La Camera ha approvato in quarta e ultima lettura il disegno di legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Dalla prossima legislatura si passerà quindi da 315 senatori a 200 e da 630 deputati a 400 (gli eletti all’estero passano rispettivamente da 12 e 8 a 8 e 4). Hanno votato a favore tutti i gruppi tranne +Europa, per un totale di 553 voti favorevoli, 14 contrari e due astenuti. La quasi unanimità è stata garantita dalla sottoscrizione di un accordo sulle riforme dai partner di governo che ha disinnescato anche possibili franchi tiratori. Come hanno avuto modo di spiegare gli alleati del M5S, si tratta di una serie di riforme-contrappeso per correggere il sistema parlamentare alla luce del taglio dei parlamentari. Tra gli impegni presi c’è quello di presentare la riforma elettorale entro dicembre e ciò per garantire “il pluralismo politico e territoriale” e la parità di genere così come l'impegno all'abbassamento dell’età per il voto per il Senato equiparando i requisiti di elettorato attivo e passivo a Montecitorio e Palazzo Madama. Nel documento siglato dai partner di Governo si fa anche riferimento a interventi costituzionali relativi alla struttura del rapporto fiduciario tra Camere e Governo.

Il contesto

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La proposta di riduzione del numero dei parlamentari si inserisce all’interno del dibattito italiano sulle riforme costituzionali che è stato molto prolifico durante la Seconda Repubblica. Il primo tentativo di una certa importanza risale alla Bicamerale D’Alema che, partendo da un accordo tra Pds e Forza Italia, aveva proposto la costituzione di una Camera con un numero variabile di deputati (tra 400 e 500) e un Senato di 200 senatori elettivi. Il secondo tentativo importante fu fatto tra il 2004 e il 2005, quando il Parlamento approvò in doppia deliberazione la riforma Calderoli, promossa dal Governo Berlusconi II. La riforma (devolution), poi affossata dal referendum popolare (39% Sì, 61% No), prevedeva una Camera composta da 518 deputati (elettivi) e un Senato composto da 252 senatori. Infine, l’ultimo tentativo compiuto è stato fatto dal Governo Renzi che tra il 2014 e il 2016 approvò una riforma, poi bocciata dal referendum confermativo del 4 dicembre 2016 (41% Sì, 59% No), che prevedeva, tra le altre cose, una differenziazione delle funzioni delle due Camere, rendendo il Senato non elettivo e composto solamente da 100 componenti.

Il contenuto della riforma costituzionale

Dopo questi tentativi infruttuosi, in questa legislatura i partiti di maggioranza (allora lo erano il M5S e la Lega) hanno deciso di cambiare approccio e passare da una proposta di riforma costituzionale onnicomprensiva a delle modifiche puntuali della Carta. E così, mettendo insieme l'iniziativa parlamentare dei senatori Stefano Patuanelli (M5S), Massimiliano Romeo (Lega), Gaetano Quagliariello (FI) e Roberto Calderoli (Lega), il 10 ottobre 2018 l’allora ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro (M5S), ha avviato nuovamente il dibattito sulla riforma. Ne è scaturita la riforma appena approvata che, oltre alla riduzione del numero di parlamentari da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi, fissa il numero massimo di senatori a vita di nomina presidenziale contemporaneamente presenti (5) in aggiunta agli ex Presidenti della Repubblica che restano senatori a vita di diritto. Il testo interviene anche sul numero minimo di senatori per ciascuna Regione o provincia autonoma (3 e non più 7) mentre resta immutata la rappresentanza senatoriale di Molise (2 senatori) e Valle d’Aosta (1 senatore).

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L’obiettivo prefissato è quello di snellire il processo decisionale delle Camere e di ridurre il costo della politica. La riforma risponde anche all’esigenza di allineare l’Italia al resto d’Europa: il Belpaese, infatti, ha il più alto numero di parlamentari direttamente eletti dal popolo (945), a cui seguono la Germania (circa 700), la Gran Bretagna (650) e la Francia (poco meno di 600). Per questioni di convenienza politica, non ha trovato invece spazio la riforma del bicameralismo paritario (le due Camere del Parlamento svolgono le medesime funzioni), nonostante anche il Partito democratico si sia espresso per un superamento di questo istituto per bocca del Capogruppo alla Camera, Graziano Delrio. Un’ulteriore critica che si può fare è che riducendo il numero di parlamentari diminuisce la rappresentanza degli elettori (un deputato rappresenterà 150 mila elettori, un senatore 300 mila) e che gruppi parlamentari più piccoli sono più facilmente controllabili da leader e segretari.

