Trump rilancia sui dazi, Ue e alleati reagiscono
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea è riesplosa con forza: da mercoledì sono in vigore i dazi al 25% imposti dall’amministrazione Trump su acciaio e alluminio importati dall’estero, estesi anche a prodotti finiti che li contengono, come biciclette, mobili, condizionatori e racchette da tennis. L’Unione Europea ha risposto con dazi di ritorsione su beni statunitensi per un valore complessivo di 26 miliardi di euro all’anno, colpendo inizialmente prodotti per 8 miliardi di euro dal 1° aprile, con una seconda fase da 18 miliardi a metà aprile, soggetta all’approvazione degli Stati membri.
Anche Canada e Messico stanno preparando contromisure. Ottawa ha già annunciato dazi del 25% su alcuni prodotti statunitensi, mentre la presidente messicana Claudia Sheinbaum deciderà entro il 2 aprile, data in cui potrebbero entrare in vigore ulteriori tariffe minacciate da Trump. La tensione è aumentata martedì, quando il presidente americano ha minacciato di raddoppiare al 50% i dazi su acciaio e alluminio canadesi, salvo poi fare marcia indietro dopo la reazione del governatore dell’Ontario, Doug Ford, che aveva a sua volta minacciato una tassa del 25% sull’energia venduta agli Usa.
Trump ha poi aperto un nuovo fronte nella disputa commerciale, prendendo di mira il settore degli alcolici europei: in un post sul suo social Truth ha annunciato l’intenzione di imporre dazi del 200% su vino e champagne prodotti nell’Ue, in risposta alla decisione europea di mantenere le tariffe sul whisky americano. Il presidente ha attaccato Bruxelles definendola “una delle autorità più ingiuste e ostili sui dazi”, accusandola di approfittarsi degli Stati Uniti e dichiarando che “il mondo intero ci deruba”.
Le borse globali hanno subito pesanti ribassi, con gli investitori spaventati dalla volatilità della politica economica americana. Gli Stati Uniti, nel 2024, hanno importato circa 30 miliardi di euro di ferro e acciaio e 25 miliardi di alluminio, con Canada, Messico e Ue tra i principali esportatori. Un’escalation di dazi potrebbe colpire duramente questi settori, alterando i flussi commerciali globali.
L’Italia è tra i paesi più esposti: le esportazioni di vino italiano negli Usa hanno raggiunto 1,94 miliardi di euro nel 2024, con un incremento del 162% negli ultimi vent’anni. La Coldiretti ha lanciato l’allarme: se la misura venisse applicata, metterebbe in ginocchio un settore che rappresenta quasi un quarto delle esportazioni di vino italiano, con gli spumanti tra i più colpiti. Anche il settore agroalimentare è sotto pressione: Prosecco, Pecorino e altre eccellenze del Made in Italy rischiano di finire nella lista nera delle tariffe americane.
Sul fronte diplomatico, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha ribadito che l’Ue è pronta a difendere i propri interessi, pur lasciando aperto il dialogo con Washington. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, impegnato al G7 in Canada, ha sottolineato che una guerra commerciale non conviene a nessuno, invitando gli Stati Uniti ad aprirsi a un confronto costruttivo.
Gli alleati di Washington, però, si stanno riorganizzando: l’Ue ha deciso di reintrodurre le contromisure tariffarie già adottate nel 2018 e nel 2020 (poi sospese con un’intesa), mentre il Canada ha varato dazi su 20,7 miliardi di dollari di merci americane, colpendo computer, attrezzature sportive e prodotti in ghisa.
La BCE taglia ancora i tassi, sesta riduzione consecutiva
Giovedì la Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato un nuovo taglio dei tassi di interesse, riducendoli di 0,25 punti percentuali e portandoli in un intervallo tra il 2,5% e il 2,9%. Si tratta della sesta riduzione consecutiva, una misura destinata a favorire ulteriori ribassi sui tassi di mutui e prestiti alle imprese, già in calo da mesi.
La decisione della BCE si inserisce in un contesto di progressiva normalizzazione della politica monetaria, dopo anni di tassi elevati imposti per contrastare la crisi inflazionistica innescata dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina.
L’istituto guidato da Christine Lagarde ritiene che il “processo di riduzione dell’inflazione sia sulla buona strada”, anche se il tasso d’inflazione nell’area euro è leggermente risalito negli ultimi mesi: a febbraio ha toccato il 2,4%, ancora sopra l’obiettivo del 2%, ma ben lontano dai picchi del 10% registrati nel 2022.
Con questo ulteriore allentamento della politica monetaria, la BCE conferma la sua strategia di sostegno alla crescita economica, pur mantenendo la vigilanza su eventuali nuove pressioni inflazionistiche.
