Il centrodestra di Giorgia Meloni ha vinto le elezioni  

Il centrodestra ha vinto le elezioni del 25 settembre e mette in sicurezza la possibilità di governare in autonomia. Giorgia Meloni stravince e si prende l'Italia con gli alleati interni indeboliti. FdI è infatti nettamente il primo partito italiano con quasi il 26,0% di consensi, seguito dal Pd che con il 19,3% non sfonda il tetto minimo auspicato del 20%; exploit del M5S che rimane il terzo partito italiano con il 15,2%; crolla invece la Lega all'8,8% tallonata da Forza Italia data all'8,1%; il Terzo Polo è lontano dalla doppia cifra e si attesta al 7,8%. La coalizione di centrodestra raccoglie nel complesso il 43,8% delle preferenze mentre quella di centrosinistra solamente il 26,1% e avrà quindi i numeri per governare. 

Il Pd riconosce la sconfitta e va all’opposizione. Sconfitta pesante per Letta 

Il Partito Democratico è la seconda forza in Parlamento, primo partito dell’opposizione: da qui riparte. Al Nazareno, a parlare dopo i risultati è Debora Serracchiani; la capogruppo dem ha seguito i dati con Enrico Letta e il resto dello stato maggiore fino alla terza proiezione, poi si è presentata davanti ai giornalisti dichiarando che il Pd “è la prima forza di opposizione in Parlamento, quindi anche la seconda forza politica, quindi riteniamo di dover fare opposizione; anche perché abbiamo una grande responsabilità di fronte all'Europa e al Paese che sta affrontando dei passaggi delicati”, afferma ancora l'esponente del Pd. “Una serata triste per il Paese” che per il Pd potrebbe rappresentare l'inizio di una riflessione profonda. 

Lo stato maggiore dem, nella campagna elettorale, ha dato prova di grande “coralità”, come segnalato dal Nazareno. I big sono stati tutti in campo, chi più chi meno, come dimostra la foto di Piazza del Popolo, con il segretario Enrico Letta attorniato da Ministri e presidenti di regione, Stefano Bonaccini incluso. Il governatore dell’Emilia-Romagna è tra i più accreditati a correre per la segreteria al prossimo congresso: gli organi del partito, infatti, dovrebbero essere rinnovati a marzo. Dall'inizio del mandato di Enrico Letta al Nazareno, si tratta della prima sconfitta dopo una serie di risultati positivi. Alle ultime amministrative, dove sembrava che la destra dovesse dilagare, il Pd è riuscito a strappare anche Comuni sulla carta impossibili, come Verona. A quel precedente si aggrappavano le speranze dei dem: la rimonta sembrava possibile, fino a quando la terza proiezione ha messo la parola fine alla corsa.

Conte esulta per la rimonta e attacca il Pd di Letta 

Dopo la caduta del Governo Draghi il M5S era dato attorno al 10%, essere arrivati al 15,4% dei voti per Giuseppe Conte è un grande successo. L'ex premier non esita a ribadire la sua polemica con il “gruppo dirigente del Pd” e con l'ex alleato Enrico Letta, che porta a suo giudizio la maggiore responsabilità del successo del centrodestra guidato da Giorgia Meloni: “Hanno compromesso un’offerta politica che poteva essere competitiva col centrodestra che si è presentato unito”. E per il futuro “vedremo se verranno dietro alle nostre battaglia di opposizione” ma in ogni caso, ammonisce, “non ci sarà nessun cartello”. In ogni caso “i cittadini si sono espressi e dobbiamo prendere atto che hanno premiato la coalizione di centrodestra che si candida legittimamente a governare il Paese”. 

Impietosa la battuta dedicata all'ex compagno di strada Luigi Di Maio, protagonista di un lungo scontro interno e poi della scissione che ha dato vita a Impegno civico: “Preferisco ricordare le battaglie fatte insieme a Di Maio, preferisco lasciare questo ricordo”. Al fondatore Beppe Grillo, assente per la prima volta dalla campagna elettorale e perfino dalla manifestazione conclusiva di venerdì scorso alla quale non ha partecipato nemmeno con un messaggio video, il leader dedica una stringata citazione: “Ci siamo sentiti, è anche lui soddisfatto di questi risultati, è vicino e partecipe”.

Il centrodestra si confronta sul prossimo Governo. È iniziato il totoministri 

La soluzione del rebus di governo è ancora lontana e, al di là delle rassicurazioni pubbliche, il pressing di Matteo Salvini per il Viminale resta costante. Quella di lunedì per Giorgia Meloni è stata la prima vera giornata da premier (in pectore): niente vertici con gli alleati a discutere dell'esecutivo che verrà, anche se nei prossimi giorni sono previsti colloqui con Silvio Berlusconi e Maurizio Lupi, dopo quelli avuti con Antonio Tajani e con il leader della Lega. Giovedì Meloni ha incontrato il presidente del Comitato olimpico internazionale, Thomas Bach, alla presenza del numero uno del Coni Giovanni Malagò, durante il quale Meloni offre “pieno sostegno ai Giochi di Milano-Cortina 2026”. Ufficialmente viene negata una telefonata tra Mario Draghi e la Meloni, ma fonti parlamentari la confermano. 

