C’è un asse Meloni-Sanchez sul bilancio Ue

All'indomani della conclusione del G7 di Evian, Giorgia Meloni va Bruxelles per prendere parte all'ultimo Consiglio Ue prima della pausa estiva, il primo senza Victor Orban. Ma se grazie all'assenza dell'ex primo ministro ungherese i 27 Paesi tornano alle conclusioni all'unanimità sul dossier Ucraina, sul prossimo bilancio 2028-2035 si preparano a uno scontro che difficilmente porterà alla fine del negoziato entro l'anno. Il summit comincerà a discutere i nodi nella sessione di questa mattina e la Meloni dedica la vigilia a serrare le fila con il gruppo dei paesi amici della coesione ma soprattutto sigla un’inedita intesa con il premier spagnolo Pedro Sanchez.

In un bilaterale poco prima dell'avvio della riunione del Consiglio Ue i due leader “concordano sull’opportunità di una linea comune Italia-Spagna sul prossimo bilancio dell'Ue, con l'obiettivo di introdurre finanziamenti per nuove priorità strategiche senza ridurre la politica di coesione, considerata essenziale per il Mercato unico, gli investimenti e la riduzione dei divari territoriali”. La determinazione a dare battaglia contro i paesi frugali (Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia e Austria) che vorrebbero un taglio drastico, fino a 400 miliardi, supera la distanza politica innegabile tra i due leader che con il gruppo degli amici della coesione chiedono che “il futuro bilancio dell'Ue non penalizzi politica di coesione, Politica Agricola Comune e Politica Comune della Pesca”.

Costa tenta la fuga in avanti sull’Ucraina di Costa e spacca i 27

Se Antonio Costa aveva intenzione di movimentare un Consiglio Ue apparentemente privo di decisioni epocali, ci è certamente riuscito. L'apertura di un canale tra l'Ufficio del presidente del Consiglio Ue e il Cremlino ha non solo sorpreso (o irritato) diversi leader europei, ma ha anche fatto planare sul tavolo del vertice Ue un dossier spinosissimo come quello di chi rappresenterebbe l'Europa a un ipotetico negoziato con Mosca. L'impressione è che i 27 siano spaccati un po' su tutto: sui parametri di un eventuale negoziato, sul timing, sulla stessa opportunità di iniziarlo. L'unico dato che potrebbe unire i falchi del Nord-Est e le colombe mediterranee è la chiara volontà di Volodymyr Zelensky di aprire al più presto una trattativa con Vladimir Putin.

La questione del negoziatore europeo va ben al di là del fronte ucraino. È un tema che abbraccia gli equilibri geopolitici interni, il peso di un Paese o di un altro nella futura ricostruzione Ucraina, la presenza o meno di truppe sul terreno a garanzia di Kiev. Trovare una soluzione sarà tutt'altro che facile. Il solo dibatterlo ha indispettito quei leader convinti che questo non sia affatto il tempo del negoziato con Mosca ma che invece, con un Putin più debole, sia ancora il momento di alzare la pressione e di rispondere con maggiore nettezza a futuri attacchi ibridi della Russia. Anche per questo, probabilmente, Costa ha deciso di muoversi senza avvertire i 27. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen era stata informata, le cancellerie europee no; certo, i contatti non sono stati avviati da Costa personalmente, ma dal suo capo di gabinetto Pedro Lourtie. Ma più di un leader ha spiegato che preferiva essere avvertito, esternando, molto probabilmente, la sua contrarietà alla mossa dell'ex primo ministro portoghese.

La premier Giorgia Meloni è da settimane una fautrice dell'apertura di un dialogo con Mosca. Con lei lo sono la Francia, con meno veemenza la Germania, la Spagna, il Belgio, Cipro. Sulla sponda opposta, i Paesi che con la Russia ci confinano, e quelli del Nord. È sull'ipotetico negoziatore europeo, tuttavia, che la temperatura comunitaria rischia di alzarsi ulteriormente. Meloni è arrivata al summit forte di una convinzione, che serva un solo inviato dell'Ue per parlare con Mosca. “Una sola voce, scelta dai 27”, ha chiarito il ministro degli Esteri Antonio Tajani, anche lui nella capitale belga per il pre-summit del Ppe. Sul profilo l'Italia è aperturista. Lo stesso Costa potrebbe non trovare la contrarietà del Governo, al quale forse andrebbe bene una figura come il presidente finlandese (europeista, filo-ucraino, ma anche amico di Donald Trump) Alexander Stubb.

