L'Italia rilancia sull'Onu per Hormuz e darà battaglia su Ets al Consiglio Ue

È una guerra da cui vuole tenere lontana l'Italia ma di cui deve gestire le conseguenze e al Consiglio Ue la premier Giorgia Meloni insisterà per rilanciare i tentativi di riportare il conflitto sui binari della diplomazia, coltivato in queste settimane soprattutto nel formato E4, con Francia, Germania e Regno Unito, e punta sulla carta Onu per la sicurezza dello Stretto di Hormuz non appena si potrà intravedere un cessate il fuoco. “È una crisi su cui tutti lavoriamo perché finisca nel più breve tempo possibile”, assicura la premier prima di partire per Bruxelles, dove dovrà muoversi contro Parigi e Berlino nel braccio di ferro per la sospensione del meccanismo Ets sul termoelettrico. 

Infatti, solo Austria, Croazia, Grecia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia hanno firmato con l'Italia una lettera ai vertici Ue per chiedere una “revisione approfondita”, da presentare “al più tardi” entro fine maggio, del sistema Ets che includa “un'estensione delle quote gratuite Ue oltre il 2034”, nonché un approccio “graduale all'eliminazione delle quote gratuite a partire dal 2028”. La posizione di minoranza rende complicata la strada della Meloni su un dossier approfondito alla vigilia del Consiglio Ue anche con il Ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto, reduce dal confronto con gli omologhi a Bruxelles. Se l'asse con Berlino su questo fronte non ha funzionato, quello con Washington da settimane si è decisamente raffreddato, da ultimo per la scelta di Palazzo Chigi di allinearsi con gli europei nell'evitare quell'intervento diretto nello Stretto di Hormuz sollecitato da Donald Trump, che per l'Italia rischierebbe di trasformarsi in un coinvolgimento nel conflitto, una postura stigmatizzata da Steve Bannon, stratega del movimento Maga ed ex consigliere del presidente degli Stati Uniti. 

“Si è tirata indietro”, ha osservato in un'intervista a Repubblica, sostenendo che la Meloni “non è un ponte per l'America con l'establishment politico europeo”. Di certo un segnale della distanza che si è creata in queste settimane tra Roma e Washington. Israele e Usa “probabilmente hanno trovato più difficoltà di quelle immaginate all'inizio” in Iran, ha osservato Guido Crosetto, che per Hormuz rilancia l'idea di una “forza multilaterale Onu”, convinto che “su questo tema potrebbero trovarsi d'accordo tutti”, anche Russia e Cina, per quanto difficile e comunque legata a un momento in cui la situazione sarà stabilizzata. Gli scenari sono stati esaminati in tarda mattinata al Quirinale, alla consueta colazione di lavoro alla vigilia dei vertici europei, con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Meloni e diversi Ministri. Per circa un'ora si è fatto un aggiornamento sugli sviluppi della crisi già approfonditi cinque giorni prima dal Consiglio supremo di difesa. Sono state anche condivise le analisi emerse dalla nuova riunione che si è svolta in mattinata tra Crosetto, Mantovano, i vertici militari e dell'Intelligence. Nelle ore precedenti è stata quasi azzerata la presenza di militari italiani a Baghdad, dove sono rimasti “quelli che proteggono l'ambasciata perché l'ambasciatore ha voluto rimanere”, ha spiegato Crosetto. 

Il Governo taglia le accise di 25 centesimi al litro sulla benzina per 20 giorni

Una mossa anti-speculazione per contenere, con un taglio di 25 centesimi al litro, i costi saliti alle stelle dei rifornimenti dal benzinaio. Giorgia Meloni, a sorpresa, riunisce il Consiglio dei ministri alle sette di sera, quando già la aspettano a Bruxelles, per dare il via libera a un decreto-legge che le opposizioni invocano dall'inizio della guerra, e che ora a tre giorni dal referendum ha, la critica immediata del Pd, un sapore tutto “elettorale”. Il Governo stanzia poco più di mezzo miliardo per fermare subito “gli aumenti ingiustificati” e “la possibile impennata dei prezzi legata alla crisi”, rivendica invece la premier, che la scorsa settimana in Parlamento aveva chiesto tempo per valutare bene come calibrare un intervento che è a tempo ma che l'esecutivo è pronto a prorogare se la crisi non dovesse rientrare. Il Cdm dura appena mezz'ora. Per tutta la giornata Mef, Mase e Palazzi Chigi studiano come chiudere un pacchetto che la premier vuole approvare prima di affrontare sul ring europeo l'altra battaglia, quella sugli Ets che aggravano le imprese energivore. 