Sullo sfondo, la questione della composizione della squadra di governo: il principale problema resta Matteo Salvini. La Lega smentisce di aver mai ipotizzato un appoggio esterno e il segretario assicura che è sua intenzione governare con Meloni. Ma l'obiettivo è tenere alta la tensione; il segretario del Carroccio non ha intenzione di mollare sul Viminale, ma Giorgia Meloni è altrettanto determinata a evitare un altro caso Savona con il Quirinale. Per questo l'ipotesi è sempre di dare all'alleato il ruolo di ministro dell'Agricoltura (dove Salvini vorrebbe però Centinaio); il leader della Lega avrebbe rifiutato l'idea di andare al Mise: “Da lì non potrebbe fare nessuna battaglia identitaria, non gli servirebbe a niente”, spiega una fonte parlamentare. Non è ancora stata scartata l'ipotesi di fare due vicepremier, ma anche in questo caso Salvini avrebbe preteso quantomeno una delega importante. Per Giustizia è sempre derby tra Buongiorno e Nordio, mentre per l'Economia, vista la difficoltà di convincere Panetta, si parla di Siniscalco. Altro leghista in corsa per un posto di ministro è Edoardo Rixi. In pole position per FI ci sono invece Tajani (che vorrebbe gli Esteri), Ronzulli (Istruzione) e Alessandro Cattaneo.

Il Cdm vara la Nadef. Il Pil frenerà considerevolmente nel 2023 

Un'economia che cresce quest'anno più del previsto, ma che sarà in brusca frenata l'anno prossimo, calo del debito, dell'inflazione e soprattutto del deficit che consegna un tesoretto prezioso per il nuovo Governo. È la fotografia tendenziale che Mario Draghi consegna al prossimo esecutivo, un quadro aggiornato che tuttavia evidenzia come, nonostante il “contesto difficile”, ci sono spazi per superare gli obiettivi. Ed è da questa base che la coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni inizierà il proprio lavoro per costruire di qui in avanti le scelte di politica economica, terreno su cui il nuovo Governo sembra intenzionato a cimentarsi in fretta, con un nuovo decreto energia possibile forse già prima del varo della legge di bilancio. Il nuovo quadro macroeconomico fornito dalla Nadef approvata dal CdM è insolitamente solo a metà: vista la contingenza della nascita del nuovo Governo, infatti, contiene solo la parte tendenziale e non quella programmatica, con gli effetti della manovra di bilancio che viene demandata al prossimo esecutivo. 

“Il Governo conclude il suo operato in una fase assai complessa”, ma “con evidenti segnali di ritrovato dinamismo per l'economia italiana”, sintetizza il ministro dell’economia Franco. Davanti ci sono mesi “complessi”, tra i rischi geopolitici e il probabile permanere dei prezzi dell'energia su livelli elevati, ma le risorse senza precedenti per rilanciare gli investimenti (Pnrr) “potranno dar luogo a una crescita sostenibile ed elevata”. A porre rischi è anche il rialzo di tassi e rendimenti, che se risparmierà il 2022 è destinato ad avere un importante impatto negativo sul Pil nel 2023 (con una spesa per interessi verso il 3,9%). Sulla base di queste previsioni, ora la palla passa alla coalizione di centrodestra che tra poche settimane prenderà le redini del Paese.

Prime schermaglie tra maggioranza e opposizione sulle riforme costituzionali 

Come preannunciato in campagna elettorale, il grande tema destinato a essere al centro della legislatura è la riforma della Costituzione. Anche argomenti che toccano temi concreti come il lavoro e i diritti, in primis il futuro del reddito di cittadinanza e l’aborto, iniziano già da subito a creare dibattito. A innescare le scintille tra le forze politiche le dichiarazioni degli esponenti di FdI, su tutte, quelle di Francesco Lollobrigida: “Nessuno vuole stravolgere la Costituzione” tranquillizza, ma “noi crediamo che occorra una rivisitazione”. A partire dal presidenzialismo: “Non intendiamo toccare i valori fondanti contenuti nella prima parte. Non siamo i primi a chiedere che altre norme vengano riviste: basti pensare al titolo V o alla riforma di Renzi bocciata dal referendum”, spiega, che però mette in discussione anche il principio della sovranità del diritto comunitario su quello nazionale. Il concetto, motiva “è oggetto di dibattito anche in altri Paesi” e “dovrebbe essere oggetto di riflessione”. Sulle riforme anche il coordinatore nazionale del partito Giovanni Donzelli apre al dialogo: “Alcuni temi per noi sono tutti interlocutori. Già Renzi ha provato a fare il braccio di ferro sulle riforme e non è finita bene”. 

Fermo no al presidenzialismo da parte di Carlo Calenda: “Faremo un’opposizione sempre costruttiva, mai ideologica. Non sono d'accordo, ma ne discuteremo. “Io sono per il monocameralismo. Ci vuole una Camera e basta, e anche Renzi la pensa come me”. Di “attacco all’Ue, come preannunciato”, parla invece il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, per il quale “discutere la sovranità europea e la prevalenza del diritto Ue dove c’è, significa smantellare l’Europa”. Dunque, rincara “questo non è fare l’interesse dell’Italia. Su queste basi, la bicamerale a maggioranza sovranista è una trappola”. Dura anche la reazione del Pd. Le opposizioni sono pronte a dare battaglia anche per difendere la legge 194 e contro l’abolizione del reddito di cittadinanza su cui stanno già avvenendo le prime schermaglie.



 

 

 




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