In ogni caso, tra i 27 la posizione dell'inviato unico non ha neppure la maggioranza. Il fronte del Nord ha già chiarito di preferire di gran lunga che siano gli E3 a rappresentare gli europei, ovvero Gran Bretagna, Francia e Germania, la soluzione che sarebbe meno gradita all'Italia ma che andrebbe incontro ad un possibile nodo che l'opzione “inviato Ue” è destinato a incontrare: quello del perimetro dei Volenterosi, ben più largo di quello dell'Unione. C'è poi la soluzione del team, non sgradita a Palazzo Berlaymont, che vorrebbe comunque un collegamento tra la squadra negoziale e le istituzioni Ue. Zelensky, dal canto suo, sa che è meglio non inerpicarsi su questo dibattito. L'importante, per Kiev, è che l'Ue sia al suo fianco e che acceleri sull'iter di adesione. L'apertura del primo cluster è stata un buon viatico e Zelensky punta al fatto che “il grande momento per Kiev” prosegua. Dovrà, tuttavia, vedersela con chi, tra i 27, ha più di una perplessità sull'ingresso dell'Ucraina e spinge per una procedura standard, basata sul merito, che non scavalchi i Balcani Occidentali.

Futuro Nazionale di Vannacci accelera e sorpassa la Lega

Roberto Vannacci supera nei sondaggi la Lega di Matteo Salvini. A immortalare il sorpasso è l'istantanea dell'istituto Youtrend, secondo cui Futuro Nazionale si attesta al 5,9% dei consensi contro il 5,8% del Carroccio, un vantaggio di misura, ma dal valore simbolico. Ed è proprio sulle icone che giocano i vannacciani che sui social pubblicano la foto del celebre film Il sorpasso. Il tono è canzonatorio, il messaggio meno. “Dovevamo essere una parentesi, il partito personale destinato a sparire; invece, Futuro Nazionale cresce ancora e adesso acceleriamo”, è la sfida lanciata dal generale, parole che rimbalzano in Transatlantico e tornano ad agitare i partiti di centrodestra. Le dichiarazioni, però, sono ridotte al minimo mentre nessuno nasconde le preoccupazioni che attraversano le diverse forze politiche di maggioranza, Lega in primis. “Siamo stanchi di guardare tutti i giorni i sondaggi”, scandisce il capogruppo della Lega al Senato Maurizio Romeo che rivendica i risultati del governo su sicurezza e migranti. “Questi non sono sondaggi ma trovate di marketing”, contrattacca il deputato Igor Iezzi. “Sugli argomenti non temiamo sfide da parte di chi ieri era con il Governo e oggi vota insieme a Fratoianni, Bonelli, Conte e Schlein”.

Si prova a minimizzare ma la tensione a via Bellerio è alta. E la tegola arriva proprio nelle ore di avvicinamento ai gazebo di Milano, l'iniziativa lanciata dal segretario come stimolo per individuare il nome del candidato sindaco del centrodestra per la città meneghina. Sono circa 40 i punti dove i militanti del Carroccio, ma non solo, potranno esprimere il nome preferito. Più di qualcuno, nel partito, ha già detto che scriverà Salvini sulla scheda e in caso di plebiscito il leader potrebbe trovare un nuovo rilancio. Ma dopo gli striscioni apparsi a favore di Luca Zaia, e con la pancia del partito in subbuglio, c'è chi non dà più nulla per scontato. Di certo, i gazebo rimetteranno la questione Milano sul tavolo del centrodestra, dove non mancano le ipotesi: Ignazio La Russa ha già lanciato Maurizio Lupi mentre Forza Italia spinge per un civico; Carlo Calenda vedrebbe bene Carlo Cottarelli, e intanto Paolo Berlusconi caldeggia Guido Bertolaso. Per ora, una sfida tutta da giocare.

