Meloni parla alle Camere in vista del Consiglio Ue
Anziché su “formati non adeguatamente rappresentativi” di riunioni fra leader, l'Europa deve puntare su una “figura autorevole”, un inviato speciale per parlare con una sola voce nel negoziato per la pace in Ucraina, in “coordinamento” con gli Usa ma senza alcuna “delega”. Giorgia Meloni rilancia la sua idea per riaprire il dialogo con Mosca, e nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue torna ad attaccare “i burocrati di Bruxelles” che non possono, avverte, “mettere in discussione o ribaltare” le decisioni del summit dei leader, come teme possa avvenire sulla revisione organica del sistema Ets. Bisogna tenere “aperti i canali” e l'Europa deve “guidare il dialogo, sarebbe un errore subirlo”. Alla consueta colazione di lavoro al Quirinale, il presidente Sergio Mattarella definisce “molto opportuno” che l'Ue “nei confronti di Ucraina e Russia si presenti con una voce sola”. Anche il Pd sostiene questa idea: da mesi circola il nome di Mario Draghi ma all'Italia non dispiacerebbe anche il presidente Antonio Costa. “Sosteniamo la difesa dell'Ucraina, la nostra linea non cambia”, assicura la premier, convinta che mantenere la pressione su Mosca “rappresenta ancora oggi l'unico modo per aprire una stagione negoziale”. Qualche sfumatura nuova, però, c'è, la risoluzione in cui si accenna alla costruzione di un'uscita dal sistema sanzionatorio a fine guerra.
Vale anche per l'adesione di Kiev all'Ue, “nel rispetto del principio del merito e di parità di trattamento tra i Paesi candidati”, una linea che va sulla scia della risoluzione del centrodestraapprovata in Parlamento a seguito delle comunicazioni della premier. La maggioranza si è presentata con un documento unitario che chiede per il processo di pace in Ucraina iniziative “in coordinamento con gli Stati Uniti, la Nato e i partner del G7”. In ordine sparso invece le risoluzioni delle opposizioni. Prima del Consiglio Ue, da lunedì Meloni sarà in Francia per il G7, primo atteso incrocio con Donald Trump dopo mesi di tensione. Al centro ci sarà soprattutto la crisi in Iran. “Se Teheran continuerà sulla strada sbagliata”, l'Ue dovrà “rafforzare la pressione, anche con nuove misure mirate”, dice la premier, ribadendo di essere a favore delle sanzioni degli israeliani che “fomentano odio ed estremismo, come il ministro Ben Gvir”: “Non bisogna distogliere l'attenzione da Gaza” e l'Ue deve “riflettere sul rapporto con Israele”, nota pur precisando che sospendere l'Accordo di associazione “sarebbe controproducente”.
In Libano scenario è complesso, lo ripete più volte Meloni, e impone di trattare le spese per la difesa “non come orpello o materia da consenso”: al vertice Nato a luglio “l'Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”, con un “+0,71% garantito soprattutto da quelle per la sicurezza interna”. Ma su Safe e Purl, i due programmi d’investimento militare, ancora non ci sono novità, assicurano dal Governo. Il dossier s’intreccia con i margini di flessibilità appena ottenuti dall'Ue contro il caro energia; su quali misure saranno concentrati verrà definito “con pragmatismo e in stretto raccordo con la Commissione”, spiega Meloni, chiarendo che così si avranno “più risorse per sostenere le famiglie e le imprese in questa difficile congiuntura”.
