La Bce è a favore del ritiro degli stimoli, ma frena per l’incertezza della guerra 

Nella riunione del 10 marzo, i responsabili della politica monetaria della Bce sembravano intenzionati a ritirare le misure di stimolo ma “l'elevata incertezza” generata dall'invasione russa dell'Ucraina ha convinto il Consiglio che attualmente occorra mantenere “opzionalità e flessibilità” riguardo al “futuro corso della normalizzazione della politica monetaria”. Nei verbali della riunione, i banchieri centrali hanno concordato di porre fine agli acquisti di bond nel terzo trimestre, ma non hanno preso ulteriori impegni per ridurre le misure di stimolo, anche se l'inflazione continua a correre a causa degli alti prezzi dell'energia e dei prodotti alimentari. Per la Bce se da un lato “la politica non dovrebbe limitarsi nella sua tempestiva risposta al rischio di un'inflazione eccessiva, qualora le pressioni sui prezzi osservate si estendessero nel medio termine”, dall'altro, “non va esclusa la possibilità di adottare tutte le misure necessarie qualora l'attuale crisi continuasse ad aggravarsi, poiché un'ulteriore escalation potrebbe soffocare la ripresa economica nell'area dell'euro e mettere a repentaglio la stabilità del sistema finanziario”. 

Eppure, “un gran numero di consiglieri ha ritenuto che l'attuale livello elevato di inflazione e la sua persistenza richiedano ulteriori azioni immediate verso la normalizzazione della politica monetaria", si legge in un passaggio dei verbali. E ancora: “Si è sostenuto che, per tutti gli scopi pratici, le tre condizioni della forward guidance per un aggiustamento al rialzo dei tassi d'interesse della Bce siano già state soddisfatte o comunque stiano per esserlo”. Ma è prevalsa la cautela, con i responsabili politici che hanno sostenuto che la guerra in Ucraina ha creato così tanta incertezza che la banca centrale aveva bisogno di mantenere aperte le sue opzioni: “Le incertezze prevalenti richiedono che il Consiglio direttivo mantenga la massima opzionalità e flessibilità”, si legge. E più avanti: “Un'ulteriore escalation" del conflitto "potrebbe soffocare il rimbalzo dell'economia nell'area euro e mettere a repentaglio la stabilità finanziaria". Per questo serve “opzionalità” nella politica monetaria, in modo da lasciarsi aperta "la possibilità di assumere tutte le misure necessarie se la crisi dovesse continuare a peggiorare".

Il Governo vara il Def, la crescita del Pil per il 2022 scende al 2,9%

Dopo giorni di attesa, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi e del Ministro dell'economia e delle finanze Daniele Franco, ha approvato all’unanimità il Documento di economia e finanza (Def) 2022 nel quale diminuisce la previsione tendenziale di crescita del prodotto interno lordo (Pil) per il 2022 dal 4,7% programmatico della Nadef al 2,9%, quella per il 2023 dal 2,8% al 2,3%. Il Documento tiene infatti conto del peggioramento del quadro economico determinato da diversi fattori, in particolare l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, l'aumento dei prezzi dell'energia, degli alimentari e delle materie prime, l'andamento dei tassi d'interesse e la minor crescita dei mercati di esportazione dell'Italia: tali fattori sono oggi tutti meno favorevoli di quanto fossero in occasione della pubblicazione della Nota di aggiornamento al Def. 

Il disavanzo tendenziale della Pubblica amministrazione è indicato al 5,1% per quest'anno; scende successivamente fino al 2,7% del Pil nel 2025. Gli obiettivi per il disavanzo contenuti nella Nadef sono confermati: il 5,6% nel 2022, in discesa fino al 2,8% nel 2025. Vi è quindi un margine per misure espansive (0,5 punti percentuali di PIL per quest'anno, 0,2 punti nel 2023 e 0,1 punti nel 2024 e nel 2025). Questo spazio di manovra sarà utilizzato dal Governo per un nuovo intervento con diverse finalità, in particolare per contenere il costo dei carburanti e dell'energia per famiglie e attività produttive, potenziare gli strumenti di garanzia per l'accesso al credito delle imprese, integrare le risorse per compensare l'aumento del costo delle opere pubbliche e ripristinare alcuni fondi utilizzati a parziale copertura del decreto taglia prezzi. Per effetto di questi interventi, la crescita programmatica sarà lievemente più elevata di quella tendenziale, soprattutto nel 2022 e nel 2023 (3,1% e 2,4%), con riflessi positivi sull'andamento dell'occupazione. Il rapporto debito/Pil nello scenario programmatico diminuirà quest'anno al 147,0%, dal 150,8% del 2021, per calare poi progressivamente fino al 141,4% nel 2025. La decisione di confermare gli obiettivi programmatici di disavanzo testimonia l'attenzione verso la sostenibilità della finanza pubblica. Al contempo, per il Governo resta imprescindibile continuare a promuovere una crescita economica elevata e sostenibile

