Il centrodestra lavora sulle presidenze delle Camere. La Meloni: facciamo presto

A sette giorni dall’inizio della XIX legislatura, la missione di Giorgia Meloni si concentra sulla prima vera deadline l'elezione dei presidenti delle Camere. La leader di Fratelli d'Italia continua a tessere la tela per la squadra che spera le venga affidata presto. In attesa dell'incarico, filtrano contatti tra Meloni e il Quirinale. A conferma della triangolazione che sarebbe in corso, anche con Palazzo Chigi, per definire l'esecutivo migliore soprattutto per dare risposte al Paese. Nel frattempo, la premier in pectore passa l'ennesima giornata chiusa nei suoi uffici alla Camera. Sul tavolo, i dossier economici più dedicati che “devono essere pronti il prima possibile”, assicura entrando. Poi solito via vai di fedelissimi con cui la leader prova a stringere sui nomi.

Tra le voci che corrono più insistenti, nelle ultime ore si rafforza l'opzione di affidare a Ignazio La Russa la presidenza del Senato e al leghista Giancarlo Giorgetti quella di Montecitorio. Sulla carta, il tandem FdI-Lega potrebbe risolvere alcuni nodi. In primis quello con il Carroccio. Un ruolo che, se assegnato a Giorgetti, avrebbe un doppio vantaggio. Da un lato, se eletto alla Camera, l'ex ministro del Mise non sarebbe più in corsa per un ministero. Una scelta che caldeggia pure FdI, così da smarcarsi dall'impronta draghiana. In più, per un politico dal profilo ingombrante ma umanamente capace di farsi da parte se necessario, la soluzione Montecitorio non dispiacerebbe nemmeno alla Lega, che allontanerebbe dall’esecutivo un non salviniano. In ogni caso, il risiko delle Camere si intreccia con le scelte di capigruppo e presidenti delle commissioni, oltre che ministri e sottosegretari. 

Da qui l'altro rebus sui ministeri. Al di là dei nomi, il metodo indicato dalla Meloni, per un governo di alto profilo e che peschi anche tra tecnici se più competenti, non convince tutti. Sorpresa, in particolare, circola dentro Forza Italia. E pare si trasformi in fastidio, ad Arcore, per quell'alto livello chiesto alla nuova classe dirigente che gli azzurri riconoscono ai propri esponenti. Rivendicando anche, sottovoce, che alcune delle personalità di rilievo targate oggi FdI sono state create proprio da Silvio Berlusconi (come Raffaele Fitto, Giulio Tremonti e Marcello Pera). Sul fronte toto ministri resta anche il nodo Matteo Salvini. Continuano i contatti tra Meloni e il segretario della Lega, ma per ora a distanza. Si fa, quindi, più plausibile l'idea di un passo indietro del capitano rispetto a suo ritorno Ministero dell’Interno. Per lui resterebbero le opzioni di un ministero dell'Agricoltura o degli Affari regionali, per trainare e attuare la riforma dell'autonomia. Altra incognita è sul ministero l'Economia. Non si scioglie ufficialmente la riserva su Fabio Panetta che in molti dicono abbia l’ambizione di essere il prossimo governatore della Banca d’Italia.

Letta detta i tempi del congresso. Il Pd non si scioglierà né cambierà il simbolo

Il Pd non si scioglierà e il simbolo come il nome difficilmente saranno cambiati. Il nuovo segretario arriverà a marzo e verrà scelto con un percorso che si chiuderà con le primarie. Nella relazione introduttiva alla direzione nazionale, Enrico Letta ha tracciato la strada del congresso costituente per il nuovo Pd. Il dibattito è poi durato una decina d’ore, non senza momenti di tensione, con un'approvazione quasi unanime delle tappe indicate dal segretario. Il segretario dem non ha dato indicazioni su chi dovrà prendere il suo posto, ma qualche indizio lo ha seminato: “Il nostro partito metta in campo una classe dirigente più giovane, in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane”. E poi: il congresso deve avere “tempi giusti, non deve essere né un X Factor né rinviare alle calende greche. Vorrei che il nuovo gruppo dirigente fosse in campo con l'inizio della nuova primavera”. Con un passaggio che qualcuno ha letto come un “mea culpa”, Letta ha chiesto che il Pd non imbocchi di nuovo la strada battuta col Conte bis e col governo Draghi. “La luna di miele del governo Meloni non sarà infinita. Quando questo governo cadrà io non ci sarò ma dovremo chiedere le elezioni anticipate, nessun governo di salute pubblica”. 