Meloni attacca Vannacci: “Fate il gioco della sinistra”
Giorgia Meloni rompe il silenzio con cui aveva finora congelato il nodo Vannacci e va all'attacco. Lo fa in Aula alla Camera, nel corso delle comunicazioni in vista del Consiglio Ue. Dai banchi del Governo, dopo l'ennesima critica dalle file vannacciane, la presidente del Consiglio fissa l'obiettivo e affonda. “Per sei volte avete votato contro la fiducia a questo Governo, insieme a Schlein, Conte e Renzi”, dice rivolgendosi ai deputati di Futuro Nazionale da cui prende apertamente le distanze. “Votare contro la fiducia significa votare per mandare a casa il Governo. E fare quello che serve alla sinistra non è mai difendere l'interesse nazionale”. “Non mi si parli di vera destra perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra”, le parole con cui in Aula risponde indirettamente anche allo stesso Roberto Vannacci, che meno di 24 ore prima in diretta tv da Lilli Gruber, si era proposto come il “sestante” di una “destra autentica”. Meloni non ci sta e cambia passo: “Quello che stiamo facendo a tutela dell'interesse nazionale è quello che c'era nel nostro programma. Un programma per realizzare il quale voialtri siete stati eletti nelle file del centrodestra”, sono le parole con cui la premier sembra mettere fuori dal perimetro del centrodestra FN.
A sancire la rottura, non solo le due distinte risoluzioni, quella di FN bocciata dai pareri di maggioranza e quella del centrodestra unito, ma anche l'acceso scontro che va in scena tra Camera e Senato. In Transatlantico gli animi sono bollenti. “Dopo un attacco così, ora è guerra totale”, annuncia Rossano Sasso di FN parlando con i cronisti. “I vannacciani sul tema del sessismo erano immobili come il Pd e la Boldrini, hanno preso i voti del centrodestra e ora vanno contro il centrodestra”, il commento del responsabile Organizzazione di FdI Giovanni Donzelli. “Non votiamo la fiducia al Governo non per fare un favore alla sinistra ma perché il governo ha tradito la fiducia degli elettori e il programma con cui è stato votato”, spiega Laura Ravetto, ex Lega e ora in FN.
“Meloni ha dimostrato di essere la migliore alleata della sinistra chiudendo ogni dialogo politico con Vannacci”, la replica dell'ex FdI Emanuele Pozzolo, che incalza: “La premier ha paura del generale”. Intanto, a due giorni dall'assemblea costituente del partito, il leader preferisce non replicare, riservandosi di farlo per quando verrà chiamato in causa direttamente dalla premier. A citare Vannacci è invece al Senato lo stesso capogruppo di FdI Lucio Malan, che torna a insistere sulla contiguità tra FN e le opposizioni, in particolare stuzzicando Matteo Renzi. Che invece affonda: “Oggi la rottura nel centrodestra è la novità”. Il riferimento è alle due risoluzioni. In quella di maggioranza, trova posto il “phase-out dell'impianto sanzionatorio a seguito del termine del conflitto” in Ucraina, una novità che per alcuni dimostra come si comincia a lavorare, tra i partiti di governo, per evitare il sorpasso a destra del generale. Almeno sulla politica internazionale.
Sale la spesa per la difesa dell’Italia: balzo al 2,8% del Pil
Gli stanziamenti per la Difesa programmati per il 2026 ammontano a 32,4 miliardi di euro, una cifra che si colloca attorno all'1,48% del Pil, lontano quindi dal 2% minimo indicato dalla Nato. La soglia viene tuttavia raggiunta aggiungendo spese per circa 12 miliardi di euro che in precedenza erano state classificate fuori dal perimetro di quelle militari; a quanto riferito in Parlamento dalla premier Giorgia Meloni, al summit Nato di Ankara (7-8 luglio) l'Italia intende presentarsi “con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”, con un ulteriore aumento quindi dello 0,71%, “garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”, ha specificato. Il Documento programmatico pluriennale 2025-2027 del ministero della Difesa ha aggiunto nell'aggregato Nato una serie di voci riclassificate come spesa per la difesa: pensioni, Carabinieri, GdF, Capitanerie di porto, Spazio, mobilità militare, cybersicurezza.
Non c'è comunque una chiara indicazione nel Documento delle voci ricomprese nel conteggio, secondo quanto segnalano sia l'Osservatorio sui conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, sia l'Osservatorio Milex sulle spese militari italiane. Il dato comunicato dall'Italia alla Nato è così balzato dai 33,4 miliardi del 2024 ai 45,3 del 2025 e un ulteriore aumento si avrà quest'anno, calcolando nel totale anche le “voci riclassificate”. Per quanto riguarda lo stato di previsione del ministero della Difesa, aggiornato con la nota di variazione, esso prevede appunto una dotazione complessiva di 32,4 miliardi di euro nel 2026, che saliranno a 32,7 nel 2027 per diminuire poi a 32,1 nel 2028. Queste, come indicato in precedenza, si possono però considerare le spese militari pure, aggiungendo le altre non direttamente riferite al settore della Difesa si salirà al 2,8% del Pil.
