Il Pil italiano cala del 12,8%. Gualtieri: atteso forte rimbalzo

Nel secondo trimestre di quest'anno, come conseguenza della crisi scatenata dall’emergenza Covid, l'Italia ha subìto un calo del prodotto interno lordo del 12,8% rispetto al trimestre precedente e del 17,7% rispetto a un anno prima. Per quanto ancora provvisori, i dati confermano che l'Italia è ormai in recessione visto che si tratta a questo punto della terza contrazione consecutiva dei conti trimestrali. Ma il peggio potrebbe esser passato: il Ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, infatti, forte anche di numeri sulle entrate molto migliori del previsto, rassicura e si dice convinto che nel terzo trimestre ci sarà “un forte rimbalzo” dell'economia. In effetti i dati provvisori acquisiti dal Mef al 20 agosto registrano un rialzo del 9% delle entrate versate dai contribuenti con il modello F24 rispetto allo stesso mese del 2019, sostenuto dal buon andamento dell'Irpef e dell'Ires versate in autoliquidazione.

La contrazione del Pil del periodo aprile-giugno 2020 ha costretto l'Istat a rivedere al ribasso le stime preliminari che avevano anticipato una contrazione congiunturale e una tendenziale, rispettivamente del 12,4% 17,3%. L'Istat parla di una “portata eccezionale della diminuzione del Pil nel secondo trimestre per gli effetti economici dell'emergenza sanitaria e delle misure di contenimento adottate” e spiega che a trascinare la caduta dell'economica è stata soprattutto la domanda interna, con un apporto particolarmente negativo dei consumi privati e contributi negativi rilevanti di investimenti e variazione delle scorte. Anche la domanda estera ha fornito un contributo negativo, per la riduzione delle esportazioni più decisa di quella delle importazioni. In particolare, rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in diminuzione, con cali dell'8,7% per i consumi finali nazionali e del 14,9% per gli investimenti fissi lordi. Le importazioni e le esportazioni sono diminuite, rispettivamente, del 20,5% e del 26,4%. La contrazione dell’attività produttiva si è accompagnata a una marcata riduzione dell'input di lavoro in termini di unità lavorative annue e ore lavorate, mentre le posizioni lavorative hanno subìto un calo meno marcato. Ad esser colpiti sono tutti i principali comparti dell'economia, con cali congiunturali per il valore aggiunto di agricoltura, industria e servizi diminuiti, rispettivamente, del 3,7%, del 20,2% e dell'11%. 

A questo punto la variazione del Pil acquisita per il 2020 è pari a -14,7%, con il Paese che oramai non rialza più la testa da un anno: l'ultima volta che l'Istat aveva certificato una crescita, per altro molto debole (+0,1%), era stato infatti nel secondo trimestre 2019. Da allora, dopo una crescita congiunturale pari a zero nel trimestre successivo, c’è stato un susseguirsi di segni meno con un -0,2% nell'ultimo trimestre del 2019 e un -5,5% nei primi tre mesi del 2020. Nel confronto internazionale l'Italia tuttavia, anche se fa peggio di Germania (- 9,7% a livello congiunturale) e della media di Eurolandia (-12,1%), si rivela però in una situazione meno critica della vicina Francia, il cui Pil nel secondo trimestre ha segnato un calo del 13,8% sui tre mesi precedenti e di addirittura il 19% rispetto a un anno prima. 

Lavoro: Istat, dopo quattro mesi di cali, torna a crescere l'occupazione: +0,4%. 

Cresce a luglio l’occupazione dopo quattro mesi di flessioni consecutive, ma di fronte al calo dell'inattività, sale il numero di persone in cerca di lavoro. Dati alla mano secondo l’istituto di ricerca, il tasso di disoccupazione sale al 9,7%, rispetto al 9,3% di giugno. È il dato peggiore da settembre 2019. La disoccupazione sale soprattutto tra i giovani (15-24 anni) con un 31,1% contro il 29,6% del mese precedente, raggiungendo il livello più alto dal 31,5% di febbraio 2019. Su base mensile, l'Istat conta 85 mila occupati in più attestati al +0,4%, in particolare tra le donne e i dipendenti; restano stabili gli occupati uomini, mentre diminuiscono gli indipendenti. Il tasso di occupazione sale al 57,8% (+0,2 punti percentuali). Il tasso di inattività diminuisce, attestandosi al 35,8% (0,6 punti).   Da febbraio il livello dell'occupazione è sceso di quasi 500 mila unità e le persone in cerca di lavoro sono cresciute di circa 50 mila, a fronte di un aumento degli inattivi di quasi 400 mila. In quattro mesi, il tasso di occupazione perde oltre un punto, mentre quello di disoccupazione, col dato di luglio, torna sopra ai livelli di febbraio.   In particolare, a luglio il numero degli occupati si è attestato a quota 22,811 milioni, contro i 23,283 milioni di febbraio. Il saldo negativo è dunque pari a 472.000 unità.   Le ripetute flessioni congiunturali registrate a partire da marzo 2020 hanno contribuito a una rilevante contrazione dell'occupazione rispetto al mese di luglio 2019 (-2,4% pari a -556.000 unità), che ha coinvolto uomini e donne di qualsiasi età, così come i dipendenti (-317.000) e autonomi (-239.000). A tenere gli over 50 con un incremento di occupati del + 153.000. Un dato che però è legato esclusivamente alla componente demografica. 