Meloni ha chiamato Gilberto Pichetto e Giancarlo Giorgetti per fare un punto in mattinata, prima di andare insieme a loro e agli altri Ministri alla consueta colazione con Sergio Mattarella al Quirinale che precede il vertice Ue. In quella sede la premier avrebbe preannunciato al presidente della Repubblica l'intenzione di agire con un decreto-legge che dovrebbe andare subito in GU. Subito dopo viene diramato l'alert a tutto l'esecutivo sul “possibile” Cdm serale, che rimane al condizionale fino a un'ora prima della convocazione. Far tornare i conti e reperire i fondi non è semplice e le ipotesi sul tavolo sono diverse: in alcune bozze viene rispolverato il bonus carburanti, da abbinare ai beneficiari della social card, ma Meloni vuole un intervento generalizzato, che non incida sulle sole fasce più deboli. Alla fine, si va al taglio delle accise per 20 giorni che si traduce nei 25 centesimi di meno alla pompa, una misura perorata da Matteo Salvini, che a Milano incontra i rappresentanti del settore e lancia anche l'idea, già adottata da Viktor Orban, di un “tetto” al prezzo di benzina e diesel. 

I tecnici in effetti lo valutano ma solleva troppi problemi (non da ultimo quello della concorrenza in un libero mercato) e la misura viene abbandonata in favore delle accise. C'è poi anche il rafforzamento dei poteri ispettivi di Mr. Prezzi e le “sanzioni” che colpiranno benzinai ma anche fornitori che si dovessero dimostrare speculatori. Per gli autotrasportatori si rispolvera invece il credito d'imposta già applicato allo scoppio della guerra in Ucraina, esteso alla pesca al 20%. È Salvini, e non la premier, ad annunciare per primo il “sostanzioso” calo delle accise approvato dal Cdm, quando la riunione è finita da nemmeno dieci minuti. In contemporanea, peraltro, Antonio Tajani diffonde un video per assicurare che già da subito automobilisti e autotrasportatori potranno godere delle misure anti-rincari. Da ultima è Giorgia Meloni a spiegare prima al Tg1 delle 20.00, poi nell'oramai abituale video social quando si tratta di decisioni di rilievo, che è grazie agli interventi del Governo se i rincari in Italia sono stati meno pesanti che in altri paesi europei e ad assicurare che l'esecutivo vigilerà perché “i soldi degli italiani non finiscano agli speculatori”. 

Il sì lancia la volata finale per il referendum. Pier Silvio Berlusconi in campo

“Tocca a voi”: Giorgia Meloni affida a un vero e proprio video-tutorial diffuso sui social uno degli ultimi appelli della campagna referendaria sulla giustizia. “Cari italiani”, esordisce la presidente del Consiglio, “il 22 e il 23 marzo siamo tutti chiamati a votare”. Prima le coordinate temporali: domenica dalle 7.00 alle 23.00, lunedì dalle 7.00 alle 15.00, poi le istruzioni pratiche: al seggio, ricorda, bisogna presentarsi “ovviamente con un documento d’identità e con la tessera elettorale”. Infine, il gesto simbolo del voto. La premier mostra direttamente come tracciare la X sulla scheda: “Dovete mettere una croce sul Sì, qui”, spiega, mentre la telecamera stringe sul quesito della riforma e sulla matita. La ripresa alterna il piano americano della presidente, seduta allo scrittoio di Palazzo Chigi, al dettaglio del quesito. Con un linguaggio semplice, quasi didattico, Meloni parla direttamente agli elettori: “È importante sapere che non c'è il quorum. Il risultato sarà valido qualunque sia l'affluenza. Questo significa che la differenza la fa chi va a votare”, un concetto che la premier ha già ribadito più volte, parlando di una “occasione storica per rendere la giustizia più meritocratica, più responsabile, più efficiente, più giusta”. Un’opportunità avverte, che “potrebbe non tornare”. 

