La maggioranza inizia una difficile collaborazione. Salvini vede Zingaretti

Non dura quarantott’ore l'appello ai Ministri a parlare solo con i fatti. Nelle ore in cui Mario Draghi prepara il discorso sulla fiducia che pronuncerà in Parlamento, la sua larghissima maggioranza è già solcata da conflitti, accuse reciproche, distinguo. L'invito al silenzio rivolto in Cdm dal presidente del Consiglio mirava proprio a sminare possibili polemiche prima del voto di fiducia. Alle Camere sarà il premier a indicare infatti la via di una collaborazione in nome del comune impegno a superare le emergenze del Paese. I partiti invocano un metodo di coordinamento tra i Ministri, segreterie e i gruppi parlamentari; lunedì Matteo Salvini e Nicola Zingaretti si sono incontrati alla Camera, per circa mezz'ora. Il vertice doveva restare segreto ma il Fatto Quotidiano ha immortalato entrambi i leader all'uscita e Salvini non nega: “Abbiamo parlato di lavoro, del prossimo blocco dei licenziamenti”. Il Nazareno tace ma il leghista dice di più, che vedrà anche i segretari di M5S, Fi, Iv. 

Centrodestra, nuove nomine in FI ma gruppo perde pezzi

Dopo aver chiuso la partita del governo, il centrodestra si riorganizza. Per Forza Italia è tempo di rimettere mano al partito, così Silvio Berlusconi decide di fare tre nomine di peso. Quella più importante riguarda Antonio Tajani, che riceve l'incarico di coordinare lo sviluppo di FI sul territorio e l'attività e il contributo degli azzurri al neonato Governo di Mario Draghi. Come vice, il Cav ha scelto la capogruppo in Senato Anna Maria Bernini che avrà il compito di gestire i rapporti con i gruppi parlamentari di Camera, Palazzo Madama e Unione europea. Licia Ronzulli, invece, è la nuova responsabile per le relazioni con gli alleati. Avvicendamento anche al dipartimento Economia, dove Massimo Ferro prende il posto di Renato Brunetta. Tra le decisioni assunte da Berlusconi, poi, c'è anche quella di confermare Roberto Occhiuto candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali in Calabria.  Nel mondo forzista, però, la situazione non è tutta rose e fiori perché le truppe continuano a perdere pezzi. Gli ultimi addii riguardano Osvaldo Napoli, Daniela Ruffino e Guido Della Frera, passati al gruppo Misto di Montecitorio, ma in procinto di aggregarsi sotto la bandiera di Cambiamo! di Giovanni Toti

Prove di coalizione tra Pd, M5S e Leu: al Senato nasce l’intergruppo

Una maggioranza nella maggioranza: nasce in Parlamento l'intergruppo Pd, M5S e Leu per promuovere iniziative comuni, a partire dal Senato, dove oggi si vota la fiducia al governo Draghi e dove il dissenso nei Cinque Stelle è più forte. L'operazione vuole gettare le basi per un'alleanza più strutturata e per molti rappresenta anche una sfida a Lega e FI, che siedono allo stesso tavolo in Cdm e che in risposta nelle stesse ore riuniscono i loro vertici. Zingaretti promette di voler dare seguito alle richieste del nuovo presidente del Consiglio e di non voler ingaggiare “guerriglie quotidiane”, anche se le distanze con la Lega restano tutte. Vuole guardare ai contenuti e per questo può essere utile anche un'alleanza parlamentare come quella con 5S e Leu. I tre gruppi rivendicano l'esperienza del governo Conte II e si preparano a coordinare l’attività parlamentare. Per cominciare: s’incontreranno prima di ogni conferenza dei capigruppo per trovare un'intesa sul calendario dei lavori e anche per cercare una sintesi al momento della presentazione degli emendamenti a ogni provvedimento. Allo studio anche un documento programmatico: potrebbe essere un testo abbastanza breve, di un paio di pagine, nel quale ribadire le priorità per combattere l'emergenza sanitaria, economica e sociale e per concretizzare la transizione ecologica e l'innovazione digitale. 

È tensione nel Pd su rappresentanza femminile. Zingaretti apre a vicesegretaria

La questione della rappresentanza femminile continua ad agitare il Pd. Dopo le polemiche legate alla mancanza di donne nella componente Dem del governo Draghi, 30 dirigenti Democratiche chiedono la convocazione urgente della Direzione del partito. Il segretario Nicola Zingaretti apre alla possibilità che il ruolo di numero due del Nazareno, lasciato libero da Andrea Orlando neo ministro del Lavoro, venga assegnato a una donna: “Sono a favore”, dice Zingaretti che chiede “una discussione coraggiosa per far fare a tutti un passo in avanti. Parlo agli uomini del Pd: è accaduto, è grave e non deve più accadere”. 

