

La Meloni chiude la missione in Cina. Ora Parigi e nomine Rai

Giorgia Meloni ha concluso la missione in Cina a Shanghai, capitale economica del Paese, gemellata con Milano e principale meta per le aziende italiane. Qui sono presenti circa 1200 imprese e l'interscambio Shanghai-Italia vale circa il 20% del totale con il Paese del Dragone. “Il nostro obiettivo è rafforzare la cooperazione economica, commerciale, culturale, scientifica e farlo in un'ottica anche di riequilibrio dei nostri rapporti”, tanto per quanto riguarda la bilancia commerciale quanto per gli investimenti esteri diretti, entrambi a netto svantaggio dell'Italia, ha ribadito la Meloni incontrando il segretario del Comitato municipale di Shanghai del Partito comunista cinese Chen Jining. Momento clou della missione, che ha visto anche l'incontro con il primo ministro Li Qiang, il bilaterale di un'ora e mezza con il presidente Xi Jinping nella residenza della Diaoyutai State House. 

Con il leader cinese, che aveva incontrato in precedenza a margine del G20 di Bali nel novembre del 2022, la Meloni aveva la necessità di ricucire il rapporto dopo l'uscita di Roma dal Memorandum sulla Via della Seta. Per la Meloni un “approccio alternativo concreto” è il Piano triennale d'azione 2024 siglato a Pechino dai ministri cinesi competenti e dall'ambasciatore Massimo Ambrosetti. Un Piano che viene articolato in sei intese che vanno dalla cooperazione industriali alla tutela delle indicazioni geografiche, dalla sicurezza alimentare alle materie ambientali, fino all'istruzione. Su questo adesso, saranno ministri e commissioni tecniche a dover lavorare per mettere in pratica i principi. Parte rilevante del colloquio con Xi è stato riservato alle tematiche di politica internazionale. 

Il confronto su questo è stato “franco” e “trasparente”, ha spiegato la Meloni, lasciando intendere che le posizioni di partenza, ma anche di arrivo, restano distanti. Sull'Ucraina, la premier ha rivendicato di essere stata “abbastanza chiara” nel porre la questione dell'aiuto di Pechino a Mosca. “Penso che la Cina non abbia alcuna convenienza in questa fase a sostenere la capacità industriale russa. Anche se come sappiamo non interviene direttamente è evidente che questo crea una frizione”. Al di là delle parole di circostanza del presidente cinese che auspica “collaborazione e unità” degli Stati e dell'apertura di credito della Meloni per una Cina ritenuta “interlocutore importante”, appare difficile un cambiamento della posizione fin qui tenuta dal Dragone. Anche per quanto riguarda il Medio Oriente la premier ha auspicato un ruolo di Xi per cercare una soluzione di pace. 

È tensione sulle nomine Rai. FdI cerca di accelerare, la Lega frena

Sulle nomine Rai gli occhi sono puntati sull'incontro in programma entro lunedì tra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Ma al momento c'è il braccio di ferro con la Lega, che non molla sul direttore generale. Per questo la Capigruppo di Palazzo Madama non è stata risolutiva. Ignazio La Russa, prima di entrare in Capigruppo dice ai giornalisti che lui il problema della calendarizzazione del voto sul Cda lo porrà. Ma al termine della riunione si viene a sapere che, alla sua proposta di indicare una data, il “Pd si è opposto” e la Lega ha chiesto “altro tempo per riflettere”, come racconta il presidente di FI Maurizio Gasparri. Nella stessa riunione si decide, però, di riconvocare una nuova Conferenza dei capigruppo lunedì prossimo. Lo “spiraglio”, appunto. La strada è in salita. Anche perché, come sottolinea Gasparri, “la procedura” per arrivare a un nuovo Cda nel pieno delle sue funzioni è “lunga e complessa”. Non solo, sia la Camera, sia il Senato, devono indicare ciascuno i nomi di 2 del Cda. Anche Palazzo Chigi deve designarne altri 2. Poi, il Cda si deve riunire per eleggere il proprio Amministratore delegato e indicare il presidente. E la scelta deve venire approvata in vigilanza con una maggioranza di 2/3. Il tutto, con il Parlamento che vorrebbe chiudere per la pausa estiva entro il 7 agosto.  

