Sul Recovery la Bce è preoccupata per lentezza dei paesi europei sul piano

La Banca Centrale Europea è preoccupata per la lentezza con cui i Paesi procedono sul Recovery Fund. Gli ultimi verbali, relativi alla riunione di gennaio, fanno infatti emergere tutti i timori della Bce sull'attuazione del piano. “Nonostante i leader europei abbiano deciso di fornire il più ampio pacchetto di sostegno mai finanziato dal bilancio dell'Ue”, ossia il Recovery Fund, “i progressi nell'attuazione sono lenti e impegnativi”, afferma Francoforte, sottolineando che il Next Generation Eu deve diventare operativo “senza indugio”. Per cui la Bce sollecita gli Stati membri ad “accelerare il processo di ratifica e a finalizzare prontamente i piani di ripresa e resilienza”. Ma non solo. Dai piani alti di Francoforte viene anche tracciato un sentiero su come spendere questa grande mole di denaro. “I fondi del Recovery devono essere impiegati per una spesa pubblica produttiva e accompagnati da politiche strutturali a favore della produttività” perché tutto ciò “permetterebbe al programma Next Generation Eu di contribuire ad una ripresa più rapida, più forte e omogenea e aumenterebbe la resilienza economica e il potenziale di crescita dei Paesi”, viene specificato nei verbali.  

Il neo premier Mario Draghi, che per otto anni come presidente della stessa Bce ha bacchettato i Paesi affinché facessero le riforme, ha chiamato i tecnici per completare il lavoro iniziato dal governo Conte sul Recovery, sotto la regia unica del Ministero dell'Economia e delle Finanze. E l'obiettivo, come sollecita Francoforte, è proprio fare in fretta, quindi incassare il nuovo parere del Parlamento, avere un nuovo testo entro metà marzo e riprendere la negoziazione informale con la Ue per consegnare il piano ufficiale ad aprile. Il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha reso noto che ci sono stati “già scambi intensi e costruttivi con le autorità italiane” sul piano ma “occorre lavorare ancora”, tuttavia Dombrovskis si è detto “assolutamente convinto che il nuovo governo riuscirà in maniera brillante a completare le misure”.

Il Pil dell’area Ocse rallenta a +0,7% nel IV trimestre, -4,9% nel 2020

Dopo la caduta record del primo semestre dell'anno e il forte rimbalzo del terzo trimestre, la crescita del Pil dell'area Ocse ha tirato il freno negli ultimi tre mesi del 2020, segnando +0,7%, in base ai dati provvisori comunicati dall'Ocse. Il Pil dell'area che riunisce i 37 Paesi industrializzati si era contratto dell'1,9% nel primo trimestre e del 10,5% nel secondo, per poi risalire del 9,2% nei tre mesi da luglio a settembre. Per il G7 il quarto trimestre si è concluso con un rallentamento della crescita a +0,8% dopo +9,2% nel precedente, con velocità assai diverse tra i vari Paesi. L'evoluzione è stata positiva per il Giappone (+3%), il Canada (+1,9%), gli Usa (+1%), il Regno Unito (+1%) e la Germania (+0,1%), mentre l'Italia (-2%) e la Francia (-1,3%) sono in territorio negativo, dopo avere segnato le migliori performance del G7 (+16% e +18,5% rispettivamente) nel terzo trimestre.  

