Meloni attacca sulle privatizzazioni e prende tempo per le europee

Giorgia Meloni mostra di avere più di una certezza: la prima riguarda il piano di privatizzazioni messo in cantiere dal Governo. “Nel documento economico di bilancio prevediamo 20 miliardi in 3 anni, che sono un lavoro che si può fare con serietà. Come? Possiamo cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico, e possiamo su alcune società interamente di proprietà dello Stato cedere quote di minoranza a dei privati”. Restando in tema economico, Meloni sul piano interno difende la tassa sugli extraprofitti delle banche (“da quando l'abbiamo varata i tassi che vengono riconosciuti sui depositi sono aumentati del 50% per le imprese e del 25% per le famiglie, e il credito è aumentato”) mentre parlando del Patto di stabilità riconosce che quello siglato a Bruxelles “non è il mio compromesso ideale ma era il migliore possibile perché l'alternativa era tornare ai vecchi parametri, decisamente peggiori”. 

Sulle europee la premier è chiara: “Per me, che al prossimo giugno avrò governato per un anno e mezzo, potrebbe essere importante verificare se ho ancora il consenso dei cittadini” ribadendo di non aver ancora preso una decisione sulla sua candidatura tanto che in termini di percentuale non si sbilancia. In ballo c'è il duello a distanza con la segretaria dem Elly Schlein, che si concretizzerà per ora in un confronto in tv e forse anche nelle urne. Anche perché, riconosce, nonostante “Pd e M5S nella dinamica italiana sono due facce della stessa sinistra”, poi “se parliamo della dinamica europea, storicamente il confronto è tra conservatori e socialisti, quindi diciamo che l'interlocutore naturale è il Pd, anche perché la posizione del M5S in Europa è più marginale e non è chiarissima”. 

L’Ue è pronta per la missione difensiva nel Mar Rosso: l’Italia sarà in prima fila

In meno di un mese arriverà il via libera ufficiale ma quello politico e sostanziale è stato acquisito: l'Ue è pronta per la missione Aspides, l'operazione militare che porterà le navi europee a difendere i mercantili dagli attacchi degli Houthi. La luce verde è arrivata nel corso di un Consiglio Affari Esteri che ha certificato il ruolo di primo piano dell'Italia, ma anche di Francia e Germania, nell'organizzazione della missione. Si tratta “prevalentemente di politica di difesa. Da lì transita il 15% del commercio mondiale, impedire il passaggio dei prodotti significa un aumento dei prezzi spropositato, non possiamo accettare la minaccia degli Houthi nel Mar Rosso. L'Italia c'è, si assume le responsabilità”, ha sottolineato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Poco prima, sul tavolo del Consiglio Affari Esteri era finito il documento con cui Italia, Germania e Francia hanno delineato i contorni generali della missione, rimarcandone l'assoluta necessità e anche la risposta dell'Europa è stata positiva e il 19 febbraio è atteso il via libera dei 27 ministri degli Esteri. Il dossier della missione Ue finirà presto anche in Parlamento: M5S e Pd, pur senza preannunciare un'opposizione all'iniziativa, hanno chiesto un'informativa del Governo. L'Italia invierà certamente una fregata mentre il comando generale potrebbe essere italiano o francese. 

La Consulta giudica legittime le norme sui licenziamenti collettivi del Jobs Act

Il Jobs Act, la riforma del lavoro che ha allentato i vincoli ai licenziamenti con l'obiettivo di incrementare l'occupazione giovanile ridefinendo i diritti dei neoassunti, ha superato nuovamente il giudizio della Corte Costituzionale che ha ritenuto non fondati i sospetti d’incostituzionalità su alcuni punti centrali della normativa introdotta nel 2015 dal governo guidato da Matteo Renzi, come quello delle tutele crescenti in base all'anzianità di servizio e la differenza tra lavoratori “vecchi”, con diritto a essere reintegrati in caso di licenziamento ingiustificato, e “giovani” ai quali, a grandi linee, spetta solo un “indennizzo” di alcune mensilità, da un minimo di 4 a un massimo di 25. La Consulta, adesso, considerando anche i lavori parlamentari e la finalità complessiva perseguita dal Jobs Act, ha ritenuto che il riferimento contenuto nella legge di delega ai “licenziamenti economici” riguardasse sia quelli individuali per giustificato motivo oggettivo sia quelli collettivi. La Corte ha ritenuto non fondata anche l'ipotesi di violazione del principio di eguaglianza tra lavoratori, perché il riferimento temporale alla data di assunzione consente di differenziare le situazioni: la nuova disciplina dei licenziamenti è orientata a incentivare l'occupazione e a superare il precariato ed è pertanto prevista solo per i “giovani” lavoratori. Inoltre, la Consulta ha giudicato non inadeguata la tutela indennitaria.

