Il Governo trova l’intesa su autostrade: escono Benetton entra Cdp 

Dopo giorni di trattative, con fino all'ultimo sul tavolo del premier Giuseppe Conte l'arma della revoca, arriva il passo indietro dei Benetton che apre all'accordo su Autostrade per l'Italia. L'intesa passa dall'ingresso di Cdp con il 51%, che renderà di fatto Aspi una public company, e da una revisione complessiva della concessione, dai risarcimenti alle tariffe. È l'alba di martedì quando, dopo sei ore di riunione assai tesa e dure discussioni, il Cdm dà mandato a Cassa depositi e prestiti per avviare, entro il 27 luglio, il percorso che dovrebbe portare all'uscita progressiva dei Benetton, prima scendendo al 10-12% dell'azionariato, poi con un'ulteriore diluizione in coincidenza con la quotazione in borsa di Aspi. Ai Ministri Roberto Gualtieri e Paola De Micheli viene dato il mandato a definire gli altri aspetti dell'accordo. 

Dai partiti, coro di reazioni contrastanti, dal M5S che grida vittoria, con varie modulazioni di tono che vanno da Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista, fino a Matteo Salvini, che annuncia una mozione e dichiara senza mezzi termini “è una fregatura”. Dunque non una revoca, ma poco ci manca; di fatto, si parla di transazione anche se, come specificano Luigi Di Maio (M5S) e Andrea Orlando (Pd) come avvertimento, la revoca non è affatto esclusa, anzi, per usare le parole del Ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, “è concretamente sul tavolo se non si finalizzerà l'accordo”. È una vittoria dello Stato che sancisce “il primato dell'interesse pubblico”, commenta il titolare di via XX Settembre che riconosce a Conte di essere stato “determinante” per il passo avanti finale.

Speranza: misure anti Covid fino al 31/7. Conte parlerà in Parlamento

Roberto Speranza si è presentato alle Camere e ha invitando tutte le forze politiche a non dividersi e a non sottovalutare una “situazione internazionale molto preoccupante”. Il ministro della Salute annuncia la proroga delle misure di prevenzione attualmente in vigore fino al prossimo 31 luglio con un nuovo Dpcm nel quale il Governo prolungherà l'obbligo di indossare la mascherina nei luoghi chiusi, quello di rispettare i protocolli di sicurezza dei luoghi di lavoro e il divieto di assembramenti, il divieto di ingresso o la quarantena per chi arriva da Paesi extra Ue e i controlli più stringenti su aeroporti, porti e luoghi di confine. Speranza ha parlato dello stato d'emergenza, che agita le opposizioni: “Voglio essere molto chiaro: al momento nessuna decisione è stata assunta. Dovrà riunirsi il Cdm e, personalmente, sono profondamente convinto che il Parlamento debba essere pienamente protagonista del percorso decisionale, nel rapporto di fiducia che lo lega al Governo”, scandisce. Sul tema sarà Giuseppe Conte direttamente a confrontarsi con deputati e senatori. Il Governo, comunque, è al lavoro sui nuovi strumenti da mettere in campo per affrontare l'emergenza. Al momento, ammette Speranza, nessuna ipotesi può essere esclusa, sia in termini di procedure, sia di tempi. Resta sul tavolo l'idea di una proroga fino al 31 ottobre dei poteri speciali attribuiti al Governo, ma è possibile che alla fine si arrivi a misure più soft di gestione della convivenza con il virus. Immediata la reazione delle opposizioni. Salvini in Senato ha dichiarato: “Il Covid è stata un'emergenza ospedaliera che ora è finita. Lo dicono i numeri. Smettetela di terrorizzare l'Italia e gli italiani e di dipingere l'Italia come un lazzaretto. Rischiate di fare più danni per fame di quanto non ne abbia fatto il virus negli ospedali”. 

