Meloni oggi incontrerà Rubio: focus su Hormuz e Libano
Ad accogliere Marco Rubio nel cortile d'onore di Palazzo Chigi sarà Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, che poi riceverà l'ospite nel suo studio dopo un breve saluto davanti a giornalisti e fotografi nella Sala dei Galeoni. Sin dal cerimoniale, l'incontro con il segretario di Stato viene inquadrato come una “visita di cortesia”. È facile immaginare che si parli dell'incontro tra Rubio e Leone XIV, che è il cuore della missione del Ministro di Donald Trump, e su questo tema la premier non potrà che sottolineare come sia impossibile per un capo di Governo italiano non esprimere il sostegno del governo “a ogni azione e parola” del Papa. Ma il clou del confronto diplomatico Italia-Usa è atteso nell'incontro previsto alla Farnesina tra segretario di Stato e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, suo omologo. Alla vigilia Meloni è stata impegnata in tre bilaterali, uno dopo l'altro: con il successore di Viktor Orban, Peter Magyar (si insedierà sabato come primo ministro), ha “confermato la solidità delle relazioni Italia-Ungheria”; con il premier libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh per un'ora e mezza ha discusso di progetti comuni sul gas e contrasto all'immigrazione irregolare (anche di cooperazione in materia di espulsioni e rimpatri volontari, dicono da Tripoli); e con Donald Tusk ha messo le basi per un nuovo Accordo di Amicizia con la Polonia.
Ora il focus è sulla visita di Rubio, preceduta nelle scorse settimane dagli attacchi di Trump a Meloni che hanno fatto calare il gelo tra Roma e Washington. Dall'Ucraina all'Iran, passando per l'Africa, non mancano i dossier di politica internazionale che saranno approfonditi con Tajani (all'incontro potrebbe esserci anche il Ministro della Difesa Guido Crosetto) e potrebbero comunque essere affrontati anche a Palazzo Chigi. Sulla crisi nello Stretto di Hormuz l'Italia ribadirà la disponibilità a partecipare con due navi cacciamine a una missione internazionale dopo un cessate il fuoco stabile e con il via libera del Parlamento. Non potrà, però, bastare l'informativa “su tutta la situazione politico militare nell'area” che Tajani e Crosetto dovrebbero tenere mercoledì prossimo alle 8.30 davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite.
Per dare il via libera all'operazione, per cui le due navi hanno condotto esercitazioni (hanno tempi di percorrenza di circa venti giorni fino ad Hormuz), serve una risoluzione votata in Aula su comunicazioni, e ancora questo passaggio non è previsto. I dettagli operativi potrebbero essere approfonditi anche nei confronti che Crosetto avrà in una missione negli Usa, dove al Pentagono dovrebbe incontrare il suo omologo Pete Hegseth. Sul tavolo c'è anche il dossier Libano: gli americani sono consapevoli del radicamento nell'area dell'Italia, che punta a essere protagonista al di là della scadenza della missione Unifil, colpita ancora da un missile caduto nella base di Shama, sede del contingente italiano. In questo scenario d’instabilità geopolitica, l'Italia finalmente si prepara ad adottare una “Strategia di sicurezza nazionale”, come fanno molti Paesi G7, a partire dagli Usa, con la “National Security Strategy”, che ciascun presidente rinnova, come fece a novembre Trump con le 33 pagine in cui di fatto scaricava l'Europa.
Meloni ha infatti varato un Dpcm in cui si prevede che verrà adottata dal presidente del Consiglio su proposta del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr): indicherà gli interessi fondamentali da salvaguardare da crisi sistemiche e minacce ibride, gli obiettivi strategici, le politiche e gli strumenti per la prevenzione e il contrasto dei fattori di minaccia e di rischio, un modo, si legge nel Dpcm, per garantire “la più efficace capacità di risposta dell'apparato pubblico, eliminando possibili incertezze, ovvero sovrapposizioni o duplicazioni di attività”.
Meloni spinge sulla legge elettorale. Lunedì un nuovo vertice di maggioranza
La volontà di andare avanti c'è tutta ma sul come ancora non c’è chiarezza, tanto che la maggioranza si siederà di nuovo attorno a un tavolo, probabilmente già lunedì, per fare un punto sulle “autocorrezioni” da apportare alla legge elettorale. E stavolta non ci saranno solo Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, ma i leader saranno accompagnati dagli esperti dei rispettivi partiti e da chi, in Parlamento, sta portando avanti la riforma e pure il tentativo, per ora ufficialmente respinto, di aprire un dialogo con le opposizioni. Dopo averli visti a Palazzo Chigi, peraltro, la premier avrebbe risentito gli alleati anche ieri e consegnato loro il messaggio che “è ora di trovare una soluzione comune anche con le opposizioni”, con la consapevolezza che lo scoglio da superare è soprattutto quello del premio di maggioranza. Al momento per le minoranze il testo del centrodestra rimane “irricevibile”, come continua a ribadire il Pd. Ma gli accordi “si fanno in due”, osserva il ministro Tommaso Foti.
