Inaugurato il nuovo ponte di Genova. Mattarella chiede giustizia

Dopo 720 giorni dal crollo del ponte Morandi (14 agosto 2018, 43 morti) e 476 dall'inizio della ricostruzione, Genova e l'Italia hanno un nuovo viadotto, il Genova San Giorgio. Cerimonia sobria, per l'inaugurazione come aveva chiesto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha invocato “un rigoroso accertamento delle responsabilità” per quel crollo: “Le responsabilità non sono generiche, hanno sempre un nome e un cognome. Sono sempre frutto di azioni che dovevano essere fatte o di omissioni che non dovevano essere compiute. Quindi è importante che vi sia un'azione severa, precisa e rigorosa di accertamento delle responsabilità”. Il capo dello Stato lo ha detto incontrando i familiari delle vittime, in forma privata, in prefettura. “Oggi Genova riparte forte della sua operosità, come ha fatto in tanti momenti della sua storia, confidando nella forza del lavoro. Mostra un Paese che, a dispetto degli stereotipi, sa rialzarsi, che sa tornare a correre”, ha detto il premier. “Il Ponte crea una nuova unità, genera nuova fiducia, ha la funzione di riavvicinare i cittadini di Genova, dell'Italia intera, allo Stato”, aggiunge, sottolineando che il ponte “è un mirabile frutto del genio italico”. Poi ricorda che “è ancora troppo acuto il dolore della tragedia”.  

Conte rilancia la politica del rigore sull’immigrazione

Spaventato dai pronostici che vedono il Governo a rischio scivolone sulla questione migranti, Giuseppe Conte opta per la linea dura e dice stop agli ingressi irregolari, promettendo più rimpatri. Il premier insegue Matteo Salvini e, soprattutto, si adegua alla direzione dettata da Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri tiene il punto e, in un colloquio telefonico con l’Alto Rappresentante UE per la Politica estera e di sicurezza Josep Borrell Fontelles, è tornato a chiedere “un impegno sia sul fronte della redistribuzione che dei rimpatri”. Insomma, pur non retrocedendo ancora sulla modifica ai decreti Salvini, i giallorossi optano per un’impostazione più rigorista soprattutto dopo l'ok al finanziamento alla cosiddetta guardia costiera libica che ha creato non pochi malumori. Quello dell'immigrazione è un argomento su cui l'elettorato italiano è sensibile da sempre, ma che diventa scottante in epoca di contagi da Coronavirus, ed è fin troppo facile da cavalcare per l'opposizione, specialmente in vista delle Regionali e dei possibili rimpasti di Governo o di nuove maggioranze. Per questo Conte non ha utilizzato mezzi termini. 

Salvini e Zaia smentiscono possibili scissioni e contrasti: solo fantasie

Nessun problema con la base della Lega. Matteo Salvini smentisce le ipotesi di scissione nel Carroccio liquidandole come “fantasie”. Certo, il passaggio dalla Lega Nord di bossiana memoria, su cui pesano i 49 milioni, al partito nazionale Lega-Salvini Premier non è stato indolore. Secondo il quotidiano la Repubblica, il 30% dei vecchi iscritti non avrebbe fatto la tessera per la creatura del Capitano. Luca Zaia lo segue; nessun malumore a Nord Est: “Non c'è né scissione né scalata. Noi veneti siamo sempre quelli di prima, abbiamo sempre lo stesso obiettivo che è l'autonomia, dettiamo l'agenda di Governo rispetto all'autonomia. Non abbiamo mai smentito le nostre radici e le nostre origini”. Inventati, a suoi dire, anche i rumors che parlano di contrasti con Salvini per le sue esternazioni sulla pandemia e i selfie senza mascherina.  I big fanno quadrato intorno al Capitano. Giancarlo Giorgetti, vicesegretario dato in rotta di collisione con Salvini, è intervenuto alla festa della Lega Romagna chiarendo che lascerebbe il Carroccio solo “se Salvini rinunciasse al motivo per cui io sono entrato nella Lega, cioè sostanzialmente il fatto che i popoli hanno il loro potere di autodeterminazione e, quindi, ciascuno in qualche modo deve poter avere i suoi stati di autonomia; allora a quel punto vorrebbe dire che la Lega non è più casa mia”. Ma non c'è pericolo, ha assicurato Giorgetti, “noi continuiamo a portare avanti le battaglie”. 