Il quarto trimestre ha visto anche una contrazione del Pil dell'area euro (-0,6% dopo +12,4%) e dell’Ue (-0,4% dopo +11,5%). Sull'anno il Pil Ocse risulta in media in flessione del 4,9%. Si tratta del calo maggiore mai registrato dall'indicatore, ovvero dal 1962. Quasi tutti i Paesi hanno segnato una contrazione dell’attività lo scorso anno, nota l'Ocse, anche se in misura diversa. Nel G7 il calo più contenuto nel 2020 è quello degli Usa (-3,5%) e quello più ampio del Regno Unito (-9,9%). L'Italia, come è noto, ha registrato -8,9% e la Francia -8,2%, mentre per la Germania l'arretramento è stato del 5% e per il Giappone del 4,8%. L'Ocse rileva anche che la crescita cumulativa degli ultimi quattro trimestri è pari a -3,4% in media per l'intera area e del -5% per l'Eurozona. Il Regno Unito resta la maglia nera con -7,8%, seguito dall'Italia con -6,6%. La Germania segna -3,9%, la Francia -5%, il Canada -3,5%, gli Usa -2,5% e il Giappone -1,1%.  

L’Istat certifica il crollo dell’export nel 2020, -9,7% 

Malgrado il rapido recupero, dopo il crollo di marzo e aprile, il 2020 si chiude con una contrazione complessiva dell'export del 9,7%, il peggior risultato dopo la caduta registrata nel 2009. Il calo, dovuto per oltre un terzo a quello delle vendite di beni strumentali, rende noto l'Istat, è esteso a tutti i principali mercati di sbocco: paesi Asean e Opec, Francia e Regno Unito mostrano le flessioni più marcate; all'opposto, è molto contenuto il calo dell'export verso la Cina. A incidere è stato soprattutto il crollo delle esportazioni di macchinari e apparecchi (-12,6%), prodotti petroliferi raffinati (-42,1%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-20,8%). Risultano in aumento le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+3,8%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+1,9%). L'import è diminuito nel 2020 del 12,8%. L'avanzo commerciale si è attestato a 63,577 miliardi (+86,125 miliardi al netto dei prodotti energetici). Nel 2019 era stato pari a +56,116 miliardi. 

A dicembre 2020 l'Istat ha stimato una flessione congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l'estero, più intensa per le esportazioni (-3,8%) che per le importazioni (-1,1%). La diminuzione su base mensile dell'export è dovuta al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso l'area Ue (-3,7%). Nell'ultimo trimestre del 2020, rispetto al trimestre precedente, l'export cresce del 3,3%, trainato soprattutto dalle maggiori vendite di beni strumentali e beni intermedi. Nello stesso periodo, l'import aumenta del 4,3%. L'export registra a dicembre una crescita tendenziale del 3,3% (da +1,1% di novembre), dovuta all'aumento delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+4,1%), sia verso l'area Ue (+2,4%). L'import segna una flessione dell'1,7, determinata soprattutto dal calo degli acquisti dall'area extra Ue (-3,2%). Il saldo commerciale di dicembre è positivo per 6,844 miliardi di euro, con un aumento di 1,780 miliardi rispetto allo stesso mese dell'anno prima. I prezzi all'importazione aumentano a dicembre dello 0,7% su base mensile e diminuiscono del 4,4% su base annua. Il nuovo rialzo congiunturale è dovuto alle dinamiche di energia e beni intermedi. Nella media del 2020, i prezzi registrano una marcata flessione (-5,1%), la più ampia dal 2009; al netto dell'energia, la flessione è dell'1,2%.

Eurostat: costruzioni in frenata a dicembre 2020

A dicembre 2020, secondo le analisi di Eurostat, la produzione destagionalizzata nel settore delle costruzioni è diminuita del 3,7% nell'area dell'euro e del 3,3% nell'Ue, rispetto al mese precedente, quando era aumentata del 2,3% nella zona euro e dell'1,8% nell'Ue. Su base annuale, invece, la produzione nel settore delle costruzioni è diminuita del 2,3% nell'area dell'euro e del 2,1% nell'Ue, con una media annua nell'edilizia in calo del 5,7% nell’area dell’euro e del 5% nell'Ue. Nell'area dell'euro a dicembre 2020, la costruzione di edifici è diminuita del 3,8% e l’ingegneria civile del 3,4%. Nell'Ue, invece, l'edilizia è diminuita del 3,3% e l'ingegneria civile del 3,1%.



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