Scintille tra i leader politici a Cernobbio sulle sanzioni alla Russia

Al Forum Ambrosetti di Cernobbio i leader di partiti si sfidano in un confronto sui principali temi della campagna elettorale, le sanzioni alla Russia e come aiutare imprese e famiglie a far fronte alla crisi energetica. La platea è esigente, imprenditori e professionisti si aspettano rassicurazioni e ricette dai chi si candida a governare il Paese, e allora CalendaConteLettaMeloniSalvini e Tajani ci provano illustrando le loro proposte per il futuro, senza disdegnare qualche accenno polemico. Sulle sanzioni alla Russia Letta accusa “Le parole di Salvini di ieri sono state chiarissime: se vincesse la destra la strada dell'Italia sarebbe al fianco di Putin” e “brinderebbero in primo luogo Putin, poi Orban e infine Trump”. 

Per l'Italia “significa retrocedere dall'Europa di serie A all'Europa di serie B”. Arriva la risposta del segretario della Lega: “Andiamo pure avanti con le sanzioni” ma “mi aspetto nelle prossime settimane che a Bruxelles si vari uno scudo europeo”; per Giorgia Meloni“se domani l'Italia si sfila dai suoi alleati e si gira dall'altra parte, per l'Ucraina non cambia niente ma per noi cambia tantissimo, perché l'Italia perde una postura seria e credibile”, avverte. I due alleati di centrodestra sono dunque in disaccordo sulle sanzioni? Niente affatto. Per la leader di Fdi nel centrodestra “ci sono sicuramente differenze e sfumature ma sulla visione siamo fondamentalmente d'accordo”. “Io, Giorgia Meloni e Antonio Tajani abbiamo detto la stessa cosa. Chiediamo quel che ha chiesto Mattarella: un intervento europeo, uno scudo, un ombrello”, afferma invece Matteo Salvini, ribadendo però che “le sanzioni non stanno funzionando”

A Cernobbio i leader si confrontano anche su caro-energia e Pnrr

Sullo sfondo la questione è quella del caro-energia. Per Giuseppe Conte “l'extra-deficit come obiettivo in sé non va perseguito, ma può essere uno strumento per proteggere tessuto imprenditoriale e sociale”. Antonio Tajani chiede “un'azione dell'Europa cui da mesi abbiamo chiesto un secondo Recovery plan per affrontare tutto ciò che ha provocato la guerra”. Giorgia Meloni dice no a “un nuovo scostamento di bilancio” ma “penso si possa provare a parlare con l'Ue per utilizzare le risorse della programmazione europea”. Matteo Salvini è per un intervento subito: “Mettiamo un tetto al costo del gas e la differenza la mette lo Stato”. Altro tema è il Pnrr: per Giorgia Meloni “non può essere un'eresia dire che possa essere perfezionato” e comunque “il problema più grande non sarà rivederlo o sistemarlo ma i ritardi che ci ha lasciato il vecchio governo”. “C'è poco da promettere, come la flat tax e altro, qui c'è da implementare il Pnrr”, replica Calenda, seguito da Letta che dice “no alle rinegoziazioni, si può ridiscutere certo ma se ci mettessimo in un confronto con Bruxelles perderemmo quei soldi e perderemmo un'occasione”.