Con 262 voti favorevoli Draghi ottiene la fiducia del Senato

Mercoledì, al termine di una lunga giornata, il Senato ha concesso la fiducia a Mario Draghi con 262 voti favorevoli, 40 contrari e 2 astenuti. L'ex presidente della Bce resta largamente sotto la quota 281 raggiunta da Mario Monti nel 2011 ma il suo Governo, sostenuto da M5S, Forza Italia, Lega, Pd, Italia viva, Europeisti-Maie-Cd, Autonomie, LeU, Azione, Idea-Cambiamo, ottiene comunque la fiducia del Senato e nel suo complesso un ottimo risultato. Draghi paga pegno, rispetto alle previsioni di un possibile record storico, per alcuni no provenienti dal gruppo misto, in particolare fra gli ex 5 stelle, e a causa della spaccatura del Movimento 5 stelle. Il M5S a questo punto, salvo sorprese, si avvia a una vera e propria scissione: 15 voti contrari e 6 assenti (cui si aggiungono un senatore in missione e una in congedo) rappresentano numeri pesanti. La lunga giornata d'esordio per Draghi a palazzo Madama scorre via senza eccessi di pathos, né tantomeno si registrano momenti di tensione; gli ormai soliti toni in crescendo dei leader cui l'Aula era solita assistere negli ultimi mesi non ci sono stati. Unico distinguo che ripropone le divisioni tra centrosinistra e centrodestra quando il premier ha citato Giuseppe Conte: i giallorossi applaudono, cori di buu si levano dai banchi dell'allora opposizione ma tutto rientra nel giro di un momento.

Draghi in Senato: “Unità non è un'opzione ma un dovere per amore dell'Italia”

L’intervento al Senato di Mario Draghi è durato all’incirca una cinquantina di minuti e il primo pensiero è stato rivolto alle persone che soffrono per la crisi economica derivata dall’emergenza coronavirus e alla necessità che il suo esecutivo affronti gli effetti della pandemia senza dimenticare di portare a compimento le riforme necessarie: “Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”. A proposito della natura del suo Governo, nato dall’unione di forze politiche molto diverse tra loro, Draghi ha chiarito che “la storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule” e che “un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il Governo del paese”, guidato da uno “spirito repubblicano” che rappresenta “la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti”.  Ha poi negato che il suo esecutivo nasca dal “fallimento della politica”, e ha detto che “nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese”. Draghi ha anche detto di non aver mai vissuto nella sua carriera “un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia”. L’ex numero uno della Bce, che nel suo discorso ha ottenuto in tutto 25 applausi dall’aula e qualche piccola contestazione, ha poi parlato della durata che potrà avere il suo Governo, ricordando come nella storia repubblicana alcuni siano durati spesso molto poco; ciononostante, ha detto Draghi, ciò non ha impedito di compiere scelte importanti anche nei momenti più drammatici: “Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo”. 

Draghi incassa una fiducia molto larga anche alla Camera

Il Governo di Mario Draghi, dopo aver incassato la fiducia del Senato, porta a casa anche quella della Camera: sono 535 i voti a favore, 56 quelli contrari e 5 gli astenuti. Anche a Montecitorio va in scena la spaccatura del M5S: sono 16 i no detti al premier, e altre 16 defezioni si contano tra assenti e astenuti, per un totale di 32 voti mancanti. Il presidente del Consiglio, in ogni caso, potrà mettersi al lavoro: lotta alla corruzione e alle mafie, da tenere a distanza dal Recovery plan, necessità di “azioni innovative” sul fronte giustizia, ricetta per la ripartenza delle Pmi, fatta di internazionalizzazione e di credito d’imposta per gli investimenti, ricerca e sviluppo nel Mezzogiorno, transizione 4.0. Mario Draghi ascolta per tutto il giorno gli interventi (e le richieste) dei deputati e, a sera, la sua replica da 13 minuti è tutta concentrata sulle cose da fare a partire da oggi. È lungo questa rotta che il presidente del Consiglio intende serrare le fila della sua composita maggioranza, con quello “sguardo costantemente rivolto al futuro” che nelle speranze del premier ispirerà “lo sforzo comune” verso il superamento dell'emergenza sanitaria e della crisi economica. Nonostante i grandi numeri, la sfida “è molto difficile” e tutti i capigruppo di maggioranza che intervengono per assicurare il loro sì al Governo non dimenticano di sottolinearlo al loro interlocutore. I partiti non vogliono sottrarsi alle responsabilità comuni, ma pur assicurando a parole di essere disposti a mettere da parte bandierine e interessi di parte, in Aula, intervento dopo intervento, fanno sfoggio della propria identità, per timore di annullare sé stessi e, di conseguenza, il proprio consenso. 