Nonostante l’approvazione definitiva, l’iter potrebbe subire un ulteriore passaggio in caso di indizione di un referendum confermativo come già preaanunciata da Roberto Giachetti di Italia Viva. Questa possibilità si è concretizzata a seguito del mancato raggiungimento in Senato a luglio del quorum dei due terzi richiesto per la seconda deliberazione. Occorre ricordare che, entro tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale in GU, il referendum può essere richiesto da un quinto dei membri di uno dei rami del Parlamento o cinque consigli regionali oppure ancora 500 mila elettori e che non è richiesto alcun quorum.

Il piano delle riforme

L’approvazione della riforma costituzionale comporta come prima conseguenza la necessità di mettere mano alla legge elettorale se non altro per uniformare il numero e l’estensione dei collegi uninominali del Rosatellum. Questa ipotesi è già stata prevista da una legge approvata nel maggio 2019 che delega il Governo, entro 60 giorni dalla promulgazione di una legge costituzionale, a determinare il numero dei collegi uninominali e plurinominali nel caso in cui sia promulgata, entro due anni, una riforma costituzionale che modifichi il numero dei parlamentari.

Alla luce di questa situazione, la maggioranza di Governo ha deciso di varare un piano delle riforme che procede in un’altra direzione: entro dicembre le forze di maggioranza dovrebbero presentare una riforma elettorale con l’obiettivo di garantire il plurlismo politico e territoriale che vada a superare il Rosatellum (molto probabilmente una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento abbastanza alta - si parla del 4%). L’obiettivo tacitamente manifesto di questo sempre più probabile ritorno al proporzionale è quello di fermare la Lega a cui in questo momento storico gioverebbe un sistema elettorale con una quota di seggi assegnata secondo il criterio maggioritario (anche mantenere il Rosatellum “ridotto” sarebbe favorevole alle forze di centrodestra, soprattutto al Senato a causa della combinazione tra minor numero di eletti e circoscrizione regionale). In questo scenario si inserisce la richiesta di referendum abrogativo presentata da Roberto Calderoli che punta a trasformare il Rosatellum nel Popolarellum, cioè un sistema elettorale composto unicamente da collegi uninominali sul modello di quello inglese.

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Prima della riforma del sistema elettorale, la maggioranza, entro ottobre, si impegna a iniziare l’iter di tre nuove riforme costituzionali. Le prime due riguardano il sistema di elezione del Senato prevedendo l’allineamento dell’elettorato attivo tra Camera e Senato (rispettivamente 18 e 25 anni) e la modifica della parte della Costituzione che stabilisce l’elezione del Senato su base regionale. Proprio quest’ultimo punto sembra di grande importanza: dato che si è deciso di mantenere l’assetto istituzionale del bicameralismo paritario (l’Italia è l’unico paese europeo con due Camere con le stesse funzioni), è preferibile che la composizione delle due Camere sia la più simile possibile a differenza di quanto accaduto in passato. Infine, a causa della diminuzione del numero di parlamentari, è prevista la riduzione del numero di delegati regionali che eleggono il presidente della Repubblica per evitare che esercitino un’influenza troppo grande rispetto ai parlamentari (ad oggi sono tre per ogni regione, a parte la Valle d’Aosta che ne prevede uno). Inoltre, sembra ineludibile un intervento di riforma dei regolamenti di Camera e Senato per adattare il loro funzionamento al nuovo assetto parlamentare per quanto riguarda le regole sulla formazione dei gruppi, la composizione delle commissioni e sul funzionamento delle Camere.

E poi?

Il voto della riforma costituzionale sembra poter blindare la legislatura. Il Presidente Mattarella non vederebbe di buon occhio un ritorno alle urne nel periodo di tempo deputato all’eventuale indizione del referendum (3 mesi) e del conseguente voto (altri 2 mesi). Inoltre, se non dovesse essere approvata una legge elettorale nel frattempo, sarebbero necessari altri 2 mesi per ridisegnare i collegi. In questo contesto, in cui dovrebbero rimanere sul tavolo anche le altre riforme costituzionali, sembra improbabile un ritorno alle urne nel 2020.

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