Certamente raccoglierà l'invito, tra gli altri, Pier Silvio Berlusconi. Il figlio del Cavaliere, amministratore delegato e presidente di Mfe-MediaForEurope, interviene a margine di un incontro con la stampa negli studi Mediaset di Cologno Monzese e sembra quasi rispondere a un richiamo alle armi: “Da cittadino dico senza alcun problema che votare è importante, perché è una questione fondamentale per il nostro Paese. Io voterò, non so se domenica o lunedì mattina. Voterò convintissimamente Sì, non per motivi politici ma di civiltà e modernità, per essere al passo con i tempi di un Paese democratico, civile e moderno”. Non è una questione di schieramenti, di destra o sinistra, ma di modernità. E rivolgersi direttamente ai cittadini, osserva Berlusconi, “è la cosa giusta”. Del resto i cittadini sono i protagonisti di questa riforma, essendone i principali beneficiari. 

È questo il pensiero del Ministro della Giustizia Carlo Nordio: “La riforma non è contro qualcuno, ma nell'interesse dei cittadini e del buon funzionamento della giustizia. È importante votare Sì. Con la riforma interveniamo su nodi strutturali che da anni rallentano il sistema, migliorando i criteri di valutazione dei magistrati e introducendo elementi di maggiore equilibrio e responsabilità”. Intanto, la campagna entra nelle sue ultime ore. Domani i comitati promotori del Sì si ritroveranno per un evento conclusivo in via Palermo, a Roma, mentre Meloni sarà ospite di Fedez e Mr. Marra Pulp Podcast. Sul fronte del No, si attendono invece, sempre venerdì, le chiusure della segretaria del Pd Elly Schlein a Milano e del leader M5S Giuseppe Conte a Roma. Poi scatterà il silenzio elettorale e la parola passerà alle urne. 

Il Comitato del No riunisce i leader Pd-M5S-Avs a Piazza del popolo 

L'ultimo miglio per il comitato del No alla riforma sulla Giustizia va in scena a Roma sotto una pioggerella sottile. Alla manifestazione organizzata dal Comitato della società civile per il No al referendum con la Cgil di Maurizio Landini e i leader del Pd, M5S, Avs (Elly SchleinGiuseppe ConteAngelo Bonelli e Nicola Fratoianni) sventolano anche le bandiere di associazioni come Anpi e Arci e dei partiti, mentre un enorme lenzuolo bianco a forma di enne abbraccia piazza del Popolo così come una grande bandiera della pace. “No a giudici assoggettati alla politica”, “difendiamo la nostra bella Costituzione, che come tutte e tutti noi è una Costituzione antifascista”, ha detto al comizio la segretaria dem. “Questa riforma la vuole un Governo che pensa che chi prende un voto in più non deve essere giudicato. Noi vinceremo le prossime elezioni ma vogliamo essere controllati”, ha sottolineato riferendosi alle parole del ministro Carlo Nordio. “Se vince il No ci evitiamo una riforma pericolosa e sbagliata per i cittadini”, aveva detto poco prima di incrociare nel retropalco il presidente M5S Conte con cui si era scambiata 'l'abbraccio del campo progressista davanti ai fotografi. “La giustizia può migliorare ma non mettendo i giudici sotto il Governo”: a questo “diciamo no”, ha puntualizzato la Schlein con lo sguardo alle politiche. 

