Sul referendum la tensione non si abbassa. Meloni suona la carica

La campagna referendaria si avvia alla chiusura e nel finale non diminuiscono di certo le tensioni. La premier Giorgia Meloni non risparmia stilettate contro il fronte del No, ma assicura che la riforma della giustizia voluta dal Governo “non è né di destra né di sinistra, ma di puro buonsenso” e auspica la massima collaborazione con le toghe sulle leggi attuative. Sull'altro fronte, l'opposizione attacca il deputato FdI Aldo Mattia che nel corso di un’iniziativa referendaria sprona i militanti a usare anche il voto clientelare per portare alle urne il maggior numero di Sì. Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini stigmatizza le “parole gravissime” e invita la presidente del Consiglio a prenderne le distanze, mentre la segretaria del Pd Elly Schlein rincara la dose: “La corruzione elettorale in questo Paese è un reato. Non si può invitare a commettere un reato in una campagna per cambiare la Costituzione”. 

E da Avs Nicola Fratoianni taglia corto: “Non ho ancora visto l'annuncio di provvedimenti da parte di Giorgia Meloni e dei dirigenti di FdI nei confronti del deputato del loro partito che ha invitato al voto clientelare pur di far vincere il Sì. Mi auguro che lo facciano al più presto, perché siamo di fronte ad un episodio di uno squallore senza fine”. Intanto, prosegue anche la campagna per il No di Nicola Gratteri che attacca il vicepremier Antonio Tajani al quale, dice il procuratore di Napoli, “è scappata una frase di una gravità assoluta perché ha detto che stanno pensando di togliere la Polizia giudiziaria dalla disponibilità del Pm sul piano investigativo e di farla passare sotto l'esecutivo”. Secca la replica di FI: Gratteri “politicizza il referendum e danneggia l'Italia” e per rispondergli “useremo la matita barrando il Sì”, scrivono gli azzurri in una nota, prima dell'affondo “a differenza di chi userebbe le manette”. 

Quanto al Ministro degli Esteri, impegnato nella campagna con video e iniziative che non sembrano indirizzate ad abbassare i toni, bolla il sistema giustizia italiano come qualcosa che “esiste solo in Russia, in Cina, in altre dittature, del resto in Italia venne introdotto da Mussolini e dal fascismo”. Scintille anche sulla copertura televisiva della campagna elettorale: il Comitato società civile per il No denuncia per l'ennesima volta all'AgCom “gravi squilibri nei programmi d'informazione di alcune emittenti televisive rispetto ai canoni della par condicio”. Nonostante il clima, il Governo ribadisce in ogni occasione che dal voto di domenica e lunedì non dipenderà in alcun modo il futuro della maggioranza a Palazzo Chigi. Anche il centrosinistra non sembra cavalcare l'idea del “voto-spallata”, ma una vittoria del No, avverte il presidente M5S Giuseppe Conte, comunque “sarebbe per loro uno schiaffo sonoro da parte degli italiani”. 

L’Italia si avvia verso il referendum con l’incognita affluenza

Ottant'anni di storia elettorale, raccontati da una curva, quella dell'affluenza, che scende senza mai risalire. Quello sulla riforma della magistratura voluta dal governo di Giorgia Meloni sarà il quinto referendum costituzionale della Repubblica e il nostro Paese ci arriva con un astensionismo che, voto dopo voto, tende a farsi strutturale. Al referendum tra monarchia e repubblica, il 2 giugno 1946, che per la prima volta vide anche le donne recarsi alle urne, l'affluenza fu dell'89,1%. Il record di partecipazione, mai eguagliato, arrivò 12 anni dopo: alle Politiche del 1958 votò il 93,9% degli aventi diritto. Da lì la discesa è lenta ma costante. Alle ultime elezioni politiche, nel 2022, l'affluenza è stata del 63,9%, la più bassa mai raggiunta nella storia repubblicana, trent'anni prima, nel 1992, si era ancora all'87,1%. Lo stesso fenomeno, amplificato, si osserva alle elezioni Europee: nel 2024 meno della metà degli aventi diritto (il 49,7%) si è recata alle urne contro l'85,7% della prima tornata del 1979. 

Anche sui referendum le oscillazioni non mancano: nel 1974 l'87,7% degli italiani decise di andare a votare quando si trattava di stoppare la legge sul divorzio (l'abrogazione venne respinta con il 59,2%); nel 1978 per abolire il finanziamento pubblico ai partiti l'affluenza fu dell'81,2% ma il referendum venne respinto; nel 1993 il Partito Radicale e Mario Segni ci riprovarono: con Mani pulite alle spalle lo stop ai soldi pubblici passò con il 90% dei voti e un'affluenza del 77%. Falliti invece, per il mancato raggiungimento del quorum del 50% più uno degli aventi diritto, i referendum abrogativi sulla caccia (nel 1990 e nel 1997); sulla legge elettorale (nel 1999 e nel 2000); sul reintegro dei lavoratori (nel 2003); sulla procreazione medicalmente assistita (nel 2005); sul Porcellum (nel 2009); sulle trivelle (nel 2016); sulla riforma della Legge Severino, la custodia cautelare e il Csm (nel 2022). L'ultimo “squillo” vero dell'Italia referendaria rimane del giugno 2011: oltre 25 milioni di persone votarono su acqua pubblicanucleare e legittimo impedimento, con un'affluenza del 54,8%: il quorum fu superato dopo 16 anni, in un clima di forte mobilitazione civica alimentata dal disastro di Fukushima e dall'opposizione al governo Berlusconi.