Per ora niente scostamento. Possibile che dall’Ue arrivi il recovery di guerra

La guerra riduce le prospettive di crescita e per il Governo non è il momento di lanciarsi in grandi spese in deficit: presentando il secondo Def dall'avvio del governo, Mario Draghi e Daniele Franco assicurano 5 miliardi di nuovi aiuti subito e invitano i Ministri a restare prudenti. Insomma, per ora niente scostamento, che pure i partiti continuano a chiedere con forza, a partire dal M5S; certo più in là, se dovessero servire risorse, “le troveremo come abbiamo fatto finora”, si limita a dire il ministro dell'Economia. Ma il disagio sociale cresce, evidenzia in cabina di regia il capodelegazione PD Andrea Orlando, e anche le imprese soffrono, osserva Franco che nel Def ha già indicato i capisaldi del prossimo decreto da approvare entro aprile. Bollette e carburanti restano in cima alla lista, anche se bisognerà valutare l'andamento dei prezzi: in prospettiva dovrebbero rimanere alti, a meno che non si verifichi il blocco delle forniture che porterebbe a un tracollo del Pil di due punti. Nell'elenco delle nuove misure entra anche il caro-materie prime, che zavorra le imprese e rischia di fermare gli appalti, compresi quelli del Pnrr. E poi, sfruttando il nuovo allentamento degli aiuti di Stato modello Covid, ci saranno nuove risorse per le garanzie sul credito, ma anche nuove tranche di aiuti per gestire l'accoglienza dei profughi. 

Lo spazio per queste politiche “espansive”, spiega Franco, viene proprio da una gestione “prudente” dei conti pubblici, forti anche delle entrate che continuano ad andare meglio del previsto: il nuovo decreto, anzi, darà una spinta al Pil dello 0,2%, portando la crescita programmata per il 2022 al 3,1% rispetto al 2,9% tendenziale. Sull’indebitamento, il titolare di Via XX Settembre, che ha preparato il Cdm, ha ribadito ai Ministri nella cabina di regia che non è il caso di alzare il deficit, rimasto fissato al 5,6% nel 2022, anche perché a risentirne sarebbe lo spread, già in tensione nelle ultime settimane. Va bene essere cauti ora, gli hanno risposto sia il dem Andrea Orlando sia il pentastellato Stefano Patuanelli, ma bisogna dire in modo chiaro che si è pronti a fare di più se necessario. Pochi minuti dopo l’approvazione del Def, il leader 5S Giuseppe Conte ha fatto sapere che i 5 miliardi previsti da Draghi e Franco non sono sufficienti e ha chiesto subito un “nuovo scostamento”, parola che non viene mai pronunciata dal Ministro dell'Economia e dal Premier. Per ora si attende di capire se ci sarà una risposta Ue, un Recovery di guerra e se non dovesse arrivare si cercherà un'altra via, ma per ora la strada sembra tracciata.

Per l’Istat, a febbraio +0,7% le vendite al dettaglio, +4,3% su anno

febbraio 2022 si stima una crescita congiunturale per le vendite al dettaglio dello 0,7% in valore e dello 0,4% in volume. Per l'Istat, sono in diminuzione le vendite dei beni alimentari (-0,6% in valore e -1,5% in volume) mentre aumentano quelle dei beni non alimentari (+1,7% in valore e +1,6% in volume). Nel trimestre dicembre 2021-febbraio 2022, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio crescono in valore (+0,4%) e calano in volume (-0,4%). Diminuiscono le vendite dei beni non alimentari (-0,3% in valore e -0,4% in volume), mentre quelle dei beni alimentari aumentano in valore (+1,2%) e registrano un lieve calo in volume (-0,4%). Su base tendenziale, a febbraio 2022, le vendite al dettaglio aumentano del 4,3% in valore e dell'1,9% in volume. Le vendite dei beni non alimentari sono in aumento (+5,6% in valore e +5,0% in volume) mentre quelle dei beni alimentari registrano un aumento in valore (+3,1%) e una flessione in volume (-1,9%). Tra i beni non alimentari, si registra una crescita tendenziale per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano Giochi, giocattoli, sport e campeggio (+8,4%), Altri prodotti (+8,1%), Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (+8,1%) e Prodotti farmaceutici (+8,1%), mentre l'incremento minore riguarda Cartoleria, libri, giornali e riviste (+0,1%). Rispetto a febbraio 2021, il valore delle vendite al dettaglio cresce in tutti i canali distributivi: la grande distribuzione (+3,6%), le imprese operanti su piccole superfici (+5,4%), le vendite al di fuori dei negozi (+2,7%) e il commercio elettronico (+5,0%). 



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