A Parigi tornano a riunirsi i Volenterosi
Nessuno si fida di Vladimir Putin. Nessuno, pur accogliendo positivamente i colloqui in Arabia Saudita, crede che in questo momento il Cremlino voglia la tregua. All'ombra dell'Eliseo si ritrova la Coalizione dei Volenterosi: 29 Paesi, più l'Ue e la Nato, riuniti a Parigi hanno ribadito a Volodymyr Zelensky che nulla, nel breve termine, cambierà nel sostegno all'Ucraina. “La Russia finge di trattare e non consentiremo che passi alcuna delle contro-verità spinte da Mosca in questi giorni”, è la linea di Emmanuel Macron al termine del vertice, una riunione nella quale “all'unanimità” i partecipanti hanno deciso che le sanzioni contro la Russia, nonostante le condizioni poste dal Cremlino per una tregua, non saranno revocate. Il vertice di Parigi è durato poco più di una mattinata, anticipato dalla telefonata di Macron a Trump e da una mini-riunione tra Parigi, Londra, Kiev e la Nato. Attorno al tavolo si è partiti innanzitutto da alcuni punti fermi: il sostegno, militare e civile, all'Ucraina; la mancanza di fiducia per la reale volontà di Mosca a negoziare; la necessità di dare garanzie di sicurezza all'Ucraina. A queste certezze si è aggiunto un duplice dato politico: il primo è il formarsi di una sorta di nuova alleanza europea, che va oltre i confini comunitari ed esclude Paesi considerati vicini a Mosca come l'Ungheria.
Il secondo è stato fotografato dal presidente della Finlandia Alexander Stubb, che ha assegnato a Londra e Parigi “un ruolo guida” della Coalizione, che, hanno spiegato fonti Ue, non si è tramutato in un'assegnazione formale a Macron e Keir Starmer della funzione di negoziatori. Zelensky è arrivato a Parigi con una convinzione: “Putin vuole dividere l'Europa dall'America e non vuole la pace”. Ha poi aggiornato l'elenco degli equipaggiamenti militari di cui ha bisogno e ha avvertito i suoi alleati delle reali intenzioni di Putin: preparare un'offensiva in tre regioni, Sumy, Kharkiv e Zaporizhzhia. I Volenterosi sono convinti che lo Zar voglia solo prendere tempo e per questo, pur senza più gli Usa saldamente alle spalle, “l'Europa si mobilita come non si vedeva da decenni”, ha evidenziato Starmer.
“La Coalizione è più grande e forte”, ha ribadito Ursula von der Leyen annunciando che l'Ue anticiperà la sua parte di prestiti messi in campo dal G7, dal valore di circa 18 miliardi. È sull'invio di truppe che i Volenterosi non hanno ancora una linea comune: lo scetticismo del governo spagnolo è noto da tempo, mentre la premier italiana Giorgia Meloni ha ribadito che non invierà militari in Ucraina. Londra e Parigi invieranno una task force a Kiev per “preparare l'esercito ucraino di domani”, ha affermato Macron annunciando, al tempo stesso, una possibile “forza di rassicurazione” da inviare in Ucraina dopo la pace. Non una forza di peacekeeping, e neanche delle truppe dispiegate sulla linea di contatto, ma una forza composta da diversi Paesi europei, dispiegata in luoghi strategici e dal carattere “dissuasivo” rispetto ad eventuali escalation, un’iniziativa che Putin respinge con nettezza.