Lo schema al quale starebbe lavorando FdI è quello di Simona Agnes alla presidenza; Giampaolo Rossi come Ad, alla Lega toccherebbe un consigliere. La Lega insiste per indicare il Dg (si parla di Marco Cunsolo direttore della produzione e di Maurizio Fattaccio direttore di Rai Pubblicità). Si parla anche di un piano B sulla presidenza nel caso ci fossero problemi di ratifica di Agnes in Vigilanza: la maggioranza può contare su 24 voti e altri 2 da parte dell'opposizione si danno per scontati. Ma servirebbe il soccorso dei 2 componenti di IV per arrivare a 28, la quota necessaria per decidere. Se così non fosse, la maggioranza potrebbe indicare un nome super partes gradito al Pd per allargare il consenso. E anche per questo si guarda alle scelte dei Dem che, come consigliere, potrebbero indicare uno tra Antonio Di Bella e Roberto Natale. Il M5S dovrebbe confermare Alessandro Di Majo, la Lega potrebbe eleggere Alessandro Casarin e Fdi Valeria Falcone.

Le opposizioni esultano: 500 mila firme contro il referendum sull'Autonomia

Il traguardo delle 500 firme per il referendum contro l'Autonomia differenziata per molti è raggiunto, anche se manca l'ufficialità. In tanti esultano, anche se l'unico dato certo è quello che arriva dalla raccolta online. A dare l'ultimo aggiornamento è il senatore del Pd Alessandro Alfieri: sono 355 mila e 167 i contrassegni contati sulla piattaforma nel pomeriggio. “Prevediamo di arrivare a 500 mila online all'inizio del weekend”, aggiunge il responsabile Riforme della segreteria dem. Per il leader di Europa Verde Angelo Bonelli, manca anche meno per il raggiungimento della soglia: “solo 36 ore”. Nell'entusiasmo diffuso tra i diversi componenti del Comitato promotore, ci sono i più ottimisti. Il segretario Maurizio Landini sottolinea le “altre centomila firme raccolte ai banchetti” soltanto dalla Cgil. Mentre fonti parlamentari raccontano un risultato già in tasca: secondo i dati ufficiosi aggregati che arrivano dai banchetti delle varie Regioni le firme sarebbero più di 150 mila. E così la somma, tra online e banchetti, supererebbe di gran lunga il quorum necessario per la Corte di Cassazione. 

Quello delle 500 mila. In serata arriva l'esultanza del leader Giuseppe Conte: “un segnale potentissimo, una grande ondata di partecipazione che ci ha portato alle 500 mila firme in pochissimi giorni”. L'entusiasmo rimbalza da una parte all'altra del campo largo. “Un segnale molto forte di mobilitazione e di quanto sia sentita la battaglia”, afferma il dem Alfieri. Il leader di Si Nicola Fratoianni sottolinea lo “straordinario afflusso” proprio ai banchetti, come “risposta del Paese alla controriforma della destra”. Per Bonelli c'è “una fortissima volontà popolare di bloccare questo spacca-Italia”. Per Riccardo Magi di +Europa, “in 10 giorni, tra firme cartacee e digitali, mezzo milione di italiani ha già detto no all'Autonomia differenziata, un successo incredibile che è solo l'antipasto della batosta che aspetta Giorgia Meloni quando i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi su questa riforma”. Il comitato promotore, però, non ha intenzione di fermarsi ai 500 mila contrassegni. L'obiettivo è andare avanti per tenere alta l'attenzione e accrescere la partecipazione dei cittadini, online come nelle piazze. L'obiettivo è un milione di firme. 

Le opposizioni attaccano Salvini sui disagi nei trasporti: riferisca in Parlamento

Il dramma del luglio dei trasporti diventa un tema di forte tensione politica. Sono le opposizioni a chiedere che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, venga in Parlamento a riferire sui ritardi, i disagi e i rallentamenti che si sono verificati nell'ultimo mese, in particolare sulla rete ferroviaria, dovuto ai lavori di ammodernamento e manutenzione infrastrutturale di diverse linee (già programmati) e guasti causati spesso da incendi. Questa mattina alle 10.30, il vicepremier ha convocato una riunione al ministero “tutti i soggetti interessati al traffico aereo (dalle compagnie alle società di gestione) per fare il punto della situazione alla luce della crescente pressione negli scali italiani”, fa sapere il Mit. Ma allo stesso tempo la lente di Salvini è puntata sull’andamento dei cantieri, “annunciati da mesi in accordo con gli enti locali, che hanno l’obiettivo di migliorare la rete anche alla luce di investimenti senza precedenti (in larga parte previsti dal Pnrr) e prima della totale ripresa delle attività lavorative dopo la pausa estiva”. Le raccomandazioni del ministro, però, non bastano perché le opposizioni attaccano duramente. Intanto arrivano buone notizie sul fronte infrastrutturale, perché il Cipess ha deliberato di ripartire circa 2,5 miliardi di euro di fondi straordinari per il settore ferroviario, tramite il secondo atto integrativo al Contratto di Programma tra Mit e Rete ferroviaria italiana. 