Anche Giuseppe Conte aveva precisato: “al governo ci andremo, ma a questa riforma diciamo no”. Per entrare così nel merito del referendum: “Ci sono state e ci possono ancora essere derive correntizie” nell'autogoverno della magistratura ma la riforma del centrodestra nasconde “un'altra verità: è un progetto politico che nasce da un'onda lunga. La politica, e soprattutto chi ha responsabilità di governo, non accetta il controllo di legalità, l'elemento cardine dell'ordinamento democratico: la legge è uguale per tutti. Ci vogliono far tornare all'ancien regime, al re, al monarca, al sultano non assoggettati alla legge”. “Dobbiamo comunicare a Carlo Nordio, Giorgia Meloni e alla maggioranza di governo che neanche in Ungheria hanno scritto che i giudici non sono liberi, neanche nella Repubblica iraniana. Quando vuoi colpire l'indipendenza dei giudici non lo scrivi da nessuna parte, lo fai”, ha osservato Nicola Fratoianni. Per Angelo Bonelli “non si possono violentare e offendere l'intelligenza degli italiani” né “sfregiare la Costituzione”, e infatti, ha proseguito, “c'è un’inarrestabile avanzata del No, perché c'è una inarrestabile indignazione del popolo italiano, degli italiani, di fronte alle bugie inaccettabili della presidente del Consiglio, che si dovrebbe vergognare per quello che ha detto in questi giorni, affermare che se vincerà il no verranno liberati stupratori, pedofili, spacciatori. Una vergogna che in qualunque altro Paese civile avrebbe accompagnato la presidente del Consiglio verso le dimissioni”. 

La Lega rilancia sul decreto sicurezza su zona rossa e tutela degli agenti 

Si fa più incisiva la stretta su reati e gestione dell'ordine pubblico introdotta dal decreto sicurezza, all'esame del Senato. A rilanciarla è la Lega che, fedele alla sua storica battaglia, in alcuni emendamenti propone che nei cortei ci sia una zona rossa a tutela degli agenti. Un'area che sia “invalicabile” per i manifestanti, che devono tenersi a 10 metri di distanza rispetto alle forze dell'ordine in campo. Il partito di Matteo Salvini insiste pure sul reinserimento della cauzione da pagare in caso di danni provocati durante una manifestazione e sullo “sgombero rapido” delle seconde case occupate, complessivamente 25 emendamenti che si aggiungono ai 4 condivisi da tutto il centrodestra per incentivare i rimpatri dei migranti e potenziare personale e servizi delle Forze dell'ordine. Ai 123 correttivi della maggioranza si contrappongono gli oltre 1.000 delle opposizioni. Il bilancio totale conta 1.215 emendamenti (compresi i 14 del Comitato della legislazione, che ha ammonito sui rischi incostituzionalità in alcune parti del provvedimento) che dovrà vagliare la Commissione Affari costituzionali il 24 marzo, subito dopo il referendum. 

Nel mirino soprattutto il fermo preventivo di 12 ore per persone ritenute pericolose in vista di un corteo e il cosiddetto scudo per gli agenti ed esteso a tutti coloro che, avendo commesso un reato con una causa di giustificazione, vengano iscritti in un registro indagati ad hoc. Tante quindi le modifiche soppressive chieste dall'opposizione specie sulle norme su scudo e manifestazioni pubbliche, sposate anche dal Pd. I Dem intervengono pure sul fronte dei migranti proponendo il permesso di soggiorno per radicamento sociale (per chi è in Italia da almeno tre anni e “dimostri di essersi integrato nel tessuto civile e sociale”) mentre il M5S chiede di potenziare le iniziative per i minori a rischio devianza, visto che il decreto prevede anche nuovi reati per colpire i cosiddetti “maranza”. Dalla maggioranza, a parte le modiche rilanciate dai singoli partiti e concentrate su organici e tutele delle Forze dell'ordine, si scommette sui rimpatri volontari. La novità è ora il compenso di 615 euro per gli avvocati che danno consulenza legale ai migranti interessati a rientrare nel loro Paese, cifra pari a quella già prevista per uno straniero che accetta di rimpatriare oggi, una mossa per far crescere i rientri a casa che nella relazione illustrativa dell'emendamento si ricorda sono in media 800 l'anno. 

  1. L'Italia rilancia sull'Onu per Hormuz e darà battaglia su Ets al Consiglio Ue
  2. Il Governo taglia le accise di 25 centesimi al litro sulla benzina per 20 giorni
  3. Il sì lancia la volata finale per il referendum. Pier Silvio Berlusconi in campo
  4. Il Comitato del No riunisce i leader Pd-M5S-Avs a Piazza del popolo 
  5. La Lega rilancia sul decreto sicurezza su zona rossa e tutela degli agenti 



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