Un auspicio condiviso da molti. Come Matteo Orfini: “Dal Conte bis in poi c’è stata la rinuncia ad un progetto identitario, trasformando lo strumento, l'alleanza, in fine”. A sinistra, i tempi tracciati da Letta hanno convinto Andrea Orlando, ma con riserva: “Non basta una discussione fra di noi, bisogna chiamare anche chi si è allontanato. Se questa cosa non è seria lasciamo stare, facciamo subito le primarie”. Non hanno preso la parola né Matteo Ricci né Stefano Bonaccini. Un'assenza, quella del presidente dell’E-R, che qualcuno ha letto come una polemica contro Letta. Ma il governatore ha smentito, spiegando di essere rientrato in Regione per impegni istituzionali: “Condivido il percorso proposto da Enrico Letta” ha poi detto, ribadendo “Discutiamo del progetto del Pd e dell'Italia, non di alleanze. Già il fatto che non si discuta più di nome e simbolo lo considero un passo avanti”. Dario Nardella ha detto “Se parliamo di congresso costituente allora abbiamo bisogno di costruire un nuovo ciclo di vita, profondamente rinnovati nelle idee e nei gruppi dirigenti. Non ha senso cambiare il segretario senza cambiare il partito”.

Gli attacchi più duri a Letta sono stati sul tema della rappresentanza di genere. Il segretario ha riconosciuto che le poche elette sono un “fallimento” del Pd e ha chiesto che vengano confermate due donne come capogruppo. Ma non è bastato. Per Letta, le elezioni sono state vinte da “un'unica forza, FdI, tutte le altre non le hanno vinte o le hanno perse. Un campo ha vinto perché è stato unito e l'altro, nonostante il nostro sforzo, non è stato unito”. Ora chiede al partito di "togliere il doppio petto e fare una opposizione intransigente e costruttiva, in una logica di collaborazione con le altre opposizioni”. Anche se il rapporto con loro non dovrà condizionare il congresso, che non deve trasformarsi “in un referendum su Conte e Calenda”.

La lista degli eletti ancora non c’è. Troppe le pluricandidature, specie nel M5S

Alla Camera e al Senato è tutto pronto per l’inizio della XIX legislatura. Lunedì è prevista l'accoglienza dei deputati e i senatori eletti per il disbrigo delle pratiche necessarie: per esempio le fotografie per il sito internet o le impronte per il tesserino e per le votazioni in aula. Ma i nomi dei seicento eletti ancora non ci sono, visto che l'ufficio elettorale nazionale sta ancora decidendo quali candidati subentreranno a quelli eletti in più collegi. All'appello mancano ancora 5 deputati e 8 senatori. Il caso più clamoroso è quello della circoscrizione Campania 1, cioè Napoli, dove M5S a suon di pluricandidature, ha meno candidati dei seggi vinti. Il partito di Giuseppe Conte né ha fatto ampio ricorso con il risultato nella Circoscrizione di Napoli di non aver abbastanza candidati e di doverli recuperare da altre parti. Se si va sul sito del Viminale e si controlla la circoscrizione Campania 1, si vedrà che M5S ha vinto tutti e sette i collegi uninominali e con il suo 41,36% ha eletto sei candidati nel proporzionale.