La Corte Ue verso l'ok al modello Albania, ma richiama l'Italia
Il terzo pronunciamento della Corte Ue sul progetto faro della politica migratoria del governo Meloni conferma la legittimità dei centri per i migranti disciplinati dal protocollo Italia-Albania. Il nodo resta quello del rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, che, nel parere dell'avvocata generale Laila Medina, le norme italiane non sembrano tutelare in modo “chiaro”. Il confronto è tuttavia destinato a misurarsi già nelle prossime ore con un quadro giuridico diverso da quello su cui si fondano i ricorsi dei migranti, tra l'attesa entrata in vigore del nuovo Patto Ue sull'asilo e il voto dell'Europarlamento sul regolamento rimpatri che aprirà agli hub nei Paesi terzi. La prova, nelle parole di Giorgia Meloni, che l'Europa sta imboccando “la strada indicata dall'Italia”. Il patto con Tirana, ha rivendicato, era una soluzione “contestata” che oggi sta diventando “uno strumento a disposizione dell'Europa intera”.
Nelle nuove conclusioni, Medina si spinge oltre il parere di Nicholas Emiliou, che ad aprile aveva promosso l'esternalizzazione dei centri mettendo tuttavia in guardia sulla necessità di garantire le adeguate tutele. La togata entra nel merito delle garanzie offerte dal sistema italiano, dalla difesa al rispetto della vita privata e familiare, al rilascio immediato al termine della convalida del trattenimento, rilevando che “non sembra contenere disposizioni precise” per assicurare pienamente i diritti previsti dall'ordinamento Ue. Per questo, osserva, “spetterà ai giudici” verificare che nei cpr in Albania sia garantito lo stesso livello di tutela assicurato sul territorio italiano, una linea che, con ogni probabilità, la Corte Ue validerà nei prossimi mesi, rafforzando la sentenza sul dossier, che nell'agosto scorso aveva riconosciuto ai Governi il potere di individuare i Paesi sicuri, fissando però due paletti: il controllo dei giudici e la protezione da garantire.
Nelle prossime ore il nuovo Patto renderà più flessibile la stessa definizione di Paesi sicuri, archiviando uno dei punti centrali di quel verdetto, un'evoluzione che i sostenitori del protocollo leggono come un'europeizzazione del modello Albania, trovando tuttavia la reazione di segno opposto delle sinistre. I ministri dell'Interno dei Ventisette si ritroveranno nelle prossime ore a Cipro per inaugurare il nuovo corso. Poi toccherà alla plenaria dell'Europarlamento, il 17 giugno, votare il regolamento rimpatri, con l'asse tra Ppe e destre pronto a portare l'intesa politica a traguardo.
Il Campo largo si schiera contro la legge elettorale: pioggia di emendamenti
Un muro alto quasi 770 emendamenti: è quello alzato dalle opposizioni alla riforma della legge elettorale targata centrodestra con una valanga di proposte di modifica in Commissione Affari Costituzionali della Camera. La maggioranza ne presenta solo quattro comuni a firma non dei relatori ma di quattro componenti della commissione, Augusta Montaruli (FdI), Simona Bordonali(Lega), Paolo Emilio Russo (FI) e Franco Tirelli (Nm). I ritocchi riguardano i voti in Trentino Alto Adige e Valle D'Aosta (che vengono inclusi nella cifra elettorale nazionale ma senza che debbano dare un seggio per il premio) ma anche l'obbligo di doppia candidatura, anche al proporzionale, per chi corre nel listino del premio circoscrizionale e una specifica sulla salvaguardia del principio costituzionale dell'assenza del vincolo di mandato per i parlamentari e delle prerogative del capo dello Stato nell'ambito della misura sull'indicazione del premier al momento del deposito del contrassegno.