Letta è chiaro: Mario Draghi torna a Palazzo Chigi solo se vince il Pd

“Per avere di nuovo Draghi” “c'è solo la possibilità che il Pd vinca le elezioni e che abbia un risultato importante”. Enrico Letta non ha dubbi. Se l'obiettivo è riportare l'attuale premier a Palazzo Chigi, l'unico “voto utile” è quello per il Pd: “La logica per cui Renzi e Calenda si rifugiano dietro Draghi è che non hanno un'identità da raccontare e usano Draghi per la campagna elettorale”. Per il leader dem, anche se il terzo polo “prendesse anche il 9% è totalmente ininfluente”; “se il Pd otterrà un risultato importante non avrei dubbi che Draghi possa giocare un ruolo per la politica e per il nostro Paese”. Poi, il 25 settembre “la scelta” sarà “tra l'Europa del treno di Kiev, con Draghi-Scholz e Macron, o quella dell'accordo tra Ungheria e Polonia” e in queste ultime due settimane il Pd deve mettercela tutto per conquistare i 60 collegi uninominali contendibili. Per Letta oltre alla partita che riguarda il Governo, “il 25 si gioca anche un'altra partita, che riguarda l'equilibrio politico del campo che non è la destra. “È una partita importante. Conte e Calenda fanno un gioco simile, un gioco a tenaglia per uccidere il Pd e arrivare a un esito francese, dove c'è o il centrista o la sinistra populista. Noi combattiamo contro questo esito perché vogliamo che ci sia nel sistema politico italiano un grande partito progressista e riformista”. Il discorso riguarda anche Conte, fresco di endorsement da parte di Donald Trump. Le sue parole “mi hanno confermato quello che ho sempre pensato: che i concetti di destra e sinistra applicati al M5S e a Conte siano diversi da quelli che sono applicabili a noi. Non penso che Trump si possa sognare di parlare del Pd come di un partito a lui affine e di cui augurarsi il successo”. Letta, poi, avvisa i suoi rispetto a dinamiche interne: “La cosa più demenziale che si possa fare in campagna elettorale è mettersi a ragionare di un congresso che verrà dopo”, dice chiaro. 

Prosegue lo scontro sul voto utile tra Pd e M5S. Conte attacca

A scagliarsi duramente contro la tesi del voto utile, come immaginabile, è stato il presidente del M5S, che ha accusato Letta di “arroganza”; rivolgendosi ai cittadini Giuseppe Conte ha argomentato: “Non cadete nella mistificazione opportunistica” di chi pensa che “l'unico voto utile” sia quello per il proprio partito, anche perché “c'è tanta arroganza in questa affermazione”. Inoltre “il voto non deve essere utile ma giusto”. Di certo “per cinismo e calcolo elettorale” forse anche fuorviato “dai sondaggi”, Letta ha sbagliato a “considerarci spacciati: ha fatto un banale errore di calcolo” e soprattutto “un grave errore politico”. Ma non è solo questo errore ad agitare le acque nel Movimento 5 stelle visto che oggi lo stesso Giuseppe Conte è dovuto intervenire in merito al presunto supporto da parte di Donald Trump e di una sua presunta fedeltà nei confronti dell'ex presidente degli Stati Uniti: “Io non sono stato fedele neppure a Draghi, sono solo fedele ai cittadini italiani”, ha chiarito Conte, convinto che stiamo succedendo “cose strane: il Movimento 5 stelle evidentemente spaventa” e allora “iniziano a spuntare dei goffi tentativi di screditare la nostra azione politica” anche buttando “qualche schizzo di fango su di me”

Salvini lancia la volata della Lega nel Nordest. FdI primo partito in Veneto?

Matteo Salvini è fortemente impegnato nel nordest. In un sol giorno è stato in Trentino, in Friuli e in Veneto con lo scopo di ricompattare il Carroccio. L’avversario però non sembra essere il Pd o la sinistra com’è sempre stato; la preoccupazione del leader della Lega arriva dalla sua stessa coalizione: il partito di Giorgia Meloni nei sondaggi è molto sopra la Lega e potrebbe diventare in Veneto la prima forza politica. FdI è altrettanto attiva, e si sta muovendo sullo stesso territorio con i big del partito. Non a caso Guido Crosetto è stato nominato ambasciatore di Fdi nel mondo economico nordestino.  Salvini, a sua volta, ha passato in rassegna la “vecchia frontiera” della Lega, quella delle regioni del Nordest dove ha avuto i suoi exploit più esaltanti e dove conta su una coppia di governatori come Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Entrambi sono stati schierati da Salvini nei vari comizi. A Treviso Salvini ribadisce i suoi cavalli di battaglia “un po' di burocrazia in meno, un ricambio generazionale sul posto di lavoro, quindi lo stop alla legge Fornero, e quota 41”. Sulla “sfida” interna con Meloni, Salvini non si sbottona: “Ne riparliamo il 25, di chi vince e di chi perde, e di che cosa faremo. Non vedo l'ora che gli italiani votino, siamo destinati a governare”. 