La riforma della legge elettorale e il referendum agitano la maggioranza 

L'obiettivo resta quello di approvare una nuova legge elettorale entro il 20 settembre in un ramo del Parlamento. Nicola Zingaretti ha avvertito gli alleati e non cambia idea: troppo rischioso, per il Pd, dare il via libera definitivo alla riduzione del numero dei parlamentari, con l'approvazione del referendum costituzionale, senza prima aver portato a casa i correttivi previsti nell'accordo di maggioranza, dall'ok a un sistema proporzionale fino al superamento della base regionale per l’elezione del Senato, per far fronte ad alcuni problemi di rappresentanza nelle Regioni piccole. In realtà un'altra possibile exit strategy potrebbe arrivare il 12 agosto, quando la Corte costituzionale è chiamata a esprimersi sui ricorsi presentati alla riforma costituzionale di riduzione del numero degli eletti. Due di essi (presentati dal comitato promotore e da +Europa) ritengono illegittimo l'abbinamento della consultazione referendaria con le elezioni Amministrative e Regionali, mentre un altro, presentato dalla Basilicata, vuole intervenire sul merito, puntando il dito sulla mancata garanzia di rappresentanza per le Regioni più piccole. 

Nel M5S è partito il pressing per un rimpasto. Zingaretti frena

Un rimpasto per rafforzare il Governo prima delle elezioni regionali, per anticiparne eventuali contraccolpi. Il suggerimento al premier Giuseppe Conte viene da un pezzo di M5S, alla vigilia della pausa ferragostana. Raccoglie un pressing che si leva da gruppi parlamentari in ebollizione, come dimostra l'assemblea fiume diventata sfogatoio contro il direttivo della Camera. Da Palazzo Chigi smentiscono: finora Conte ha sempre negato di voler mettere mano alla sua squadra. Ma le voci sono tanto insistenti che Nicola Zingaretti alza il telefono per rassicurare il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Comunque sia c’è molta fibrillazione; il caso del ministro Vincenzo Spadafora, con la possibile restituzione della delega allo Sport, viene messo in stand by da un incontro con i vertici M5S e i parlamentari pentastellati che si erano opposti alla sua riforma. Diversi parlamentari M5S continuano a spingere per sparigliare le carte. Nel mirino ci sarebbero nomi come Nunzia Catalfo, considerata dall'ala più a destra del Movimento troppo vicina ai sindacati, e Lucia Azzolina, che sarebbe però difesa dai parlamentari vicini a Di Maio. Più difficile viene considerato strappare al Pd una casella come il Ministero dei Trasporti. Paola De Micheli è uno dei nomi che si fanno tra i Dem che più spingono per il rimpasto, ma semmai al suo posto andrebbe un altro Dem. 

C’è l’intesa sui licenziamenti. Decreto agosto in Cdm 

Blocco dei licenziamenti per tutti ancora fino a metà novembre, poi sarà consentito licenziare solo alle aziende che non usino i fondi per la cassa integrazione Covid o per la decontribuzione. Dopo un vertice fiume andato avanti, a singhiozzo, da martedì sera, il premier Giuseppe Conte e il ministro Roberto Gualtieri raggiungono l'accordo nel Governo sul paracadute da offrire a imprese in crisi e lavoratori, e Gualtieri annuncia l'intesa sulla norma e la convocazione per oggi del Consiglio dei ministri per il varo del cosiddetto decreto agosto da 25 miliardi. Non tutto è risolto, però, perché l’assenso di Iv per ora è condizionato e, su misure come il bonus per i consumi, nell’esecutivo si litiga ancora. La nuova manovra in deficit per tamponare gli effetti dell'emergenza Coronavirus arriva a ridosso di ferragosto ed è già sommersa da una valanga di richieste di partiti e Ministeri: 25 miliardi sono tanti, ma fino all'ultimo si lavora per far quadrare le coperture