Gualtieri, in attesa del rimbalzo del pil, rilancia sulla riforma del fisco

Avanti con la riforma fiscale usando come cassa la riduzione delle tax expenditures e la lotta all'evasione, ma senza attingere al Recovery Fund. A tracciare il percorso è il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, già al lavoro su legge di Bilancio e Recovery Plan italiano. Prima però c'è da aggiornare il Def, con dati che vedono nel terzo trimestre “i segnali di un forte rimbalzo del Pil, che è una cosa importante”. Anche secondo l'Istat le informazioni per luglio e agosto, ancora parziali, suggeriscono il proseguimento della ripresa, con l'aumento del clima di fiducia delle imprese in tutti i settori, ma non bastano a confermare le cifre in cui sperava il Governo: “Ci sono tante stime molto negative sul Pil del 2020, noi abbiamo fatto una stima del -8%. Pensiamo che sarà un po' peggio della nostra previsione, ma non di tanto”, assicura il titolare del Mef. La sfida vera, peraltro già annunciata dal Governo lo scorso anno e poi finita momentaneamente in stand-by causa Covid, è quella della riforma fiscale: giù il cuneo, meno Irpef sul lavoro per aumentare gli stipendi e sostenere la grande innovazione dell'assegno unico per le famiglie: “Gentiloni ha ragione, sappiamo che non possono essere finanziate dal Recovery Fund, le cui risorse dovranno essere concentrate su pacchetti di riforme e investimenti”. 

Gli uffici di via XX Settembre sono dunque al lavoro su meccanismi di autofinanziamento, a partire dallo sfoltimento della giungla di tax expenditures, sgravi e agevolazioni fiscali: tutti insieme valgono 54 miliardi di euro, ma costituiscono un mare magnum in cui è difficile orientarsi e tagliare senza provocare mugugni. Nel mirino, oltre a una semplificazione delle agevolazioni, la cancellazione di quelle ambientalmente dannose per promuovere la sostenibilità. L'altro tesoretto da aggredire è l'evasione fiscale: in questo senso vanno gli interventi sulla fatturazione elettronica e sul cashback, che dovrebbe partire a fine anno. Certo, è il ragionamento di Gualtieri, con il Recovery Fund arriveranno risorse da destinare a investimenti e crescita, liberando così spazio di manovra per sostenere e far andare a regime la riforma del fisco. E il Mes? “Valuteremo l'utilizzo al momento opportuno, non dà soldi a fondo perduto. Sono risorse molto convenienti che darebbero risparmi di miliardi sugli interessi. Prima si parlava solo di Mes, ma grazie a Conte abbiamo anche gli eurobond”. 

La rivoluzione della Fed mette sotto pressione l’Euro e la Bce

Riparte la sfida tra Federal Reserve e Bce e se per anni, sotto la presidenza di Mario Draghi, è stata l'Eurotower a condurre i giochi ora il pallino è passato nelle mani dell'istituto americano. La rivincita di Jerome Powell, a più riprese accusato da Donald Trump di scarso coraggio sui tassi, è arrivata la scorsa settimana, quando il presidente della Fed ha annunciato che d'ora in poi l'istituto centrale statunitense, nel regolare la propria politica monetaria, non farà più riferimento a un obiettivo d'inflazione fisso del 2% ma all'andamento medio del costo della vita. Oltre a tenere in maggior considerazione il concetto di massima occupazione. In soldoni: la Fed, dopo un periodo di prezzi bassi come quello attuale, potrà consentire all'inflazione di salire per qualche tempo anche oltre il tetto del 2%, in attesa che la ripresa si consolidi, senza per questo dover necessariamente intervenire sul costo del denaro. 

I tassi potranno dunque restare bassi più a lungo. L'impatto più evidente della decisione si è avuto sull'euro. L'allontanarsi di una stretta monetaria al di là dell'oceano ha prodotto immediatamente un rafforzamento della valuta europea, che è arrivata a valere 1,20 dollari, al top dal 2018. Un movimento che non può non preoccupare la Bce, per l'impatto che finisce per avere sulle esportazioni in un periodo di grossa debolezza economica. Un euro forte agisce negativamente su ripresa e inflazione, rischiando di lasciare l'economia del vecchio continente impantanata nella crisi scatenata dalla pandemia di coronavirus.

 

 



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