Concordato per partite IVA prorogato al 30 settembre, novità sulle accise
Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legislativo che concede alle partite IVA due mesi in più per aderire al concordato preventivo biennale 2025-2026, spostando la scadenza dal 31 luglio al 30 settembre. La misura, proposta dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo, consente ai lavoratori autonomi di valutare se accettare il patto con il fisco, pagando le imposte calcolate dall’amministrazione in base ai dati in suo possesso ed evitando controlli, oppure mantenere il regime ordinario. Finora, l’adesione è stata limitata: hanno aderito solo 500 mila contribuenti soggetti agli Isa e 125 mila forfettari. Tuttavia, il nuovo decreto esclude i forfettari dalla possibilità di partecipare nel biennio 2025-2026.
Nel pacchetto di misure approvate dal governo rientra anche il riequilibrio delle accise tra gasolio e benzina, con l’obiettivo di eliminare entro cinque anni la differenza di tassazione tra i due carburanti. Attualmente, il gasolio gode di una minore imposizione fiscale di 11,1 centesimi di euro al litro, considerata un sussidio ambientalmente dannoso. Il decreto stabilisce che l’accisa sul gasolio aumenterà ogni anno di 1-1,5 centesimi al litro, mentre quella sulla benzina verrà ridotta di un importo equivalente, fino a raggiungere la parità. Gli autotrasportatori saranno esonerati da questi aumenti, per evitare un impatto eccessivo sui costi del trasporto merci.
Produzione industriale in ripresa a gennaio, ma auto e tessile restano in calo
Dopo mesi di debolezza, la produzione industriale italiana ha registrato un rimbalzo del 3,2% a gennaio rispetto a dicembre, secondo i dati diffusi dall’Istat. Un segnale positivo che interessa gran parte dei settori produttivi, ad eccezione dell’energia. Tuttavia, nel confronto annuo, il trend rimane negativo, con una flessione dello 0,6% rispetto al gennaio 2024, un dato condizionato anche dalla presenza di un giorno lavorativo in meno (21 contro i 22 dell'anno precedente). L’incremento mensile riguarda quasi tutti i principali comparti: i beni strumentali crescono del 4,1%, i beni intermedi del 4% e i beni di consumo del 2,6%, mentre l’energia è l’unico settore in contrazione, con un calo del 3,4%. Su base annua, invece, solo i beni di consumo registrano una crescita (+0,4%), mentre gli altri aggregati restano in difficoltà: i beni strumentali e l’energia perdono entrambi lo 0,8%, mentre i beni intermedi calano dello 0,6%. Le migliori performance si registrano nel comparto farmaceutico, con un balzo del 21,7%, seguito dall’industria del legno, della carta e della stampa (+6,2%) e dalla chimica (+4,3%).
Tuttavia, il quadro generale resta segnato da significative difficoltà in alcuni settori chiave dell’economia italiana. Il comparto auto registra un crollo del 13,1%, segnando una delle peggiori performance tra le industrie manifatturiere, mentre il settore tessile, abbigliamento, pelli e accessori subisce un calo del 12,3%. Anche la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati è in flessione, con un -6,2%. Analizzando la media degli ultimi tre mesi (novembre-gennaio), l’Istat segnala che il livello della produzione industriale è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, segnale di una crescita ancora fragile e di un quadro economico incerto. Le prospettive per il 2025 dipenderanno dall’andamento della domanda interna ed estera, dalla stabilità delle catene di approvvigionamento e dall’impatto delle politiche monetarie della BCE, che ha recentemente ridotto i tassi di interesse per favorire la ripresa economica. Se da un lato alcuni comparti, come la farmaceutica e la chimica, sembrano ben posizionati per crescere ulteriormente, il rallentamento dell’automotive e del tessile potrebbe rappresentare un freno per la ripresa complessiva del settore industriale italiano.
L’oro supera quota 3.000 dollari, mentre il bitcoin scende
Il prezzo dell’oro ha raggiunto un nuovo record storico, sfondando la soglia dei 3.000 dollari l’oncia e attestandosi a 3.002 dollari (+0,45%). La corsa al metallo prezioso è alimentata dai timori dei mercati per gli effetti negativi dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, che hanno spinto gli investitori a rifugiarsi nei beni considerati più sicuri. A pesare sull’andamento dell’oro sono anche i recenti dati sull’inflazione negli Stati Uniti, che rafforzano l’ipotesi di un prossimo allentamento della politica monetaria della Federal Reserve.
Nel frattempo, il mercato delle criptovalute ha registrato un calo significativo dopo la firma, da parte di Donald Trump, di un ordine esecutivo per la creazione della “Strategic Bitcoin Reserve”, una riserva nazionale di bitcoin simile a quelle esistenti per oro e petrolio. Sebbene la proposta fosse stata anticipata già durante la campagna elettorale dello scorso luglio, la sua approvazione ha deluso molti investitori, portando il valore del bitcoin a scendere da 91.000 a 85.000 dollari. Il calo è dovuto alla natura limitata dell’iniziativa, che si basa esclusivamente su bitcoin già confiscati dal Dipartimento del Tesoro e non su nuovi acquisti, a differenza di quanto molti nel settore si aspettavano.
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