Il caos nel M5S complica la partita dei sottosegretari: ipotesi Cdm lunedì

Mario Draghi non vuole perdere tempo, l'Italia ha bisogno di risposte e, forte del consenso del Parlamento, non sarà di certo lui a rallentare il percorso di ricostruzione per uscire dalle emergenze che affliggono il Paese. Il piano potrà realizzarsi solo con il completamento delle caselle ai ministeri e prevede, già nei prossimi giorni, le nomine di sottosegretari e viceministri, necessari anche per far ripartire i lavori a Camera e Senato su provvedimenti urgenti. Saranno tutte decisioni e scelte ponderate; pertanto, è molto probabile che il dossier si chiuda entro martedì con il giuramento a palazzo Chigi. Il Consiglio dei ministri infatti non è stato ancora convocato, probabile che si tenga lunedì stesso, anche se diverse fonti della maggioranza confermano che “la partita si dovrebbe chiudere a brevissimo”. A pesare tuttavia la condizione di salute del Movimento 5 Stelle che con i numerosi no alla fiducia, sia alla Camera sia al Senato, potrebbero vedersi tagliare la quota che da 14 sarebbe scesa oggi a 10. I partiti sono al lavoro per proporre al premier una lista di nomi e lo schema di massima dovrebbe seguire la divisione cencelliana dei 40 posti da sottosegretario: 7 ciascuno a Pd, Lega e Forza Italia, un paio a Italia viva, 1 a Leu e una quota riservata ai piccoli partiti: centristi, Maie, +Europa - con il partito di Matteo Renzi che potrebbe rivendicare una casella in più: 3 sottosegretari o un viceministro e due sottosegretari. La ridistribuzione dei posti potrebbe rallentare la trattativa, con Draghi che potrebbe tenere per sé i posti vacanti, ma con una regola da rispettare: la parità di genere deve avere una quota, avrebbe chiesto Draghi alle forze politiche, non al di sotto del 40%. 

È guerra nei 5 Stelle, c’è aria di scissione 

La scissione è iniziata, la guerra fratricida è un dato di fatto, la battaglia sul simbolo e il rapporto tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio sono due fattori da cui dipende l'esistenza stessa del M5S così come finora era conosciuto. Il no a Mario Draghi dei 15 senatori ortodossi apre una ferita che difficilmente si rimarginerà; una manciata di ore dopo, alla Camera le cose non cambiano visti i 32 voti mancanti. I gruppi autonomi, per i dissidenti espulsi, sono a un passo e, al Senato, gli ultimi rumors spiegano che gli ortodossi avrebbero chiesto al segretario Ignazio Messina l'uso del simbolo Idv; i numeri, a Montecitorio, ci sarebbero, così come al Senato, anche se Morra per ora si sfila. Nel pomeriggio i vertici tentano una controffensiva: Vito Crimi parla, preceduto da un post di Beppe Grillo in cui il Garante non muta la sua linea pro-Draghi, un sì che, nella strategia di Grillo, potrebbe innescare una rifondazione della sua creatura. In mattinata, invece, governisti ed espulsi si combattono a suon di dichiarazioni e post sui social. Alla notizia dell'espulsione Barbara Lezzi risponde: “Mi candido a far parte del comitato direttivo del M5S (da cui non sono espulsa)”. Ma è una provocazione: lo Statuto, all'art.11, recita che chi è espulso dai gruppi parlamentari lo è anche dal Movimento, e viceversa. C’è un dato tuttavia: il procedimento di espulsione ha i suoi tempi. E chissà se, nel caso il voto sulla nuova governance preceda l'espulsione ufficiale, i dissidenti non possano candidarsi. 