Tuttavia, diversi di essi sono stati eletti anche altrove: Sergio Costa nell'uninominale di Napoli Fuorigrotta, Carmela Di Lauro nell'uninominale di Somma Vesuviana, Giuseppe Conte in un'altra circoscrizione proporzionale. Gli altri tre, Raffaele BrunoGilda Sportiello e Alessandro Caramiello, siederanno a Montecitorio, ma mancano all'appello altri tre. La legge elettorale prevede che in questi casi si vadano a recuperare i candidati degli uninominali della stessa circoscrizione che non hanno vinto, ma il Movimento li ha portati a casa tutti e sette; in subordine si deve pescare nel proporzionale della circoscrizione. Gli elettori di Napoli del M5S finiranno per far eleggere i candidati del Movimento di altre Regioni, ma non si sa ancora quali perché si stanno riconteggiando ancora 21 sezioni (su 61.417 dell'intera Italia), e una manciata di voti possono far scattare i quozienti in una Regione o in un'altra. Stesso problema al Senato, dove al M5S spettano ancora tre eletti al proporzionale; la capolista Maria Castelloni è stata eletta all'uninominale (Giugliano), e il quarto che gli subentra, Orfeo Mazzella ha vinto l'uninominale di Torre del Greco. Insomma, per la lista completa degli eletti c’è ancora da aspettare.

Scontro in Ue sul gas, l’Italia propone price cap flessibile

La partita sul price cap sul gas è ancora aperta: in salita, ma questa volta è entrata nel vivo. Al vertice della Comunità politica europea la crisi energetica è al centro del dibattito. In una proposta messa nero su bianco, Italia, Grecia, Polonia e Belgio hanno deciso di andare oltre le direttrici lanciate dalla Commissione: mettendo sul tavolo un price cap flessibile, o dinamico, che spenga a monte l'ascesa incontrollata del prezzo sul gas alla borsa di Amsterdam. Oggi i 27, nel vertice informale sotto la presidenza ceca, usciranno allo scoperto. La base della trattativa è la lettera scritta da Ursula von der Leyen. Una lettera che dà diverse soluzioni che l'Unione potrebbe prendere. Una di queste, un tetto massimo al prezzo del gas utilizzato per la produzione di energia elettrica, all'Italia continua a non piacere. “Ignora i 2/3 del mercato del gas” e crea “disincentivi alla riduzione dei prezzi”, viene sottolineato nel non paper firmato da Roma.

Il price cap flessibile in realtà non è indicato come alternativa ma come misura potenzialmente complementare in quanto opera sull'acquisto di gas all'ingrosso e non su quello dell’elettricità al dettaglio. Nella proposta si tracciano poi tre scenari, a seconda della disponibilità delle forniture. Il primo è quello attuale, c’è uno scambio tra domanda e offerta. È in questo scenario che, secondo l'Italia, dovrebbe operare un cap flessibile legato non solo all'indice Ttf di Amsterdam ma anche all'andamento degli altri mercati energetici e, soprattutto, degli altri indici di riferimento nel pianeta. Nella delegazione italiana serpeggia un cauto ottimismo e una prudente convinzione: al Consiglio europeo del 20 ottobre un passo avanti dovrà essere formalizzato. A Praga è di energia che Draghi ha parlato in una delle tavole rotonde del summit.

Al tavolo, tra gli altri, c'erano il cancelliere Olaf Scholz e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store. Il primo ha issato un muro contro il price cap e ha difeso lo scudo tedesco da 200 miliardi. Il secondo, con il tramonto del gas russo, è diventato un partner imprescindibile per l'Ue e, in una dichiarazione congiunta con von der Leyen, si è impegnato a lavorare per ridurre i prezzi dell'energia. A loro Draghi ha riassunto così il suo pensiero: “Dobbiamo lavorare insieme per affrontare la crisi energetica. Possiamo anche farlo in ordine sparso, ma perderemmo l’unità europea”. Soluzioni comuni, quindi. Le stesse che vogliono Emmanuel Macron e von der Leyen.



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