Meloni rilancia la posizione italiana e cerca una sponda sugli Usa
Per Kiev servono “garanzie di sicurezza solide e credibili” che devono ancorarsi al “contesto euroatlantico” e non possono prescindere da un ruolo degli Stati Uniti che, anzi, andrebbero coinvolti nel prossimo incontro dei 'volenterosi'. Giorgia Meloni si presenta a Parigi nel giorno in cui il suo Governo, come annuncia di prima mattina sui social, conquista il quinto posto tra i più longevi della storia repubblicana. Rivendica la “coesione” della sua maggioranza nonostante nei giorni scorsi si era registrato proprio sulla postura nei confronti dell'Ucraina più di uno scricchiolio. Solo esecutivi stabili possono dare “risposte concrete” ai cittadini, il ragionamento ripetuto dalla premier rilanciando la riforma del premierato che, dice, “intanto procede in Parlamento”. A dimostrate che l'azione dell'esecutivo non si ferma, arriva in Cdm un decreto-legge per attivare come Cpr i centri in Albania, e pure uno sulla cittadinanza. Meloni prima di partire per la capitale francese aveva condiviso con gli alleati la posizione da presentare al tavolo voluto da Emmanuel Macron e Keir Starmer: e quando prende la parola tra la trentina di colleghi ribadisce, tra le altre cose, che non è nei piani dell'Italia “alcuna partecipazione nazionale a un’eventuale forza militare sul terreno” e che bisogna continuare a “lavorare con gli Stati Uniti per fermare il conflitto e raggiungere una pace che assicuri la sovranità e la sicurezza dell'Ucraina”.
Parole su cui incassa subito il plauso della Lega, che fa sapere di apprezzare la linea del Governo italiano “saggia e prudente con la richiesta di coinvolgere gli Stati Uniti” perché “mai come ora si sta lavorando per la pace” ed è “doveroso abbassare i toni e soffocare le pulsioni belliciste”. Mentre la premier è impegnata in Francia, dal Colle intanto Sergio Mattarella, ricevendo l'Aeronautica militare, continua a sottolineare i pericoli, “dalle minacce ibride all'uso strategico dello spazio”, letto da molti come un riferimento a Starlink di Elon Musk, e a ribadire la necessità che l'Europa in questa situazione abbia uno scatto e “prenda la strada di decisioni veloci e di una difesa europea”. “Il nuovo contesto strategico internazionale” dice il Presidente della Repubblica “richiederà conseguenti processi decisionali” sia nel contesto “dell'Alleanza atlantica” sia per la Ue che si trova davanti a decisioni “non più rinviabili”. Davanti ai partner Meloni ha ripetuto la proposta italiana, avanzata fin dalle prime riunioni, di “un modello che in parte possa ricalcare quanto previsto dall'articolo 5 del Trattato di Washington” per assicurare che un accordo di pace “giusta e duratura” sia anche “non violabile”, un'idea che, ripetevano ai piani alti dell'esecutivo anche nei giorni scorsi, non era dispiaciuta nemmeno al vicepresidente Usa J.D.Vance.
L'Ue è pronta a rispondere a Trump, dai controdazi massimo impatto
Gli annunci di Donald Trump ormai non sorprendono più. In un clima da piena guerra commerciale Bruxelles è decisa, se necessario, a colpire l'economia americana dove può generare “il massimo impatto”. Dietro il pugno duro però si cela il doppio registro di Ursula von der Leyen: mostrare i muscoli a Washington mantenendo tuttavia vivo il dialogo per scongiurare un'escalation che potrebbe colpire le eccellenze industriali e agroalimentari delle big Ue. “Serve un accordo negoziato”, è il leitmotiv che riecheggia da Palazzo Berlaymont sulla spinta di Roma e Parigi, anche se la via diplomatica, invocata anche dall'industria dell'auto continentale, per ora non ha portato frutti: fallita la missione in America, il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic è volato a Pechino in cerca di sponde in un Oriente altrettanto in trincea. Il fentanyl è un pretesto usato da Trump per ordinare le sovrattasse, ha attaccato il Dragone, respingendo l'offerta del tycoon di sconti sui dazi in cambio del via libera alla vendita di TikTok. Oltre alla rappresaglia in sé, a tenere banco in Europa sono i calcoli politici sui simboli americani da colpire.