Così come resta aperto il fronte dei governatori del Nord. Salvini per ora ha solo annunciato la cabina di regia dei territori per venire incontro al cambio di passo chiesto da Zaia. Il sorpasso di Vannacci, però, non impensierisce solo la Lega. A mettere in guardia la coalizione di governo è anche il Financial Times, che parla dello “slancio” del generale come di “una sfida significativa per la Meloni”. E a rincarare la dose arriva un altro sondaggio di Youtrend, che guardando alle coalizioni fotografa un centrodestra in svantaggio sul campo largo con o senza Vannacci in coalizione. I vannacciani, intanto, guardano il balzo di un punto e mezzo rispetto alle rilevazioni di tre settimane fa, e brindano; il coordinatore nazionale del partito Massimiliano Simoni non si dice sorpreso e aggiunge: “Il trend sarà sempre più a nostro favore”.

“L'unico vero sondaggio è quello della cabina elettorale”, prova a stemperare la deputata di FdI Ylenja Lucaselli che, incalzata su un possibile ingresso di FnV in coalizione, torna a ribadire: “Non serve andare al governo con uno che non ha la nostra stessa visione”. Dalle parti di via della Scrofa, infatti, rimbalza il refrain: “È lui che si è tirato fuori, il problema non si pone”. In FdI prevale la certezza che Vannacci continuerà con una campagna antisistema e non a caso si punta il dito sul M5S, che nelle recenti rilevazioni di Youtrend ha perso l'1.4%. È lì che Vannacci erode, non in FdI e nemmeno troppo nel centrodestra. In Forza Italia il timore è che un Vannacci in ascesa possa spostare l'equilibrio del centrodestra sempre più a destra ma sull'ingresso del generale, non sembrano esserci dubbi: “Non è concepibile”, dice il Ministro azzurro Paolo Zangrillo, una convivenza tra Fi e Vannacci in coalizione.

Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli stemperano, nessun veto al centro

Il campo largo non si è ristretto. Dopo le polemiche nate dal selfie a quattro, scattato a tavola, che ha visto protagonisti Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, sono i diretti interessati a intervenire per coprirsi al centro. “L'alleanza progressista è già più larga. L'abbiamo costruita nei tanti Comuni e nelle tante Regioni dove ci siamo candidati insieme, abbiamo vinto insieme e governiamo insieme senza avere un problema. Poi questo non significa che le principali forze di opposizione che lavorano già insieme su tanti temi da molti anni, non facciano anche delle iniziative”, argomenta la leader dem che rivela di aver avvisato Matteo Renzi prima del pranzo. “Certo, io sono testardamente unitaria e continuerò a esserlo”, insiste. Se l'8 e il 15 luglio, insomma, saranno Pd, M5S e Avs a riunirsi, a settembre, sarà tutta la coalizione a scrivere il programma dell'alternativa alla destra: “Tutti sappiamo che il programma lo faremo insieme a tutta l'alleanza”, assicura la Schlein. Anche con Renzi? “Non ho mai messo veti su nessuno. Insisto: è sul programma, sui temi che noi ci mettiamo insieme”, il refrain.

Angelo Bonelli è d'accordo: “Trovo veramente incredibile che si sia aperta una discussione sulla foto che ritrae insieme Conte, Schlein, Fratoianni e il sottoscritto. Evidentemente siamo sulla strada giusta, se dà fastidio a qualcuno il fatto che tre forze importanti del Paese, che da sole hanno il 41-42% di consensi, abbiano cominciato a parlarsi su come costruire un programma. Non c'è nessuna preclusione per un Centro, ma aspettiamo che facciano una sintesi tra le cinque forze che ci sono nel Paese”. Definisce “surreale” la discussione nata attorno al selfie anche chi l’ha scattato: “Non manca Matteo Renzi, non manca nessuno”, dato che quella “è la foto di quattro leader che rappresentano tre forze politiche e che esprimono la volontà di mettersi al lavoro per cambiare l'Italia”, assicura Nicola Fratoianni. La definizione della coalizione “è un'altra cosa e avverrà con i tempi dovuti. Questo passaggio testimonia solo che tre forze politiche si sono assunte responsabilità e onere di produrre un fatto politico”.

