Meloni, io premier se FdI avrà un voto in più. Dietrofront di Salvini su ministri

Dopo il no di Carlo Calenda all’alleanza tra Azione e Pd, a fare retromarcia è Matteo Salvini. Il segretario della Lega, che per settimane ha chiesto agli alleati di indicare prima del voto alcuni nomi della squadra di governo, sembra averci ripensato. “Chi fa cosa lo decidono gli italiani con il voto del 25 settembre”, sottolinea il leader della Lega. Una dichiarazione che segue le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ieri per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale ha ribadito nuovamente che se il suo partito prenderà un voto in più degli altri partiti della colazione è pronta a fare il suo nome come prossimo Presidente del Consiglio. Dopo aver messo in chiaro l’obiettivo finale la leader di FdI ha sottolineato che non farà campagna elettorale “parlando di nomi, di premier, di ministri”. 

Insomma, nessuna anticipazione. Un concetto che aveva chiarito nei giorni scorsi spiegando che “da che mondo è mondo” le squadre di governo “si fanno sulla base del risultato elettorale, significa rispettare i cittadini”. Ragionamento che Salvini sembra aver fatto proprio, anche se il leghista non intende rinunciare al tentativo di rimonta: “Se gli italiani scelgono il centrodestra, e nel centrodestra danno un consenso in più alla Lega, sono pronto a prendermi l'onore e l'onere di prendere per mano questo Paese e di scegliere il meglio per questo Paese. Quindi non ci sono ministri adesso, premier adesso, sottosegretari adesso. Aspettiamo il 25 settembre”. “Poi ovviamente per me Meloni e Berlusconi sono due amici, oltre che due alleati, e quindi tutti potranno fare tutto. Tutti sono all'altezza di fare tutto”. Ma per capire chi farà cosa si dovrà attendere. 

Già nelle prossime ore invece dovrebbe chiudersi il lavoro sul programma di governo. Per Matteo Salvini “Il programma sarà pronto entro questa settimana. Io l'ho letto, è sostanzialmente pronto al 99%, tranne qualche limatura. Quello che interessa a me e a milioni di italiani c'è: la pace fiscale, la rottamazione delle cartelle esattoriali, l'estensione della flat tax”. E, come annuncia Silvio Berlusconi, “nessuna imposta patrimoniale sulla casa, sui risparmi e sulle successioni”. Su sicurezza e immigrazione, inoltre, “non c'è niente da inventare” per il leghista visto che “ci sono i decreti Sicurezza cancellati dalla sinistra che potrebbero essere riapprovati”. E sul tema, assicura, “con FdI non siamo assolutamente distanti, ogni proposta è la benvenuta. Il blocco navale? Parliamone”. Di certo bisognerà ancora discutere per sciogliere il nodo sulla ripartizione dei collegi uninominali. L’intesa non è stata ancora trovata e serviranno nuove riunioni politiche, soprattutto adesso che si sono formate le due alleanze dei centristi (da un lato Udc-CI, dall’altro Nci-IaC). Non è escluso che alla fine per superare lo stallo sia necessario un nuovo vertice tra leader, al momento però ancora non calendarizzato. 

Il Pd è pronto a voltare pagina dopo lo strappo di Calenda

Enrico Letta, dopo l'addio di Azione, è determinato a recuperare il tempo perduto. Così, da Marcinelle fa partire la campagna elettorale: una maratona da disputare sui territori che avrà come mantra la scelta tra il centrosinistra da una parte e le destre, con Giorgia Meloni premier, dall'altra. A livello pratico, lo strappo di Carlo Calenda potrebbe avere come conseguenza il venir meno del veto a candidare negli uninominali i leader delle forze politiche inizialmente considerati divisivi, come Luigi Di MaioAngelo Bonelli Nicola Fratoianni. Ma, su questo, ancora non sono state prese decisioni. E ci sarà la necessità di rimodulare quel 24% di collegi previsti per la federazione Azione-Più Europa. Ma il clima è disteso e un primo confronto potrebbe essere intavolato con il partito di Benedetto Della Vedova, dopo che la direzione avrà ufficializzato la scelta di rimanere al fianco del Pd. La rotta è tracciata: “Riconosciamo e confermiamo l'importanza dei contenuti” dell'accordo col Pd, ha detto il presidente di Più Europa Riccardo Magi. Il grande obiettivo di Enrico Letta di costruire il campo più largo possibile, per contrastare alle urne un centrodestra unito e dato come favorito nei sondaggi, esce inevitabilmente ridimensionato dal ritiro di Calenda. 

I dem dovranno vedersela anche con un potenziale terzo polo che potrebbe drenare voti sia a destra, sia a sinistra. Ma, nonostante le avversità (previste e non), la determinazione è forte: “Siamo già in campagna elettorale sui territori”. Le “ultime due tornate elettorali ci hanno premiati, ora bisogna mettere in campo i migliori candidati possibili, quelli più forti agli uninominali”. Intanto, lo schema a trazione democratica è definito: il Pd, che presenterà un simbolo con all'interno la dicitura democratici e progressisti (il listone dove confluiranno, tra gli altri, esponenti di Psi, Demos e Articolo Uno); Verdi-Sinistra ItalianaImpegno civico di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci; e +Europa. Il programma, in via di definizione, avrà alcune parole d'ordine: tutela della Costituzione, diritto al lavoro, ambiente, lotta alla povertà, alle disuguaglianze e al precariato, sostegno alle famiglie e alle imprese. L'esito della battaglia elettorale si giocherà sui temi e sulla credibilità politica dei contendenti. 