C’è l’accordo sul nodo prescrizione, al via i voti al milleproroghe

La maggioranza ha raggiunto un accordo sul nodo della prescrizione. Lo riferiscono fonti parlamentari, confermate anche da altre governative. Dunque, viene spiegato, non saranno messi in votazione in commissione Affari costituzionali e Bilancio della Camera, che avvieranno i voti oggi per terminare l'esame entro sabato, gli emendamenti di Iv, Azione e FI presentati al decreto milleproroghe che miravano a sospendere la riforma dell’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede; la mediazione sarebbe stata raggiunta su un ordine del giorno che sarà presentato in Aula. Ieri in Aula della Camera il premier Mario Draghi, in sede di replica, ha affrontato anche il tema della giustizia, spiegando che il Governo intende lavorare sulla giustizia civile e penale: “Non c’è dubbio che bisognerà intraprendere azioni innovative per migliorare l'efficienza della giustizia civile e penale quale servizio pubblico fondamentale, che rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali che richiedono un processo giusto e un processo di durata ragionevole, in linea con la media degli altri paesi europei” ha detto Mario Draghi, un passaggio accolto con favore dalle forze di maggioranza e che, accanto alla mediazione messa in atto dal Governo con i rappresentanti dei partiti che seguono il dossier (riuniti ieri per trovare la quadra), ha sminato il terreno da possibili incidenti sul milleproroghe, che approderà in aula lunedì per poi essere approvato possibilmente già martedì ed essere trasmesso al Senato per l'ok finale entro il 1° marzo. 

Sulla pandemia il Governo punta a un cambio di passo: priorità ai vaccini

Questa mattina dovrebbe esserci una riunione della cabina di regia a palazzo Chigi; dovrebbero partecipare i ministri interessati, gli esponenti del Cts e probabilmente il presidente del Consiglio Mario Draghi che poi nel pomeriggio prenderà parte alla riunione del G7 sulla pandemia. Il Governo punta a un cambio di passo e a mettere ordine sul tema dei vaccini. Non si esclude che possa esserci una struttura ad hoc per il reperimento delle dosi sul mercato, fermo restando che occorrerà risolvere i nodi sul tavolo, stringere l'accordo con i medici di famiglia e mettere in pratica le indicazioni fornite dal premier nel suo discorso al Senato. Ieri intanto c’è stata la prima riunione tra il ministro per gli Affari regionali Maria Stella Gelmini e il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini. Il Governo punta ad accelerare pure sul decreto ristori, per portarlo alle Camere nel giro di una settimana. Intanto nel mirino di Matteo Salvini c’è sempre il Commissario all'Emergenza Domenico Arcuri: “Non ho nomi da fare, prendo solo atto del fatto che negli scorsi mesi il super commissario Arcuri ha affrontato il problema delle mascherine (male), della riapertura delle scuole (male), dell'approvvigionamento dei vaccini (male), dell'Ilva di Taranto (male). Io sono convinto che il presidente Draghi riporterà il merito al centro dell'agenda politica: chi lavora bene viene premiato, chi lavora meno bene lascia il posto a qualcun altro”. Oggi intanto ci sarà la nuova mappa legata ai colori delle regioni. 

I sondaggi della settimana 

Negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG, la Lega di Matteo Salvini rallenta di mezzo punto rispetto alla scorsa rilevazione (23,5%). Discorso simile anche per il Movimento 5 Stelle. Il consenso dei pentastellati fa registrare un rallentamento scendendo al 15,4%. La Lega resta comunque il primo partito del Paese con una distanza dal secondo (PD) di 4,7 punti, mentre il gap rispetto a FdI, la terza forza politica italiana, si attesta a 7,3 punti.

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Nell’area delle sinistre, i Verdi rimangono stabili (1,8%) mentre Sinistra Italiana-MDP Articolo Uno riprende quota (4%). Nell’area centrista, +Europa rimane pressoché stabile (2,1%), così come Italia Viva che non si schioda dal 3,1%. Discorso differente, invece, per Azione che guadagna qualche decimale (4,3%). Il Partito Democratico non fa registrare cambiamenti significativi (18,8%). Nell’area del centrodestra, Fratelli d’Italia si conferma come la terza forza politica nazionale (16,2%) mentre Forza Italia trae giovamento dalla rinnovata centralità di Berlusconi (6,9%). 

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Negli ultimi sondaggi, i partiti che appoggiano il Governo Draghi raccolgono il 79,9% nelle intenzioni di voto, mentre il centrosinistra formato da PD, M5S e LeU raggiunge, nei sondaggi, il 38,2%. La coalizione del centrodestra unito, invece, il 46,6%, mentre il rassemblement dei partiti di centro (Azione, IV e +Europa) si attesta al 9,5% dei consensi.

 

 



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