I “controdazi intelligenti”, rinviati dal primo al 13 aprile, in risposta alla raffica di tariffe di Trump su acciaio e alluminio restano in fase di definizione. L'elenco, del valore di oltre 21,5 miliardi di euro, sarà mirato a “provocare il massimo impatto sugli Stati Uniti, riducendo al minimo i danni per l'economia europea”, ha garantito il portavoce della Commissione, dopo il “grande rammarico” espresso da von der Leyen per la decisione americana. I funzionari Ue lavorano con il bisturi: dal vecchio arsenale anti-Trump potrebbero essere depennati alcuni marchi iconici come il bourbon per evitare ritorsioni su prosecco, champagne e cognac. Italia e Francia tengono alta la guardia a difesa delle loro bollicine, ma a temere il rischio boomerang è anche l'automotive già alle prese con la svolta green e il dumping cinese. A Bruxelles l'unica certezza è che, senza una retromarcia di Trump, la replica sarà “ferma, calibrata e tempestiva”.
Con questa premessa Emmanuel Macron ha rilanciato il suo appello alla Casa Bianca: fermarsi prima che sia troppo tardi “È paradossale che siano proprio gli alleati più stretti a finire nel mirino”, ha detto l'inquilino dell'Eliseo dopo aver riunito i volenterosi per Kiev, ribadendo una posizione condivisa tra i Ventisette: i dazi non sono solo un errore economico, ma anche una scelta geopolitica controproducente capace di scatenare una guerra che, nelle parole del vicepremier Antonio Tajani, “non conviene a nessuno”. Il messaggio è condiviso anche a Oriente, dove Sefcovic è arrivato per tessere la tela alternativa dell'Europa cercando da un lato di raffreddare le tensioni sulle auto elettriche e dall'altro di strappare garanzie sulla concorrenza leale utile a tenere a bada dumping e sovraccapacità industriale, nodi destinati ad aggravarsi con la possibile linea dura Usa.
Meloni esulta per i risultati sul Pnrr ma le opposizioni attaccano
La Cabina di regia Pnrr ha adottato la sesta Relazione sullo stato di attuazione del Piano. Nel corso della riunione a Palazzo Chigi, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha illustrato il lavoro svolto dal Governo nel secondo semestre 2024 per conseguire, secondo quanto riferito, tutti gli obiettivi programmati che hanno consentito all'Italia di ricevere il pagamento della quinta rata, pari a 11 miliardi di euro, della sesta da 8,7 miliardi e di richiedere il pagamento della settima, pari a 18,3 miliardi di euro, connessa al conseguimento di 67 obiettivi. La sesta relazione al Parlamento “conferma il primato europeo dell'Italia nella sua realizzazione, per numero di obiettivi conseguiti, per risorse complessive ricevute e per numero di richieste di pagamento formalizzate e incassate”, scrive la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella premessa del documentato.
“Abbiamo ancora molto lavoro da fare, ma i risultati raggiunti finora ci rendono orgogliosi”. Il Ministro Foti, dal canto suo, rimarca: “Ora è il momento delle responsabilità. L'attività proseguirà nei prossimi mesi e vedrà il Governo Meloni, le amministrazioni, le prefetture, i soggetti attuatori e tutte le Istituzioni preposte produrre il massimo sforzo per raggiungere gli obiettivi inseriti nelle ultime tre rate del Piano, anche attraverso un suo eventuale aggiustamento”. Certo è che il giudizio della Corte dei Conti è in chiaroscuro: secondo i magistrati contabili, “il raggiungimento degli obiettivi qualitativi e quantitativi, stabiliti a livello nazionale e concordati a livello europeo, è in linea con le previsioni, mentre permangono alcune criticità che richiedono attenzione costante e interventi mirati, soprattutto in vista della scadenza del Piano fissata a giugno 2026”.