Avanzino proposte e si può discutere, insistono dal suo partito, mentre il presidente della Commissione Affari costituzionali, l'azzurro Nazario Pagano, apre a un “comitato ristretto” per stabilire insieme le modifiche. “Le regole del gioco devono essere sempre il più condivise possibile”, è l'auspicio del presidente della Camera Lorenzo Fontana che ricorda il precedente virtuoso della riforma del regolamento interno di Montecitorio. Certo, la legge elettorale è tutt'altra partita e le difficoltà non stanno solo nella riuscita o meno di un coinvolgimento delle opposizioni. Se l'intesa di massima è stata confermata nell'ultimo vertice dei leader, sui dettagli ancora non c'è piena sintonia tra alleati; restano giorni complicati per la maggioranza, che ancora deve assorbire del tutto il colpo del referendum sulla giustizia. Al caos delle ultime settimane c'è chi attribuisce sia gli incidenti in Parlamento come quello sulla nomina di un componente dell'ispettorato sul nucleare sia il battibecco continuo tra Matteo Salvini e il collega della Cultura Alessandro Giuli, che creerebbe non poca irritazione a Palazzo Chigi.
Sulla riforma, però, punti fermi comuni restano, a partire da una legge che garantisca “sia la rappresentanza sia la governabilità”, puntualizza Lupi, ribadendo l'apertura al “dialogo con le opposizioni”. Ma ad esempio la battaglia per le preferenze la sposano FdI e Nm, che dovrebbero presentare un emendamento; Lega e pure Forza Italia sul punto sono fredde assai. Ma il partito di Salvini e quello di Tajani sono distanti anche sulla proposta messa a verbale dagli azzurri e ribadita sempre da Pagano: attribuire il premio in modo proporzionale dopo il voto, togliendo il listino. C'è poi il nodo del “coordinamento tra Camera e Senato” oltre a quello dell'entità del premio di maggioranza, uno dei punti più contestati dalle opposizioni. “Ridurre i 70 deputati e i 35 senatori” è “un'ipotesi su cui la maggioranza potrebbe confrontarsi” dice ancora Pagano, ospite con il collega di FdI Giovanni Donzelli, Dario Parrini del Pd e Alfonso Colucci del M5S ed Ettore Rosato di Azione di un dibattito moderato dal professor Roberto D'Alimonte in cui non sono mancate le scintille. La Lega era assente, pure se “era stata invitata”. Ma Salvini, ha spiegato D'Alimonte, “ha detto di no perché la Lega si deve occupare di altro”. Da lunedì però dovrà tornare ad occuparsene.
Schlein parla ai riformisti: “Pd casa vostra ma non rinuncio a posizioni chiare”
La memoria di un grande tessitore come Aldo Moro ha offerto ai riformisti Pd l'occasione per mostrarsi con Elly Schlein dopo l'uscita dal partito della deputata Marianna Madia, approdata in Iv. A Roma, alla presentazione di un libro sullo statista Dc la segretaria sedeva al tavolo di presidenza e il messaggio è stato chiaro; Schlein ha rassicurato: “Dispiace sempre quando qualcuno decide di andarsene, Madia è stata anche mia compagna di banco quando sono arrivata. Le idee riformiste continueranno ad avere piena cittadinanza nel Pd”. Poi, però, un avvertimento: “Uniti e compatti, ma con un’idea chiara”, cioè: “Continueremo a fare il nostro lavoro in una logica unitaria, inclusiva, che rispetta il pluralismo” e per questo, “non penso” che ci sia il pericolo di altre uscite riformiste, dopo quella di Madia. Però attenzione: il partito “vuole avere delle posizioni chiare, quelle che hanno convinto tanta gente a ridarci fiducia”. Tradotto: bene il dialogo, ma spetta a me tirare le somme e dare la linea, come quella “testardamente unitaria”, che dal “minimo storico” toccato dal partito dopo il voto del 2022 ha portato il Pd a essere “la prima forza di opposizione, saldamente il perno attorno a cui costruire l'alleanza progressista, insieme dei nostri alleati”.
Da Bologna, però, Romano Prodi ha sparso scetticismo: l'opposizione “non è pronta a offrire un'alternativa di governo. Prima di tutto perché non si sa con quale legge elettorale si va”. La questione riaperta dall'uscita di Madia è quella del centro, della formazione che potrebbe nascere per rappresentare il centro del centrosinistra. Se prima o poi affiorerà, altri riformisti potrebbero essere tentati di lasciare il Pd, come il senatore Graziano Delrio e gli europarlamentari Giorgio Gori e Pina Picierno. Alla presentazione del libro su Moro, il centro che guarda a sinistra ha affiancato la segretaria: Pier Ferdinando Casini da una parte e Dario Franceschini dall'altra del tavolo di presidenza. Per Franceschini, chi si dilettasse a immaginare dove oggi sarebbe Moro dovrebbe pensare all'esperienza del centrosinistra, “più che a un centro autonomo, che mi pare una nostalgia già inevitabilmente superata dei percorsi della storia”. Ad accogliere Madia è stato Matteo Renzi: “La scommessa non è costruire un centro alternativo ai due poli, ma far sì che le idee riformiste abbiano cittadinanza (e peso) dentro le coalizioni”.