Manca l’accordo, rinviato il voto sui Presidenti delle Commissioni

Non c'è accordo nella maggioranza sul rinnovo dei presidenti delle Commissioni parlamentari e il voto slitta a data da destinarsi. Quello che appare certo, in ogni caso, è che l'elezione dei nuovi uffici di presidenza non arriverà prima del voto sul nuovo scostamento di bilancio che il Governo si accinge a chiedere. Troppo risicati i numeri in Senato per rischiare la tenuta della maggioranza. Il rischio è dietro l'angolo. Il braccio di ferro, oltre che tra partiti, si consuma, al loro interno, specie nel Pd e nel M5S, tra correnti e diverse anime.  È a palazzo Madama che la situazione è arrivata all'impasse. Il M5S non vorrebbe cedere la presidenza della Commissione Lavoro che invece dovrebbe andare ad Annamaria Parente (Iv). Ai Dem dovrebbero andare comunque quattro Commissioni, ma è sui nomi e sulla materia che l'accordo è ancora da raggiungere, qualche attrito si consuma su Luciano D'Alfonso (PD). A IV dovrebbero andare due Commissioni: Riccardo Nencini resta in pole per l'Istruzione, mentre se saltasse la Parente al Lavoro si fanno i nomi di Laura Garavini alle Politiche Ue (che lascerebbe la Difesa) o Mauro Maria Marino alle Finanze. Sette Commissioni resterebbero al M5S.  Un po' più chiaro il quadro alla Camera: Luigi Marattin dovrebbe lasciare la Bilancio, che andrebbe al dem Fabio Melilli, per diventare presidente della Finanze. Alla renziana Raffaella Paita dovrebbe andare la Trasporti (anche se non è escluso che Iv ottenga la Giustizia con Lucia Annibali). I dem otterrebbero il Lavoro con Debora Serracchiani, l'Ambiente con Chiara Braga e gli Esteri con Piero Fassino o Lia Quartapelle. Ballano ancora le Attività produttive e la Giustizia contesa tra Iv e PD. 

Al via il Consiglio Europeo. Conte con Macron per un’intesa subito

I leader europei tornano a riunirsi a Bruxelles per il primo Consiglio Europeo dalla crisi post-Covid. “Siamo al rush finale, affiliamo le armi”, scherza il premier Giuseppe Conte prima di incontrare in serata Emmanuel Macron. Conte arriva a Bruxelles alla vigilia di un vertice che lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito “decisivo” determinato a raggiungere il miglior risultato possibile e magari chiudere il negoziato già questa settimana. Batte sul tasto della necessità di non farne una partita “contabile”, non un “dare e avere”, ma una sfida politica con una visione: “In gioco c’è l'Europa”, ribadisce il premier. La partita è difficilissima. Per tenere alte le ambizioni, il premier cerca di rinnovare l'asse con Emmanuel Macron che portò, all'inizio dell'emergenza Coronavirus, nove Paesi europei a firmare una lettera in cui si chiedevano gli Eurobond. I due leader ne hanno discusso per quasi un'ora in un albergo di Avenue Louise a Bruxelles: Macron, come Merkel, difende i 500 miliardi di risorse a fondo perduto del progetto di Recovery fund, mentre è pronto a cedere qualcosa sui 250 miliardi di prestiti. A togliere speranze alla possibilità di un rapido accordo si aggiungono almeno altre due questioni: quella sulla cosiddetta governance, cioè chi approverà i piani di rilancio preparati dai Paesi, e quella sulla condizionalità legata allo stato di diritto, cioè i fondi li avrà solo chi rispetta leggi e valori europei. Ungheria e Polonia minacciano il veto sulla seconda, perché hanno in corso procedure proprio per il mancato rispetto dello stato di diritto; l'Olanda ha già minacciato barricate sulla prima, perché vuole voce in capitolo sui programmi di rilancio di ciascun Paese, ma “È una richiesta non in linea con le regole europee”, taglia corto Conte. Charles Michel ha proposto di mantenere intatti i 500 miliardi di sovvenzioni e i 250 di prestiti. L'Italia, con Spagna, Portogallo e Francia difenderà le cifre il più possibile, soprattutto quelle dei trasferimenti a fondo perduto. L'obiettivo per Roma è portare a casa quasi per intero quegli 81,8 miliardi di sussidi che le ha assegnato la von der Leyen. Nemici su questo fronte sono i frugali, cioè Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, ma il tema maggiore, su cui l'Italia non è disposta a cedere nulla, è quello della governance. 