Sul fronte finanziario, i dati della piattaforma ReGiS mostrano un rinvio di spese programmate per il biennio 2023-2024 pari a circa 2,4 miliardi di euro, con un conseguente incremento della spesa di 1,2 miliardi nel 2025 e 680 milioni nel 2026. “La carenza di personale negli uffici di rendicontazione e controllo ha prodotto un rallentamento sulle verifiche di spesa” e “il mancato regolare aggiornamento dei dati sulla piattaforma ReGiS da parte di alcune amministrazioni coinvolte”. Sulle indiscrezioni di stampa secondo cui il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti sarebbe pronto a chiedere all'Ue il rinvio di un anno per il Piano dal 2026 al 2027, il Mef non commenta ma, intanto, le opposizioni attaccano e chiedono un'informativa urgente della premier in Aula. La richiesta a Montecitorio è stata lanciata da deputati di Pd, M5S, Avs, Iv e Azione.
Meloni entra nella top 5 dei governi più longevi d’Italia
Con i suoi 886 giorni il governo di Giorgia Meloni supera in durata quello (il primo) di Romano Prodi e mira ora a sorpassare l'esecutivo di Matteo Renzi. A celebrare il sorpasso è stata, con un video sui social, la stessa Meloni che tuttavia ha esplicitato la propria ambizione: quella di essere la prima Presidente del Consiglio a concludere la legislatura con lo stesso Governo, cosa non riuscita nemmeno a Silvio Berlusconi, che tuttora detiene il primato dell'esecutivo più longevo: il secondo Governo del Cavaliere, con i suoi 1.409 giorni (dall'11 giugno 2001 al 23 aprile 2005) resta ancora saldamente alla guida della classifica dei più longevi della Repubblica, anche se fu tormentato da una serie di cambi nei ministeri più importanti (agli Esteri, all'Interno, al Tesoro, ecc.).
I dissidi interni alla maggioranza portarono non a un semplice rimpasto bensì a un nuovo incarico da parte del presidente Ciampi e a una nuova foto di fiducia: il governo Berlusconi III concluse la legislatura. Dunque, con lo stesso premier ma non con lo stesso Governo. A Berlusconi spetta anche la seconda piazza dei governi duraturi, con il suo quarto incarico che iniziò l'8 maggio 2008 per concludersi il 12 novembre 2011, ovvero dopo 1.283 giorni. Il “generale spread”, come si disse allora, spinse Berlusconi a dimettersi pur avendo la maggioranza in Parlamento, per lasciare il posto a Mario Monti. Sopra i mille giorni, al terzo posto, si attesta il primo governo Craxi che durò dal 4 agosto 1983 al 27 giugno 1986. Sostenuto dalla maggioranza del Pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli) durò 1.058 giorni. Anch'esso fu seguito da un bis dello stesso Craxi (dal 1° agosto 1986 al 17 aprile 1987) che dopo otto mesi cedette il passo a un esecutivo di brevissima durata, il Fanfani VI, un governo istituzionale sostenuto dalla Dc, che guidò il Paese ad elezioni anticipate dopo 3 mesi e 11 giorni.
È di Amintore Fanfani, invece, il record assoluto del governo più breve: alla sua prima esperienza a Palazzo Chigi rimase infatti in carica dal 19 gennaio al 10 febbraio 1954, per un totale di appena 22 giorni, essendosi visto rifiutare la fiducia dal Parlamento. Al quarto posto, con 1.019 giorni, si colloca il governo di Matteo Renzi, installatosi non a inizio legislatura, bensì subentrando a quello di Enrico Letta il 22 febbraio 2014, per cedere a sua volta la campanella a Paolo Gentiloni il 12 dicembre 2016. Renzi cadde non per dissidi della sua maggioranza, ma per via della sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale. Il Governo superato oggi in termini di durata da Giorgia Meloni è il Prodi I, che durò 874 giorni, dal 18 maggio del 1996 al 9 ottobre del 1998: fu il primo esecutivo a cadere con un voto di sfiducia del Parlamento dopo che il Prc di Fausto Bertinotti era uscito dalla maggioranza.
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