Intanto, nel totonomi dei leader della formazione centrista che ancora non c'è, ha fatto capolino anche l'ex capo della polizia Franco Gabrielli, che però ci ha scherzato su: “Se non hanno di meglio è il segno di una sorta di disperazione”. Ad ascoltare Schlein a Roma, esponenti di maggioranza Pd come i capigruppo Chiara Braga e Francesco Boccia e diversi riformisti, come i parlamentari Filippo Sensi e Simona Malpezzi e lo stesso Delrio, che ha parlato a lungo col deputato Paolo Ciani, segretario di Demos. A proposito di scenari centristi, insieme stanno organizzando un appuntamento con Prodi. “Noi lavoriamo, come riformisti, dentro il Pd”, ha però chiarito Delrio. Della pattuglia riformista fa parte anche la senatrice Sandra Zampa, vicina a Prodi. “Se sono in uscita dal Pd? No, ma penso che il Pd debba rafforzarsi nel pluralismo e non radicalizzarsi”. La corsa è a rassicurare.
Meloni vola a Baku per rafforzare le forniture di gas e petrolio
Giorgia Meloni vola da Yerevan, in Armenia, dove prende parte al vertice della Comunità Politica Europea, a Baku, inAzerbaigian, per mettere in sicurezza gli approvvigionamenti energetici dell'Italia. Dopo il viaggio in Algeria, alla fine di marzo e quello nel Golfo alla vigilia di Pasqua, Baku s’inserisce nella “diplomazia dell'energia”, spiega la premier, che “serve a difendere i nostri interessi, non semplicemente sul piano episodico, ma sul piano strutturale di lungo termine”. Nella missione ad Algeri, la prima Ministra aveva ottenuto di aumentare le forniture di gas a disposizione proveniente dal Paese nordafricano; nel Golfo la Meloni aveva fatto un discorso analogo, confermando allo stesso tempo l’intenzione da parte dei grandi gruppi, a partire da Eni, di continuare a investire nella Regione; in Azerbaigian la presidente del Consiglio raccoglie l'invito di Ilham Aliyev e parla di un “salto di qualità” della cooperazione già importante tra i due Paesi, tanto da trasformarla in una sorta di “coordinamento politico permanente” per programmare le priorità. L’Italia è il primo mercato di destinazione dell’export azero, con una componente prevalente nel settore energetico, che rappresenta il pilastro della cooperazione tra le due nazioni.
L’Azerbaijan è il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale rispettivamente): il gas arriva attraverso il Corridoio meridionale, di cui il Trans-Adriatic Pipeline (Tap) rappresenta il tratto finale; dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia via Tap circa 45 miliardi di metri cubi. In un contesto internazionale segnato da incertezza e instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento e sulla sicurezza dei flussi energetici, Meloni e Aliyev hanno parlato di come consolidare il rapporto lavorando non solo sui volumi delle forniture ma, precisa la premier, “soprattutto sulla qualità del partenariato industriale lungo tutta la filiera”, perché energia e connettività sono “due facce della stessa medaglia”. Roma sostiene Baku perché rafforzi il ruolo di “snodo fondamentale” di energia “tra Europa e Asia”. Nella seconda metà dell'anno è previsto un Business Forum a Baku. Sul tavolo del colloquio ci sono le principali questioni dell’attualità internazionale, dalla guerra in Ucraina alla situazione in Iran e le relative dinamiche regionali, con attenzione agli sviluppi e ai possibili impatti sulla sicurezza.
I sondaggi della settimana
Nei sondaggi realizzati dall’Istituto SWG il 4 maggio, tra i partiti del centrodestra Fratelli d’Italia scende al 43,6%. In seconda battuta, il Partito Democratico sale al 21,8%. Terza forza nazionale il Movimento 5 Stelle che perde 0,1 punti attestandosi al 12,4%. Tra le altre forze del centrodestra, Forza Italia scende all’7,5%, e la Lega scende al 6,1%. Nella galassia delle opposizioni, AVS è in crescita al 6,9%. I centristi vengono rilevati singolarmente con Azione (3,5%), IV (2,5%), +Europa (1,6%) eNoi Moderati (1,2%). Infine, Futuro Nazionale, che resta stabile e si attesta al 3,6%.

La stima di voto per la coalizione di centrodestra (FdI, Lega, FI, Noi Moderati) scende al 43,6%. Il centrosinistra (Pd, All. Verdi Sinistra) è in crescita al 28,7% delle preferenze; fuori da ogni alleanza, il M5S scende all’12,4%. A chiudere il Centro, in crescita e si attesta al 7,6%, e Futuro Nazionale, che rimane stabile al 3,6%.

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