È su questo terreno che si innesta la consultazione referendaria del 22 e 23 marzo. La distinzione tra referendum abrogativo e costituzionale non è formale: il voto di questa settimana non ha quorum e sarà valido qualunque sia la partecipazione. I precedenti costituzionali offrono uno spettro di oscillazione ampio. Nel 2001 il referendum sul federalismo del Titolo V raggiunse il 34,1% di affluenza; nel 2006 il No alla riforma Berlusconi vinse con il 52,3% dei votanti. Nel 2016 la riforma Renzi-Boschi fu bocciata con il 59,1% dei voti e un'affluenza del 65,5%. Nel 2020 il taglio dei parlamentari fu approvato con il 69,9% dei consensi e un'affluenza del 51,1%. Su quella che sarà l'affluenza di domenica e lunedì s’interrogano da mesi sondaggisti ed esperti, che legano alla partecipazione elettorale anche l'esito del referendum. Per la prima volta da anni, i due fronti spingono entrambi verso le urne: se questa doppia mobilitazione e la polarizzazione che ne deriva riusciranno a invertire anche solo parzialmente la curva discendente degli ultimi vent'anni, il voto del 22 e 23 marzo potrebbe restituire un dato di partecipazione inatteso. Diversamente, la riforma costituzionale passerà o verrà respinta con una legittimità numericamente più esile. 

L’Ue ragiona su un Piano d'emergenza sull'energia

Non è una crisi di approvvigionamento, ma di prezzi. Davanti all'ombra di un'escalation nello Stretto di Hormuz che nessuno esclude, Bruxelles alterna toni rassicuranti a linguaggio d’emergenza. Lo scudo contro il caro energiaannunciato da Ursula von der Leyen approderà sul tavolo dei leader Ue: più flessibilità sugli aiuti di Stato per sostenere le industrie più esposte, margini legislativi per sgravi sulle bollette elettriche e nuove spinte alla riduzione dei consumi, con le rinnovabili in prima linea. La vera disputa però si consumerà sull'Ets che, nelle aperture della presidente della Commissione Ue, sarà rivisto per rendere “più realistica la traiettoria della decarbonizzazione”. I primi correttivi arriveranno “ascoltando le preoccupazioni dell'industria”, con nuovi benchmark e un rafforzamento della riserva di stabilità del mercato. Ad apparire invece fuori dal tavolo è lo stop chiesto dall'Italia: il sistema resta “collaudato”, ha ribadito la numero uno di Palazzo Berlaymont, difendendolo come la bussola degli investimenti europei. Il vertice Ue sarà “ancora una volta segnato da shock esterni di portata sismica”, ha riconosciuto von der Leyen mentre i Ministri dell'Energia Ue riuniti a Bruxelles ricordano la sequenza di crisi che ha colpito l'Europa: pandemia, guerra in Ucraina, shock energetici. “Ogni volta abbiamo reagito insieme e con urgenza”, ha sottolineato la presidente, invitando i 27 a fare lo stesso davanti all'impatto del conflitto in Iran

Il piano di Bruxelles punta a strumenti già rodati, a partire da maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato per abbassare il prezzo dell'elettricità alle industrie energivore, una formula salutata con favore da Paesi con ampio spazio di bilancio come la Germania, mentre per l'Italia il margine resta più stretto. L'esecutivo Ue guarda anche alle bollette: taglio d’imposte e prelievi non energetici, con l'idea di tassare l'elettricità in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Ma il terreno più scivoloso resta la revisione dell'Ets: se l'idea di congelarlo appare lontana, nuovi benchmark, una riserva di mercato più forte e un ponte finanziario verso la futura Industrial decarbonization bank sono in arrivo. Su questi elementi si giocherà la partita politica di Giorgia Meloni, alla ricerca di correttivi più robusti e di sponde tra i partner, il cancelliere Friedrich Merz in testa. “Sospenderlo è complicato, servono soluzioni pragmatiche”, è stata la sintesi di Varsavia. Ma le richieste italiane sul fronte energetico sono anche altre: davanti agli omologhi Ue, il ministro Gilberto Pichetto ha chiesto più voce ai Governi nazionali sulle infrastrutture energetiche, respingendo la tentazione di centralizzare tutto a livello Ue. 