C’è preoccupazione per la tenuta della maggioranza in Parlamento

Il dossier Autostrade ha lasciato strascichi nel Governo e nella maggioranza. Al di là dei distinguo nel M5S e in IV, con Di Maio che aspetta “il secondo tempo” della partita e Renzi che si sfila, la soluzione adottata ha permesso all'esecutivo di superare il delicato ostacolo. Quel “bye bye Benetton” con il quale M5S ha festeggiato all'alba dell'esito della trattativa non è piaciuto neanche ai governisti pentastellati. Il loro obiettivo è sminare il terreno e stoppare sul nascere anche le spinte di rimpasto a settembre. Ma le distanze nella maggioranza sono sempre più forti, tanto che giovedì mattina il decreto rilancio è stato approvato definitivamente dal Senato con una maggioranza risicata. Il dialogo sotto traccia con una pattuglia di centristi potrebbe essere utile per puntellare i numeri, che mancano non tanto sui decreti da convertire, quanto soprattutto sulle leggi da approvare. Sul rifinanziamento delle missioni internazionali all'estero una parte della maggioranza non ha dato l'ok in Aula a Montecitorio; il pericolo di rinvio riguarda diversi provvedimenti, dal ddl anti-omofobia alla legge sul conflitto d'interessi, poi ci sono il rinnovo dalle presidenze di Commissioni e la partita più delicata, quella sulla legge elettorale. I dem puntano a restare nel perimetro della maggioranza, ma se Matteo Renzi dovesse tergiversare a quel punto il gioco è destinato a cambiare. Le geometrie variabili insomma sono dietro l'angolo. 

Sulla legge elettorale la maggioranza è divisa. Iv diserta lavori e testo slitta

Primo stop sulla riforma della legge elettorale. Le divisioni interne alla maggioranza e le manovre dilatorie delle opposizioni bloccano sul nascere l'accelerazione voluta dai Dem, facendo slittare a lunedì prossimo l'adozione di un testo base in Commissione Affari costituzionali della Camera. A rischio, quindi, l'arrivo della riforma nell'aula della Camera, previsto per il 27 luglio. Italia Viva, pur avendo sottoscritto a gennaio l'accordo di maggioranza, è contraria ad andare avanti sul testo del pentastellato Brescia (un sistema proporzionale con sbarramento al 5%) e i renziani disertano i lavori: “Pd e Cinque Stelle vogliono chiuderla in tre giorni. Noi non facciamo le barricate perché le priorità del Paese oggi sono i posti di lavoro, non i posti in Parlamento. Tuttavia, rimaniamo fermi sulla nostra idea di sempre: ci vuole la legge elettorale dei sindaci. Noi vogliamo il sindaco d’Italia” ribadisce Matteo Renzi che avverte “Se altri preferiscono la palude di adesso, lo faranno senza il nostro voto”. Anche Leu, contraria in partenza all'accordo, non voterà il testo base: bene il proporzionale, ma troppo alta la soglia di sbarramento; ad approfittare delle divisioni interne ai giallorossi sono le opposizioni. Il rinvio dell'adozione del testo base è dovuto in realtà a un fatto tecnico: non è arrivato, spiegano dalla maggioranza, l'ok definitivo, il “visto, si stampi”, alla proposta di legge depositata da FI che non può essere quindi incardinata in Commissione.

I sondaggi della settimana 

 Negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG, la Lega di Matteo Salvini è in leggero calo al 26,3%. Discorso simile per il Movimento 5 Stelle. Il partito guidato da Vito Crimi viene stimato al 15,3%, in diminuzione di qualche decimale rispetto alla scorsa settimana. La Lega resta il primo partito del Paese con una distanza dal secondo (PD) di 6,7 punti percentuali, mentre il gap rispetto al M5S si attesta a 11 punti percentuali.

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Nell’area delle sinistre, non si muovono i Verdi (1,7%), così come l’alleanza tra Sinistra Italiana e MDP Articolo Uno ferma al 3,7%. Nell’area centrista, +Europa non fa registrare variazioni (2,2%), Italia Viva sale al 2,9% mentre Azione rimane ferma al 3,1%. Il Partito Democratico, invece, perde quasi mezzo punto percentuale (19,6%). Nell’area del centrodestra, Fratelli d’Italia si conferma stabilmente come la seconda forza della coalizione (14,5%), Forza Italia riprende quota (6,3%) così come Cambiamo!, il partito di Giovanni Toti, che rimane al 1,1%.

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Ad oggi, l’area di Governo raccoglie il 41,8% delle preferenze di voto. La coalizione di centrodestra il 48,2%, quella di centrosinistra il 28,7%. Il Movimento 5 Stelle è dato al 15,3%



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