Le riforme costituzionali continueranno a tenere banco anche durante la prossima settimana. Renzi e la maggioranza del Partito democratico contano di iniziare a votare gli emendamenti a partire dalla seduta di lunedì. I quasi ottomila emendamenti non spaventano, il loro numero potrebbe infatti essere rivisto al ribasso dopo accorpamenti e giudizio di ammissibilità. Nei piani dei renziani si potrebbero anche tenere lunghe sedute notturne per evitare di rinviare i lavori a settembre. Un intendimento che potrebbe non bastare per sconfiggere l'ostruzionismo dei frondisti di Pd e Forza Italia, che possono contare su alcune garanzie regolamentari. Finora, inoltre non è stato previsto alcun contingentamento dei tempi ma un interrogativo, tuttavia, avanza con il trascorrere delle ore: il governo, se da un lato è disposto a discutere nel merito, alcune modifiche proposte, dall'altro, di fronte ad un ostinato ostruzionismo, potrebbe in qualche modo davvero usare la “ghigliottina” dietro il parere positivo della presidenza del Senato. Un progetto che non sembra trovare d'accordo il presidente Pietro Grasso, che non vorrebbe passare alla storia come il presidente che limitò il dibattito sulle riforme costituzionali. Dietro l'angolo potrebbe però esserci un complicato ingorgo di provvedimenti in attesa di approvazione. Tanto che nessuno è ancora in grado di garantire una tempistica precisa. In attesa di approvazione è, ad esempio, il decreto-legge sulla pubblica amministrazione, attualmente all'esame della commissione Affari costituzionali della Camera. È atteso in Aula, in prima lettura, la prossima settimana, ma dopo il dl sulle carceri e l'efficienza della giustizia. Il dl va convertito entro il 24 agosto. Il ddl con le proposte di modifica più preganti, approvato in Consiglio dei ministri giovedì scorso, non comincerà il suo iter prima di settembre. La prima vittima dell'allungamento dei tempi sulle riforme costituzionali potrebbe essere il decreto-legge sulla competitività, da convertire entro il 23 agosto. Sarebbe dovuto arrivare nell'aula di Palazzo Madama nella giornata di lunedì ma, con tutta probabilità, sarà fatto slittare alla fine della settimana prossima. Un calendario molto fitto che fa presumere un utilizzo massiccio della questione di fiducia per evitare un ulteriore allungamento dei tempi o – peggio ancora – la decadenza dei  provvedimenti urgenti già licenziati da Palazzo Chigi. Rischia concretamente di essere “rimandata a settembre” anche la delega sul diritto del lavoro, testo spinoso su cui punta molto il presidente del Consiglio. Non dovrebbero invece subire particolari rallentamenti i due decreti legislativi di attuazione della delega fiscale.  Il governo ha varato i primi due decreti delegati sul 730 precompilato e altre semplificazioni e sul catasto, con le indicazioni per le commissioni censuarie. I testi sono stati trasmessi per i pareri alle commissioni competenti, che hanno tempo fino a fine luglio per esprimersi. Sarà poi l'esecutivo a decidere se approvare e presentare alle Camere un nuovo decreto-legge “Sblocca-Italia” per garantire la ripartenza di alcune importanti opere pubbliche. L'articolato potrebbe essere votato dai Ministri durante la prossima settimana.

L'agenda costellata di impegni non è un problema per Matteo Renzi, che ha annunciato il voto in prima lettura sul disegno di legge Boschi entro quindici giorni. Come se il gioco di sponda tra i frondisti di Pd e Forza Italia – in collaborazione con Sel, Movimento 5 stelle e Lega – non si fosse mai registrato. A sparigliare le carte in tavola potrebbe essere anche l'ala maggioritaria del partito del centrodestra, che non avrebbe gradito l'ennesima apertura nei confronti dei pentastellati sul fronte della modifica della legge elettorale. L'incontro tra il segretario del Pd e gli emissari di Grillo e Casaleggio si è concluso con un invito al dialogo ed un appello al reciproco rispetto. Parole che hanno finito per mettere in allarme Berlusconi, che teme di essere condannato all'irrilevanza politica nonostante il suo forte sostegno alle riforme di marca renziana.

Intanto Pier Carlo Padoan, titolare dell'Economia, ha garantito che non ci sarà nessuna manovra nei mesi autunnali e che il provvedimento sugli “80 euro” diventerà strutturale dopo l'approvazione della prossima legge di stabilità. Parole che non hanno trovato il sostegno delle opposizioni. Renato Brunetta, economista e capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, ha definito “omissiva” la relazione svolta da Padoan di fronte alla Camera. Per il centrodestra, gli attuali indicatori macroeconomici non permetterebbero di evitare un ritocco dei saldi di finanza pubblica attraverso una manovra di assestamento. La tanto agognata ripresa tarda ad arrivare e, di questo passo, non sarebbe possibile fare altrimenti.

Nelle prossime ore saranno al centro dell'attenzione anche le nomine per la Commissione europea. Renzi sembra deciso a puntare ancora sul ministro degli Esteri Mogherini. Scelta che finora non ha dato frutti.



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