In ogni caso, non solo il leader di Iv era stato messo a conoscenza dell'incontro. “Ero stato informato da Schlein” della foto del Campo Largo, rivela Riccardo Magi, “Non è una novità: è lo stesso scatto già visto in altre occasioni, nello stesso formato. Mi sembra fisiologico: sono forze politiche più vicine tra loro” ma “i presenti sanno benissimo che, a livello politico e quantitativo, quel formato non è sufficiente per vincere le elezioni e offrire un'alternativa al governo Meloni. Su questa consapevolezza deve avvenire il passaggio successivo, ancora rinviato, sui nodi politici. Se quella foto è un modo di eludere questo confronto, allora la foto è un errore. Ma non mi sembra sia così”. Per questo, “sto lavorando” a una casa unica “per coordinare tutte le realtà diverse di quest'area così da presentare una proposta comune nel centrosinistra, Matteo Renzi compreso”.

Meno conciliante Pina Picierno: “Noi siamo partiti dai contenuti e da una visione dell'Italia e dell'Europa, non da una fotografia. A Milano si sono incontrate persone che chiedono una proposta seria, per dare voce a milioni d’italiani che non si riconoscono né nel sovranismo della destra né nel populismo di sinistra”. Schlein riunirà la direzione nazionale del Pd martedì prossimo e sarà l'occasione per rassicurare i riformisti sul fatto che nessuno intende escludere il centro e proporre un'alleanza di 'sinistra-sinistra' per battere Meloni. Giuseppe Conte sarà invece alle prese questo sabato e il prossimo con il confronto deliberativo di Nova. Un modo per arrivare agli appuntamenti di luglio con un bagaglio programmatico già discusso. Oggi, poi, Schlein, Conte e Fratoianni saranno di nuovo insieme a Bologna per la festa della Fiom.

È scontro sui tempi della legge elettorale. Le opposizioni scrivono a Fontana

È scontro sui tempi di esame della legge elettorale. Ieri mattina, il presidente della Commissione Affari Costituzionali Nazario Pagano ha annunciato sia il contingentamento dei tempi di discussione, sia la cancellazione delle sedute previste nel weekend a causa della fiducia che verrà posta oggi sul piano casa. Alla tensione crescente in Commissione è seguita una lettera ufficiale indirizzata da tutte le opposizioni al presidente della Camera Lorenzo Fontana: la richiesta messa nero su bianco è di differire al “prossimo calendario” l'avvio “dell'esame” in Aula, fissato attualmente al 26 giugno, perché la “drastica riduzione dei tempi” non consente un “esame adeguato”. Da parte sua Pagano aveva argomentato così la stretta: “La commissione ha esaminato, a oggi, 10 proposte emendative in 10 ore e 40 minuti di seduta”. Per licenziare il testo “mancano” ancora “460 emendamenti”, di qui la deliberazione di “una durata massima delle dichiarazioni di voto pari a tre minuti per ciascun deputato”. Ma nel concreto, la decisione, ha subito prodotto fibrillazioni e tensioni.

Intanto, il nodo delle preferenze, divisivo sia a destra sia a sinistra, continua a tenere banco nel dibattito. FdI conferma di voler portare in Aula l'emendamento per reinserirle, ma al contempo è alla ricerca di una sintesi con gli alleati di governo che sono contrari (una delle ipotesi sarebbe un emendamento che coniuga le preferenze con i capolista bloccati). La Lega fa muro: “No” risponde il capogruppo in Commissione Igor Iezzi, “Un emendamento di maggioranza non c'è, noi siamo contrari”. Che succederebbe se in Aula passassero le preferenze? “Non credo perché conterete i voti e vi accorgerete che lo stesso Pd voterà contro le preferenze”. In assenza di un accordo tra i leader (che, come già accaduto per altri dossier, potrebbe essere trovato last minute), il rischio di far deflagrare in Aula le spaccature degli alleati di governo è concreto anche se in molti ritengono che sulla questione verrà chiesto il voto segreto e che di fatto affosserà le preferenze.

Alla Camera

L’Assemblea della Camera tornerà a riunirsi alle 9.30 per la discussione generale sul ddl sulla valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario e successivamente per l’esame sul decreto-legge sul piano casa su cui il Governo è intenzionato a porre la questione di fiducia.

  1. C’è un asse Meloni-Sanchez sul bilancio Ue
  2. Costa tenta la fuga in avanti sull’Ucraina di Costa e spacca i 27
  3. Futuro Nazionale di Vannacci accelera e sorpassa la Lega
  4. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli stemperano, nessun veto al centro
  5. È scontro sui tempi della legge elettorale. Le opposizioni scrivono a Fontana
  6. Alla Camera



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