Meloni frena su Hormuz, sarebbe un passo verso il coinvolgimento in guerra

L'Italia non manderà le sue navi nello Stretto di Hormuz perché ora significherebbe “fare un passo verso il coinvolgimento” nel conflitto, che resta il limite invalicabile. Dopo un fine settimana di silenzio sulla crisi nel Golfo, Giorgia Meloni parla in tv, su Rete4, e mantiene la linea, che è anche quella dell'Ue, già espressa in Parlamento: l'Italia non entra e non entrerà in guerra, un concetto che già aveva espresso il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e che trova la piena sintonia anche di Matteo Salvini. Non cita mai Donald Trump, con cui non ci sono stati contatti dall'inizio della nuova guerra nel Golfo, ma spiega che sono “le nostre basi nel Golfo il mio primo problema”. La premier è centrata sul referendum, proprio mentre arrivano le notizie di altri “detriti” che hanno colpito la base Unifil di Shama nel sud del Libano, a guida italiana, dopo l'attacco a Erbil e quello nel fine settimana alla base in Kuwait che, per il sottosegretario alla Presidenza, con delega ai Servizi Alfredo Mantovano, è stato “un atto d’intimidazione al pari dei colpi riservati dall'Iran agli altri paesi del Golfo”. 

I militari “sono stati ridotti e sono rimasti quelli strettamente necessari” ricorda Meloni, sottolineando che si tratta di missioni “importanti contro il terrorismo”. I contingenti rimangono, pure “in forma ridotta”, aveva spiegato anche il titolare della Farnesina, per “mantenere fede agli impegni presi”. Ma “intervenire” a Hormuz, scandisce la premier, “significa oggettivamente fare un passo in avanti” verso quel conflitto che gli italiani temono e cui l'Italia, come chiarito anche dal Consiglio supremo di difesa, non può partecipare. Sono ore complesse per l'esecutivo e la premier si mantiene in stretto contatto con Tajani e con il Ministro della Difesa Guido Crosetto, e con i partner internazionali, inclusi i leader di Canada, Francia, Gran Bretagna e Germania con cui ha firmato una dichiarazione di “profonda preoccupazione” per l'escalation in Libano, chiedendo alle parti di cercare la via negoziale perché “un'offensiva di terra israeliana di rilievo” avrebbe “conseguenze umanitarie devastanti”. 

È tensione dopo la notizia dell’incontro tra Cirielli e Paromonov

Un incontro diplomatico trasformato in un caso politico nel giro di poche ore. È quello che è accaduto attorno al faccia a faccia tra il viceministro degli Affari esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov. Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, Cirielli avrebbe incontrato Paromonov all'oscuro della Farnesina e della premier Giorgia Meloni, un'iniziativa “non concordata”, dunque, che ha stizzito i piani alti di Palazzo Chigi. A respingere le accuse è lo stesso viceministro, che parla di un incontro “noto al ministero” e “avvenuto diversi mesi fa”, sottolineando come non si tratti di un'anomalia ma di una prassi diplomatica consolidata. “È normale che siano i viceministri a incontrare ambasciatori di Paesi con cui i rapporti sono complessi, anche per non esporre direttamente il Ministro”. Per Cirielli si tratta quindi di polemiche “destituite di ogni fondamento”, anche perché non avrebbe agito da solo, conferma, ma a nome del Governo

La sua linea difensiva è rafforzata anche dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che da Bruxelles parla di una discussione “inutile”, ricordando come l'incontro tra i due si sia svolto “alla luce del sole e alla presenza di funzionari della Farnesina”. “Non abbiamo interrotto le relazioni diplomatiche con la Federazione russa e questi contatti servono anche a ribadire la posizione italiana di condanna all'invasione dell'Ucraina”. Ma le spiegazioni del Governo non bastano a spegnere lo scontro e dalle opposizioni arrivano richieste di chiarimento e attacchi. Per Elly Schlein non si tratta di una tempesta in un bicchier d'acqua, anche perché “altrimenti si sarebbe saputo già a febbraio di questo incontro, invece lo abbiamo scoperto soltanto oggi. Noi abbiamo già depositato un'interpellanza parlamentare per chiarire che cosa stia succedendo”. A rendere il clima ancora più acceso sono le parole di Matteo Renzi che con toni ironici invita Tajani a ricordarsi di essere il Ministro degli Esteri: “Svegliate il soldato Tajani!”. 

  1. Sul referendum la tensione non si abbassa. Meloni suona la carica
  2. L’Italia si avvia verso il referendum con l’incognita affluenza
  3. L’Ue ragiona su un Piano d'emergenza sull'energia
  4. Meloni frena su Hormuz, sarebbe un passo verso il coinvolgimento in guerra
  5. È tensione dopo la notizia dell’incontro tra Cirielli e Paromonov



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