Il Senato approva il ddl sull’autonomia e in aula risuona l’inno di Mameli

L'aula del Senato ha approvato il disegno di legge di iniziativa governativa per l'attuazione dell'autonomia differenziata, collegato alla legge di bilancio, che porta il nome del ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli. L'iter legislativo è durato molti mesi, la commissione Affari costituzionali ha svolto decine di audizioni, ma fra opposizioni e maggioranza la polemica è sempre stata molto accesa. Anche se le opposizioni, con una nota del capogruppo Pd Francesco Boccia, si dicono pronte a raccogliere le firme per il referendum abrogativo, a sottolineare che quello di palazzo Madama è un passaggio intermedio e che il traguardo non è vicinissimo è anche il livello degli interventi in aula: per la Lega è intervenuto il capogruppo Massimiliano Romeo mentre dagli altri gruppi nessun intervento di capigruppo o leader di partito; la stessa presidenza della seduta affidata al vicepresidente leghista dell'assemblea Gian Marco Centinaio e non al presidente Ignazio La Russa contribuisce alla sensazione di un momento transitorio. Andrea De Priamo di FdI parla di “una democrazia che diventa una democrazia decidente” e ribatte alle accuse delle opposizioni sulla definizione di provvedimento “Spacca-Italia”. Il provvedimento era in prima lettura e restano tutti da definire i tempi per l'esame in seconda lettura alla Camera. 

FdI spinge sul premierato e lavora a delle modifiche da presentare agli alleati

FdI lavora sulle modifiche alla riforma del premierato: sette sono già pronte e vanno discusse con gli alleati, ma è soprattutto la norma anti ribaltoni che va cambiata. E cambierà: lo dice il meloniano Alberto Balboni, relatore del provvedimento: “sarà una base di discussione”, assicura e sui contenuti, si limita a dire: “Sarà una via di mezzo”, riferendosi da un lato al ritorno alle urne in caso di crisi di governo (che è il piano A, voluto anche da Giorgia Meloni ma scomparso poi dal testo) e dall'altro, al subentro del cosiddetto “secondo premier” spinto dalla Lega. La soluzione va trovata insieme. Da qui il confronto con il resto del centrodestra in linea con il patto di proporre solo modifiche condivise. Difficile dire se il percorso accenderà altre tensioni, dopo quelle sulle elezioni regionali, o porterà a una mediazione. Per ora la tensione è sottotraccia e la Lega decide di non commentare consapevole che delle modifiche andranno fatte e specie sul nodo che riguarda la sfiducia o decadenza del premier. Tra i ritocchi proposti da FdI dovrebbe esserci anche il limite dei due mandati al capo del Governo: oggi la legge Casellati parla di un'elezione diretta per 5 anni ma l'intento è di non superare le due legislature consecutive, che diventano tre in caso di scioglimento anticipato delle Camere. 

Una Meloni a tutto campo al Premier time. Scintille con Schlein e Conte

Il terzo question time della Premier Giorgia Meloni è un concentrato di attacchi, con una serie di impegni annunciati: un milione di auto all'anno prodotte in Italia, privatizzazioni senza “regali miliardari” in stile oligarchi russi nel post-Urss, superamento del tetto di spesa per il personale sanitario, “azzeramento” del fenomeno dei “medici gettonisti” e lo sforzo diplomatico per uno Stato palestinese. Il tema di Stellantis lo solleva Azione: “Nel cda c'è un i non membro del governo francese, non a caso le scelte industriali tengono più in considerazione le istanze francesi rispetto a quelle italiane”, sottolinea Meloni attaccando implicitamente il ceo Carlos Tavares. Il duello più acceso è stato quello con Elly Schlein che le chiede come abbatterà le liste d'attesa: la premier spiega che il tetto alla spesa sanitaria fu introdotto nel 2009 e ora il Governo fa i conti “con una situazione stratificata in 14 anni”; “È un'implicita attestazione di stima chiedere a noi di risolvere i problemi che voi non avete risolto in 10 anni al governo”, dice la premier ringraziando con sarcasmo per la “fiducia”. Il M5S ha chiesto a Meloni perché abbia firmato un Patto di stabilità“abbassando la testa davanti a Francia e Germania”. La riforma prevede “numeri sostenibili per un Governo serio”, la risposta della premier: “Nonostante l'eredita pessima abbiamo portato a casa un buon compromesso perché la stagione dei soldi gettati al vento per pagare le campagne elettorali è finita”. Il riferimento al superbonus è liquidato con una battuta da Giuseppe Conte: “Meloni è un re Mida al contrario, tutto ciò che tocca lo distrugge”. 

Sulla crisi a Gaza spiega di non condividere la posizione di Benjamin Netanyahu, contrario a uno Stato palestinese, ma sono scintille con Nicola Fratoianni: lei lo rimprovera di non aver condannato Hamas, lui le ricorda che Avs lo ha fatto “senza ma o però”. A Riccardo Magi (+Europa), sulle lentezze dei risarcimenti alle famiglie delle vittime delle stragi naziste replica che “non c'è intento dilatorio, ma l'Avvocatura dello Stato deve verificare i presupposti”. La Lega la interroga sulle politiche per gli anziani ma coglie l'occasione per chiederle una riforma delle pensioni con Quota 41. Noi moderati le dà modo di ricordare che le 600mila domande per l'assegno di inclusione hanno un importo medio di 635 euro “superiore a quello erogato con il Reddito di cittadinanza”. Dopo aver risposto a FI sulle privatizzazioni (“Saranno strategiche, non per fare cassa”), sul tema del Mezzogiorno sollevato da FdI Meloni assicura che “avrà non sussidi ma strumenti per competere ad armi pari nel contesto globale”. 