Camera e Senato sono pronti per rush finale prima della chiusura estiva

Ultime giornate di lavoro in Parlamento prima della pausa estiva. Aule e Commissioni si affrettano per evitare un ulteriore slittamento. La chiusura dei lavori, a Palazzo Madama così come a Montecitorio, è attesa entro la fine della prossima settimana. Dopo il forcing delle ultime settimane, non è ancora conclusa la maratona dei decreti-legge da approvare. Ne rimangono quattro da convertire obbligatoriamente prima della scadenza. Una strada a imbuto, che determina un ingorgo dell'attività parlamentare. La precedenza va ai decreti, e così restano imbottigliati provvedimenti importanti per la maggioranza, come la riforma del Premierato e il ddl Sicurezza. Camera e Senato vedono una situazione di parità. Due decreti da approvare per ramo entro una settimana. Palazzo Madama punta a chiudere già mercoledì. La conferenza dei capigruppo di lunedì è chiamata dunque a decidere gli ultimi passi verso la conversione del decreto Infrastrutture e del decreto materie prime. Restano perciò bloccati in commissione diversi provvedimenti, dai due ddl sulla salute mentale fino a quello sul doppio cognome. 

Rush finale anche a palazzo Montecitorio, dove aspettano il via libera definitivo sia il decreto ricostruzione, in Aula per la discussione generale, che il decreto carceri. Quest'ultimo dovrà passare ancora in commissione, dove le opposizioni sono pronte a dare battaglia. Il ddl sicurezza intanto slitta a settembre, ma in commissione si punta a chiudere prima della pausa. Ancora all'analisi della commissione Affari costituzionali la riforma del premierato. Quando comincerà a pesare anche l’arrivo della prossima legge di bilancio. A settembre ci sarà la difficile partita dell'elezione del giudice della Consulta. Questione su cui Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha già lanciato un monito durissimo. E il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha annunciato la convocazione del Parlamento in seduta comune con cadenza settimanale, con possibili votazioni continuative. 

Conte lancia l’Assemblea costituente del M5S

Questa volta, nel M5S, c’è la sensazione dell’arrivo ad un passaggio storico. L’Assemblea costituente del 4 ottobre sarà uno snodo fondamentale per il futuro dei Cinque Stelle. “Si avvierà il processo Costituente, che sarà rivoluzionario, mai una forza politica o un partito si è messo in discussione in questo modo, coraggiosamente. Daremo la parola a tutti gli iscritti e ai simpatizzanti per elaborare nuove soluzioni e nuovi obiettivi strategici ai quali il Movimento si dedicherà negli anni a venire” dice Giuseppe Conte dopo il consiglio nazionale del M5S, che ha approvato i meccanismi e il funzionamento dell’Assemblea costituente. Subito dopo Conte aggiunge la frase che segna il cambio di passo e che apre, di fatto, a uno stravolgimento dei connotati del Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio il 4 ottobre del 2009. “Potrà essere modificato lo Statuto, potrà essere integrata anche la Carta dei Principi e dei Valori, discuteremo su tutto”, spiega Conte. Un passaggio che lascia presagire scenari inediti. Dallo stop alla regola dei due mandati, chiesto dalla maggioranza dei parlamentari, alla messa nero su bianco della collocazione del M5s nell'area progressista, alleato del Pd di Elly Schlein. Il Garante è sempre stato contrario a qualsiasi deroga ai due mandati, mentre esponenti storici del M5S tra cui l'ex sindaca di Roma Virginia Raggi e l'ex ministro Danilo Toninelli si sono già espressi apertamente contro l'abbraccio con il Pd. 

I sondaggi della settimana

Negli ultimi sondaggi realizzati dall’Istituto SWG il 30 luglio, tra i partiti del centrodestra si nota un passo indietro di Fratelli d’Italia con - 0,2%. Il partito di Giorgia Meloni si conferma primo partito italiano con il 29,8%. In seconda battuta il PD, che perde terreno e vede il distacco da FdI ampliarsi al 7,1%. Terza forza nazionale in continua crescita il Movimento 5 Stelle (11,4%). Nella galassia delle opposizioni, AVS arretra al 6,7%, mentre i centristi sono rilevati singolarmente con Azione (3,2%) e +Europa (2,0%) e IV (2,4%). Chiudono il quadro settimanale le rilevazioni sul movimento di Michele Santoro Pace Terra e Dignità dato al 1,5% mentre il partito alleato di governo guidato da Maurizio Lupi Noi Moderati non è stato rilevato.

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La stima di voto per la coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, Noi Moderati) anche per effetto della mancata rilevazione di Noi Moderati scende, rimanendo al comando, al 46,4%. Il centrosinistra in rallentamento con il 29,4%;fuori da ogni alleanza, il M5S, continua la sua crescita con 3 decimi di punti percentuale e registra un 11,3%. In pareggio il Centro, che raggiunge il 7,6%.

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  1. L’Ue gela la maggioranza, report condiviso e con varietà fonti
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