Salgono ancora contagi, pronto il nuovo DPCM del Governo

Salgono ancora i contagi per coronavirus, con i nuovi casi che superano i 400 in un giorno e l'Rt torna a schizzare per la prima volta da mesi sopra l'1 in tutta Italia con l’età dei malati che si abbassa: segnali che, avvertono gli esperti, “richiedono una particolare attenzione” perché altrimenti si rischia di tornare indietro e vanificare gli sforzi fatti finora. Il governo recepirà il monito nel nuovo Dpcm che dovrebbe vedere la luce entro il fine settimana e che resterà in vigore fino al 31 agosto, ribadendo le tre regole essenziali, come le definisce il ministro della Salute Roberto Speranza: uso delle mascherine nei luoghi chiusi, distanziamento sociale e igiene. I numeri parlano chiaro: da quattro giorni i nuovi casi sono in aumento e sono quasi triplicati rispetto a lunedì: da 159 a 402, mentre le vittime nelle ultime 24 ore sono state 6, quattro meno di mercoledì. In crescita anche gli attuali malati (48 in più rispetto a ieri) e per la prima volta dopo giorni le terapie intensive contano 42 pazienti, uno in più rispetto a mercoledì. 

Nel M5S cresce la fronda anti Casaleggio e a favore di un direttorio politico

“La mina del doppio mandato? Prima o poi scoppierà anche questo bubbone”. È un’espressione un po' colorita quella che utilizza un big del M5S, ma che la dice lunga sulla tensione interna nel Movimento. Ma non è il nodo del contendere nel Movimento, anche se c’è la spinta da più parti a cambiare uno dei dogmi del M5S. Sotto traccia è sempre più teso il confronto sul ruolo dell'associazione Rousseau e sulla necessità di dar vita ad un organismo collegiale, con un capo politico che abbia la funzione di interagire con le altre forze politiche su mandato di una segreteria. A questa ipotesi si oppone soprattutto Davide Casaleggio, ma la decisione non sarà presa prima di settembre. Qualora l'associazione con sede a Milano dovesse spingere per perpetuare lo status quo o preparare, con la kermesse del 4 ottobre, la successione di Alessandro Di Battista a prossimo leader, potrebbe partire un'operazione che potrebbe cambiare il volto del Movimento. L'estrema mossa di chi contesta la gestione della piattaforma web è quella di espellere Rousseau attraverso una mozione per imporre una modifica dello statuto, un atto politico firmato dai gruppi per estromettere l'associazione dalla vita del Movimento, mettere fine alle votazioni e alle decisioni che vengono calate dall'alto. 

I sondaggi della settimana

Negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG, la Lega di Matteo Salvini rimane pressoché ferma rispetto alla scorsa rilevazione (26,5%). Discorso diverso per il Movimento 5 Stelle. Il partito guidato da Vito Crimi continua il momento positivo nei sondaggi attestandosi al 16,4% in aumento di quasi mezzo punto. La Lega resta il primo partito del Paese con una distanza dal secondo (PD) di 6,9 punti percentuali, mentre il gap rispetto al M5S si attesta a 10,1 punti.

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Nell’area delle sinistre, situazione sostanzialmente stazionaria per i Verdi (1,9%) e l’alleanza tra Sinistra Italiana e MDP Articolo Uno (3,6%). Nell’area centrista, +Europa scende sotto il due per cento (1,8%), Italia Viva rimane al 3,1% mentre Azione si attesta al 3,3%. Non fa registrare grossi cambiamenti il Partito Democratico che rimane al 19,6%. Nell’area del centrodestra, Fratelli d’Italia si conferma come la seconda forza della coalizione (14,2%) Forza Italia fa cifra tonda (6%), mentre Cambiamo!, il partito di Giovanni Toti, non fa registrare grosse variazioni (1,2%).

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 Ad oggi, l’area di Governo raccoglie il 42,7% delle preferenze di voto. La coalizione di centrodestra il 47,9%, quella di centrosinistra il 28,1%. Il Movimento 5 Stelle è dato al 16,4%.

 



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