Regionali, iscritti M5S ribaltano linea Di Maio: da soli in E.Romagna e Calabria

Per la prima volta nella storia del M5S la base degli attivisti ha sconfessato una decisione dei vertici. La piattaforma Rousseau ha bocciato la proposta di Luigi Di Maio di prendersi una "pausa elettorale" in vista delle elezioni regionali dei 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Il risultato del voto dei militanti (27.273 sui 125.018 degli aventi diritto) è inequivocabile: il 70,6% non vuole sottrarsi alla sfida delle urne. La linea del capo politico, “correremo solo dove siamo pronti”, dunque, viene completamente ribaltata dagli iscritti, ma il segnale non sembra preoccupare più di tanto. O almeno è questa l'idea che emerge dal post Facebook che accompagna quasi in tempo reale i risultati e dalle dichiarazioni in cui il ministro degli Esteri dice di accogliere con entusiasmo il responso di Rousseau. Il leader non nasconde che “c'è un momento di difficoltà” e questo voto lo conferma appieno, tanto che l'ex alleato Matteo Salvini prova a monetizzare ancora attaccando: “I militanti hanno sfiduciato Di Maio e Grillo, e con loro il Governo contro natura col Pd. Le porte della Lega sono aperte a chi vuole davvero il cambiamento”. 

Per Di Maio è una sconfitta pesante, e lo è anche nelle proporzioni, e il risultato non potrà non pesare negli equilibri interni. La bocciatura, infatti, è arrivata sotto il fuoco incrociato della feroce opposizione dei territori, ma anche della fronda interna, della quale fanno parte anche gli ex ministri Danilo Toninelli e Barbara Lezzi. Il simbolo lanciato da Beppe Grillo sarà quindi, contro il volere del suo capo politico, sulle schede elettorali delle regionali a gennaio, ma ci sarà in una situazione delicatissima. Prima di tutto per un risultato che nessuno si aspetta incoraggiante e che potrebbe avere profonde ripercussioni anche sull'equilibrio di governo, poi perché si dovranno trovare, sia in Emilia-Romagna, dove si ripartirà dai consiglieri uscenti sia in Calabria, dove il nome più accreditato è quello del docente Francesco Aiello, persone disponibili a mettere la faccia in una campagna elettorale in cui, probabilmente, il sostegno del movimento a livello centrale non sarà entusiasta. 

Conte porta a cena il Governo ma le tensioni rimangono

Giuseppe Conte ha invitato a cena fuori la sua squadra di governo, in un ristorante nel centro di Roma dove un anno fa portò a cena Luigi Di Maio e Matteo Salvini per placare lo scontro che si era aperto sulla manovra. “Le sorti dei Governi non si decidono a tavola”, risponde sorridendo Conte a chi gli fa notare che il precedente non fa ben sperare. Ma anche questa volta i motivi di tensione tra alleati non mancano, a partire dal voto su Rousseau sulle regionali che porterà M5s a correre da solo. A tavola si parla di Emilia-Romagna e Calabria, si fanno battute, ci si punzecchia. All'ingresso, subito dopo il Cdm, si nota qualche volto scuro, soprattutto tra i ministri M5S: il timore è che le regionali abbiano ripercussioni sul governo, lo si nega, ma a microfoni spenti più d'uno ammette che il voto di gennaio sarà delicato. 

Il premier, che offre la cena a tutti e regala fiori alle ministre, è l'ultimo ad arrivare, intorno alle 23, al termine di un lungo Cdm, e l'ultimo ad andare via, intorno all'una. Tavolo per 22: ci sono i rappresentanti di tutti i partiti. E a un certo punto spunta anche la torta, per festeggiare il compleanno di Lorenzo Guerini. L'idea era fare squadra. Per ora è una cena post-Cdm, a base di amatriciana e cicoria. I ministri arrivano e vanno via alla spicciolata. Luigi Di Maio è il primo a entrare, poco dopo arriva la renziana Teresa Bellanova, tra gli ultimi Dario Franceschini. Ma i dossier delicati sono tanti, dal voto di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria che fa temere ripercussioni sul Governo, a Ilva e Alitalia, fino al Mes, di cui si discuterà in un vertice mattutino convocato alle 8.30 di oggi. Senza contare la legge di bilancio, il decreto fiscale ora all’esame del parlamento e fortissime tensioni sulla riforma della giustizia. All'uscita dal ristorante si ostentano sorrisi, dentro si brinda e si scherza. Basta una cena per risolvere i problemi e iniziare davvero a fare squadra? Conte cerca ancora la battuta: “Se non ne basta una, ne facciamo due”.