Calenda punta a correre da solo. Rinviato l’incontro con Renzi

Rotto il patto con Enrico LettaCarlo Calenda non ha alcuna intenzione di rispondere, almeno per ora, alle proposte di alleanza di Matteo Renzi. “Noi stiamo raccogliendo le firme e faremo una campagna finalmente fatta solo su cose da fare, sulle cose di buonsenso che non sono di destra o di sinistra e che l'Italia si aspetta da anni. Del resto, mi interessa poco”, taglia corto il leader di Azione in merito a un possibile apparentamento con Italia Viva e con la lista dell'ex sindaco Federico Pizzarotti. Un incontro “dovrà esserci” entro la settimana, ma per ora non è stato fissato. Resta quindi congelata la nascita del grande centro, anche perché, filtra da fonti interne ad Azione, “Calenda vuole farcela da solo” aumentando il peso specifico del partito anche in un'eventuale contrattazione con Renzi. La deadline è fissata per il 22 agosto, quando saranno consegnate le firme che accompagneranno le liste dei candidati. Un rischio, è vero, anche perché entro il 14 agosto dovranno essere depositati al Viminale i simboli e le dichiarazioni di apparentamento (leggi lo speciale sul Timing del voto). Con il rischio che il contrassegno sia respinto solo in sede di autentificazione dei candidati. È per questo, si ipotizza, che il faccia a faccia tra Matteo Renzi e Carlo Calenda si terrà poco prima del 14 agosto quando il leader di Azione sarà in grado di farsi due conti e prevedere se il partito avrà la necessità di appoggiarsi o meno a Italia viva

Secondo la legge, infatti, in caso di scioglimento della Camera in anticipo “di oltre centoventi giorni, il numero delle sottoscrizioni è ridotto alla metà” dunque 750 firme per ogni collegio plurinominale. È necessario dunque raccogliere complessivamente 56.250 firme (36.750 per la Camera e 19.500 per il Senato). E visto che chi firma per la Camera firma anche per il Senato, la soglia è di 36.750. Un traguardo raggiungibile, ragionano i fedelissimi di Calenda. Nessun rimpianto, dunque, Calenda guarda avanti, e sullo strappo con il centrosinistra ribadisce: “l'accordo lo ha rotto Enrico Letta firmando un patto con noi che diceva una cosa e poi ne ha firmato un altro con forze che dicono l'opposto e io lo avevo avvertito per tempo che così sarebbe stato. In questo modo non era possibile presentarsi in modo coeso perché la coalizione diceva tutto e il contrario di tutto”. Intanto +Europa, dopo una lunga assemblea, ha confermato la sua scelta di campo e nei prossimi giorni, come confermato da Benedetto Della Vedova, incontreranno Letta “per capire a partire da quel patto nei suoi termini politici ed elettorali cosa dobbiamo fare”. Probabile che a questo punto cada il veto sulla corsa dei leader nei collegi uninominali e che si arrivi ad una distribuzione più equilibrata dei seggi e che quindi l’accordo verrà confermato.

Di Battista e Casalino non si candidano alle Parlamentarie. Conte: no al Pd

Al momento sembra che alle prossime elezioni politiche del 25 settembre non si candideranno Alessandro Di Battista e Rocco Casalino. I nomi dell'ex leader dell'area dura e pura del M5S e del portavoce del presidente pentastellato, Giuseppe Conte, non compaiono tra quelli che hanno presentato l'autocandidatura alle parlamentarie, che si terranno il 16 agosto. Due figure che, in modi diversi, hanno avuto un ruolo di primo piano nella vita del partito fondato da Beppe Grillo e che si associano alla lunga lista dei big che non siederanno dal prossimo autunno tra gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama, a causa del limite imposto del doppio mandato. Qualche anticipazione su questo versante era arrivata già in mattinata da Giuseppe Conte, che sollecitato in un'intervista concessa a Canale 5 aveva detto: “Alessandro Di Battista non si è iscritto al Movimento, non credo voglia partecipare alle parlamentarie e rientrare”. Un'assenza che, assieme a quella dell'altra anima critica dei 5 stelle Virginia Raggi, ufficialmente fuori dalle parlamentarie, permetterà al presidente pentastellato di procedere con maggiore libertà nelle prossime scelte, per quel che riguarda campagna elettorale e linea programmatica. Non è un mistero, infatti, che alcune posizioni di Alessandro Di Battista, specie in politica estera, avrebbero potuto portare qualche grattacapo a Conte, come ha avuto modo di far intendere ieri anche il ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli: “Abbiamo una carta dei valori: se Alessandro ritiene di adeguarsi a quelle regole e quei principi, tra cui c’è anche l'alleanza atlantica”. 

Ma, detto ciò, è bene ricordare che Giuseppe Conte potrà sempre indicare i capilista. Certo, in accordo con Beppe Grillo, ma è una facoltà alla quale non intende rinunciare e non si sa mai che questa facoltà ci porti delle soprese. Intanto, in attesa che la prossima settimana scatti il temine per la presentazione dei contrassegni e l’indicazione delle alleanze, ieri il leader politico del M5S è tornato sulla questione delle alleanze: “Giochetti e balletti non ci piacciono, andiamo orgogliosamente da soli” e ha nuovamente chiuso le porte ad un ritorno di fiamma con il Partito democratico, pur alla luce della separazione dei dem da Carlo Calenda e Azione “Mi dispiace per il disastro politico del Pd. Non ci sono i presupposti politici e programmatrici per una intesa”. Quello che è certo è che dalla caduta del Governo Draghi ci siano state molte evoluzioni e in molti sostengono che il riavvicinamento al Pd possa essere ancora un orizzonte percorribile. Vedremo!



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