La Meloni parla da leader: noi siamo pronti, gli italiani decideranno

“Nelle prossime settimane succederà di tutto: sono in modalità monaco tibetanoohmmm, non rispondo alle provocazioni, ormai non leggo nemmeno certi giornali e certi telegiornali. Noi siamo pronti, ora dovete dimostrare di essere pronti voi. Basta una croce sul simbolo. Poi questa partita non è già vinta: deciderete voi se questa Nazione sarà libera”. Giorgia Meloni parla da leader nel suo intervenendo sul palco dell'Aquila, un comizio misurato nelle parole ma ricco di attacchi agli avversari politici. Meloni esordisce ricordando la sua scelta di candidarsi in questo collegio uninominale: “C'è una ragione per cui sono qui per diventare il parlamentare di L'Aquila: perché è un territorio simbolo per noi, delle tanti lungaggini che non funzionano e che possono funzionare. È un simbolo del buongoverno di Fdi”. Parte dai temi locali per poi ribattere alle dichiarazioni dei suoi competitor, il leader del Pd, Enrico Letta e a Giuseppe Conte: “Atteso che io nella vita ho altri problemi rispetto a farmi dare delle patenti di democrazia da Enrico Letta ho sentito in questa campagna elettorale una serie di dichiarazioni abbastanza surreali, come quella di vederci come pericolo per la democrazia”. Immediata la replica: “La sinistra è nervosa perché teme di perdere il suo sistema di potere: ora basta. Serve meritocrazia. Perché la sinistra ha bisogno di dipingerci come mostri? Per me perché hanno un problema a dire cosa vogliono fare per l'Italia.”

È stallo al Senato sul decreto aiuti bis. Non c’è l’accordo fra i partiti

L'esame del decreto aiuti bis è slittato a martedì prossimo. Nonostante le riunioni di maggioranza e gli incontri allargati a tutte le forze politiche non si è raggiunto un accordo fra i partiti e il testo, senza una sintesi, rischia di approdare in Assemblea con oltre 400 emendamenti, senza che l'esecutivo possa mettere la fiducia. A opporsi alla richiesta di ritirare le proposte di modifica al decreto sono stati il M5S e il gruppo di Cal. Fra le posizioni distanti, in particolare per M5S e Lega, la norma sulla responsabilità in solido per la cessione del credito per superbonus e bonus edilizi; ancora aperto anche il tema degli insegnanti esperti della scuola. Il governo per parte sua non molla e con il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà fino a martedì lavorerà a una mediazione per giungere a una soluzione. Fra le ipotesi che circolano c’è quella di giungere in Aula con un solo emendamento per ciascun gruppo. Le polemiche comunque rimangono e non sembrano smorzarsi in serata.

I sondaggi della settimana

Negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG, relativi al 5 settembre, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni sale per la seconda settimana consecutiva di un punto percentuale, confermandosi il primo partito italiano con il 25,8%, sempre davanti al Partito Democratico (21,4%), ancora in caduta dello 0,9%. Da sottolineare che il distacco tra FdI e la terza forza politica nazionale (Lega) è di 13,7 punti. 

sondaggi 5 settembre

Nell’area delle sinistre, la lista rosso-verde Alleanza Verdi e Sinistra è stimata al 4,2%, in leggera crescita dagli ultimi sondaggi, mentre il Movimento 5 Stelle continua ad accumulare centesimi di punto (11,9%). Nell’area centrista, l’alleanza tra Azione e Italia Viva, per la seconda settimana al banco di prova delle intenzioni di voto, sale al 7,2%, superando Forza Italia. Impegno civico di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci viene stimato all’1,3%, in crescita rispetto a fine agosto. Nell’area del centrodestra, la Lega perde qualche centesimo di punto (12,3%) mentre Forza Italia scende al 6,7%. L’alleanza Noi Moderati è in meda con la scorsa proiezione all’1,5%. Per quanto riguarda gli euroscettici di Italexit di Paragone, questa settimana si registra una leggera decrescita che li porta al 3,4%.

sondaggi coalizione 5 settembre

Per massimizzare le possibilità di vittoria nei collegi uninominali, le forze politiche sono incentivate a creare delle coalizioni preelettorali. Ad oggi, con le liste depositate e le coalizioni ben definite, la configurazione “classica” del centrodestra (FdI, Lega, FI e moderati di centro) viene stimata al 46,1%, in continua tendenza positiva nelle ultime settimane. Il centrosinistra, formato da PD, +Europa, Alleanza Verdi-Sinistra e Impegno Civico, scende al 28,2%, mentre il Polo di centro, composto da Azione e Italia Viva, raggiunge il 7,2%. Fuori da ogni alleanza il M5S (11,9%).



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