Calenda lancia il suo partito: Azione

"Non siamo condannati a scegliere il male minore". È una sorta di mantra, quello con cui l'ex-ministro ed eurodeputato Carlo Calenda ha tenuto a battesimo alla sede della Stampa Estera a Roma Azione, il suo nuovo movimento politico. Davanti ai cronisti stranieri, Calenda ha svelato il simbolo e la grafica, con la scritta bianca Azione su uno sfondo blu e con una freccia che ne attraversa la A da sinistra a destra. Con lui, tra gli altri, il senatore ex-Pd Matteo Richetti, che ha aderito al nuovo soggetto, che, come ha spiegato l'ex-ministro, ambisce a raccogliere la gloriosa eredità del Partito d'Azione e a trovare una sintesi tra visioni convenzionalmente considerate di destra e di sinistra.  

Per Calenda, alla base dell'elaborazione politica e della scelta di creare Azione c’è il rifiuto dell'attuale assetto e dei protagonisti della politica italiana, a partire dal suo ex-premier Matteo Renzi e dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, assieme al quale si era presentato alle ultime Europee. “Pd e Italia Viva sono dei riformisti rammolliti perché hanno paura, sono succubi e tradiscono i loro valori. I riformisti vincono se esprimono un'azione forte come il governo Renzi che oggi viene tradito proprio da Renzi con la fallimentare alleanza con M5S”. Particolarmente energica la polemica con Renzi, reo di essersi alleato con M5s dopo avere posto a lungo un veto, nel Pd, proprio a questa ipotesi: “Renzi è pienamente dentro l'alleanza con M5S. Vota i provvedimenti del M5S, e il fatto che la mattina li voti e il pomeriggio dica che li ha votati per sbaglio non cambia le cose”. 

Sull'altro fronte, Calenda è sferzante come sempre con Luigi Di Maio e Matteo Salvini: “Nessuno affiderebbe un bar o un'edicola a Di Maio o Salvini, però gli affidiamo il governo, perché non pensiamo che lo Stato sia nostro. Noi non promettiamo rivoluzioni come i Cinque stelle né di riformare tutto il globo terracqueo. Vogliamo gestire lo Stato, vogliamo offrire il buon governo”. Quanto ai temi all'ordine del giorno, Calenda non elude la questione delle elezioni in Emilia-Romagna, manifesta il proprio apprezzamento per il governatore in carica Stefano Bonaccini, ma lo avverte: “Daremo una mano a Bonaccini se non si alleerà con M5S. Noi con M5S non facciamo alleanze, perché li consideriamo il male di questo paese, come Salvini”. 

La Cassazione da l’ok al Referendum sulla legge elettorale proposta dalla Lega

Via libera della Cassazione al referendum richiesto dalla Lega sulla legge elettorale. La Corte con un’ordinanza emessa mercoledì ha infatti dichiarato conforme ai requisiti la proposta avanzata da otto consigli regionali (Abruzzo, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Basilicata e Veneto) per l'abolizione nel Rosatellum del metodo proporzionale nell'attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera e del Senato. Ora si deve solo attendere la pronuncia della Consulta, che si esprimerà entro 21 gennaio del 2020, in merito all'ammissibilità della consultazione popolare relativamente ai principi costituzionali. Il primo a esultare è proprio Roberto Calderoli, che aveva depositato il 30 settembre scorso la richiesta di referendaria: “La decisione della Corte rappresenta il Big Bang del cambiamento, la bomba atomica che esplode spazzando via tutti i rigurgiti proporzionalisti di chi vorrebbe continuare con i giochini di Palazzo”. 

Per il senatore leghista, infatti si chiude “per sempre la fase dei giochini di palazzo finalizzati a nascite di Governi che non rispettano la volontà del popolo. Così finalmente a decidere sarà il popolo e non il Palazzo”. Non è d'accordo Stefano Ceccanti, deputato del Pd, che avverte: “Il quesito dovrà passare entro gennaio all'esame più difficile, quello della Corte Costituzionale. È assai probabile che esso sia dichiarato inammissibile perché non sembra in grado di produrre una legge immediatamente operativa”. 

Ieri c’è stata la seconda riunione tra i partiti del governo per la modifica della legge elettorale alla luce della riduzione del numero dei parlamentari. La riunione si è arenata ancora prima di incominciare: il Pd insiste per il doppio turno, la più logica e funzionale delle soluzioni possibili, e chiarisce che l'alternativa in campo, proporzionale con premio di maggioranza, può prenderla in esame solo con certezze assolute su forte selettività dello sbarramento, esplicito o implicito che sia. Sul tavolo ci sono due diverse intenzioni di modifica e una certa incertezza sulla soglia di sbarramento, voluta e proposta da Leu, Italia Viva e M5S. Secondo quanto trapela, di fatto, solo Iv avrebbe fatto una proposta chiara, sbarramento con percentuale alta e a livello nazionale, mentre gli altri non avrebbero definito l'entità della quota. Altro tema, che rischia di diventare rovente, è quello di allargare il tavolo degli 'aggiustamenti' alla legge elettorale anche alle forze di opposizione. Sul tema aveva fatto un passo avanti Giancarlo Giorgetti, proponendo un tavolo per le riforme istituzionali



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