Il grosso degli emendamenti di opposizione riguarda soppressivi comuni, oltre 300, per smantellare diverse parti del testo dal premio all'indicazione del premier, e ci sono, poi, 4 correttivi comuni (dal rafforzamento dell'alternanza di genere al premio). Per il resto ognuno, di fatto, riscrive il testo a modo suo. Ma l'intento resta quello, comunque, di dare battaglia insieme. Lo mettono nero su bianco in una nota i leader del campo largo. “Tentano di riscrivere le regole del gioco” sottolineano Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, con meccanismi che allontanano i cittadini. Abbiamo concordato emendamenti comuni per contrastare questo disegno e impegnarci in una battaglia comune contro la deriva di una destra che pensa solo alle proprie poltrone”. Anche i capigruppo in Commissione delle minoranze vanno all'attacco insieme sul timing deciso in Ufficio di presidenza sul testo che prevede per la prossima settimana un ritmo serrato di votazione con l'obiettivo di chiudere giovedì 25 giugno.
Arriva dai vannacciani, insieme alla stretta sull'alternanza di genere, un emendamento sulle preferenze che, sulla carta, potrebbe creare difficoltà in entrambi gli schieramenti. Non è certo che si arrivi a votarlo visto che è possibile che in Commissione si possa decidere di andare senza mandato al relatore con gli emendamenti che decadrebbero. Ma tant'è, almeno sulla carta sul tema si sono espressi a favore FdI e Noi Moderati nel centrodestra, oltre a M5S e una parte del Pda sinistra. E anche Italia viva fa sapere, con Maria Elena Boschi, che sosterrà tutti gli emendamenti che le introducono. Il partito di Renzi ha sottoscritto tutte le proposte comuni del centrosinistra ma il leader Iv spende parole non del tutto negative sulla riforma: “Non ci piace che la legge venga cambiata in corso d'opera ma ha un punto oggettivo di merito che va riconosciuto: chi vince governa”.
Le Regioni chiedono al Governo il rinvio del piano casa
Le Regioni frenano sul Piano casa del Governo e chiedono di rinviare il parere previsto ieri in Conferenza Unificata per proseguire il confronto con i ministeri competenti e con Palazzo Chigi sui punti più controversi del provvedimento. Dopo il voto negativo espresso dalla Commissione Infrastrutture della Conferenza delle Regioni, il presidente Massimiliano Fedriga ha infatti rinviato il parere previsto. Tra le principali criticità segnalate figurano risorse giudicate insufficienti, l'assenza di stanziamenti per il contributo affitti e per il fondo destinato alla morosità incolpevole, oltre ai poteri attribuiti al Commissario straordinario ritenuti tali da comprimere il ruolo di Regioni ed enti locali. “Nessuna delle Regioni si è espressa a favore del piano”, ha osservato l'assessore umbro alle Politiche della casa Fabio Barcaioli. Questo rinvio, secondo quanto ha riferito in un’e-mail il coordinatore vicario della Commissione edilizia Marco Scajola, ha il fine di “organizzare un incontro con la presidenza del Consiglio ed i ministeri competenti per cercare un'intesa che accolga le proposte emendative presentate dalle Regioni”.
I rilievi emersi richiamano molte delle richieste avanzate nelle scorse settimane dall'Anci, dove, tra gli emendamenti proposti, figuravano modifiche ai poteri del Commissario, il rafforzamento del ruolo dei Comuni, e la priorità al recupero d’immobili pubblici inutilizzati, aree dismesse e già urbanizzate nell'ottica della rigenerazione urbana e del contenimento del consumo di suolo. I commenti sulla “bocciatura” delle Regioni sono arrivati anche da Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, pur spiegando di non voler entrare “nel merito di discussioni interne”, ha precisato: “A livello europeo abbiamo mobilitato risorse per 3,3 miliardi di euro per la casa. Ora ci aspettiamo le proposte del Governo e delle Regioni e le valuteremo in questo senso”.
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