La Camera approva l’intesa con l’Albania sui migranti. Ora tocca al Senato

La Camera ha approvato la ratifica del protocollo Italia e Albania sui migranti. Il provvedimento, voluto dalla premier Giorgia Meloni, prevede la creazione di due hotspot, dove saranno condotti stranieri salvati in operazioni di soccorso in acque extra-Ue e il primo screening sarà effettuato in alto mare. Non dovranno essere portati in Albania soggetti vulnerabili come minori, disabili, anziani, donne, genitori singoli con figli minori, vittime della tratta di esseri umani, persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali, persone per le quali è accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza. Il ddl di ratifica equipara le aree concesse in uso all'Italia, la responsabilità e la gestione e di cui sosterrà tutti i costi, a zone di frontiera e di transito dove è prevista la procedura accelerata d’identificazione ed espulsione. Nel caso in cui venisse riconosciuto a qualcuno dei migranti il titolo di rifugiato, la persona sarà condotta in Italia, così come chi dovesse oltrepassare i tempi massimi di detenzione amministrativa senza aver terminato le procedure necessarie. L'iter a Montecitorio ha visto la maggioranza compatta, tutti gli emendamenti delle opposizioni sono stati bocciati e non è servita la fiducia.

La Lega presenta un odg, poi riformulato, per lo stop alle armi all’Ucraina

Il decreto di proroga sul rinvio delle armi all'Ucraina è stato approvato dal Senato. Il provvedimento passa alla Camera per l’approvazione definitiva. Sotto i riflettori sono finite le tensioni interne alla maggioranza: la Lega tenta un balzo in avanti e stavolta lo fa con un odg proposto dal capogruppo a palazzo Madama Massimiliano Romeo. Il leghista definisce una nuova strategia sulla guerra in Ucraina, punta all'impegno verso un percorso diplomatico per “arrivare a una rapida soluzione del conflitto” ma soprattutto mette nero su bianco che in questa guerra ormai nessuno vince e lascia intravvedere l'inutilità dei “numerosi sforzi della comunità internazionale”. il testo viene letto come la richiesta di uno stop alle armi, come d’altra parte è nota la contrarietà della Lega alle sanzioni a Putin e agli aiuti a Zelensky. Immediatamente il M5S dichiara di voler sottoscrivere l'odg: “Ne condividiamo le premesse”, scandisce il capogruppo Stefano Patuanelli. L'Esecutivo chiede e ottiene una riformulazione dove a saltare sono soprattutto le premesse: via il riferimento alle parole del Ministro Guido Crosetto sulla “controffensiva estiva dell'Ucraina” che “non ha dato i risultati attesi”; eliminata anche la parte sugli Stati Uniti e sulla “fase di stallo” per un ulteriore pacchetto di aiuti a causa dell'assenza di fondi; depennata la parte sull'opinione pubblica italiana che “non supporta più pienamente gli aiuti militari che il nostro Paese continua a inviare” e “auspica una soluzione pacifica e diplomatica del conflitto”. Quello che rimane è solo l'invito al Governo a “giungere a una pace nel ripristino del diritto internazionale”.

Il Governo ha deciso per l’election day. Asse FdI-Fi su Bardi in Basilicata

Il Governo ha deciso, l'8 e 9 di giugno ci sarà l’election day e si voterà per le elezioni amministrative e insieme per le elezioni europee. L’appuntamento vedrà anche al voto la regione Piemonte e probabilmente anche la Basilicata, in cui, almeno al momento, la bilancia pende a favore di una riconferma di Vito Bardi, visto il riconoscimento da parte di Fdi che “ha governato bene”. Quella che a ora appare come una apertura arriva dal ministro Francesco Lollobrigida, che nei mesi scorsi aveva attivato un tavolo ad hoc del centrodestra proprio per trovare candidature unitarie per le amministrative. Intanto bisognerà vedere come andranno gli alleati in Sardegna, dove alla fine l'ha spuntata il candidato voluto da Giorgia Meloni, il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu. Nel frattempo, Antonio Tajani affronterà il congresso di FI, dopo il quale dovrebbe arrivare anche la decisione sulla sua candidatura o meno alle europee. Da ultimo anche Fabio Rampelli ha auspicato la candidatura, attesa, dice “da tutta Europa più che dalla sola Italia”. Lei resta, ufficialmente, sul 50-50, così come ha rimandato al Parlamento un’eventuale decisione sul terzo mandato per i governatori, altro tassello che potrebbe modificare il puzzle degli equilibri tra gli alleati. Nel frattempo è arrivato l'atteso via libera al terzo mandato per i sindaci, ma solo dei Comuni fino a 15mila abitanti.

Via libera del Cdm al ddl su influencer e beneficenza

Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla destinazione dei proventi derivanti dalla vendita di prodotti, il cosiddetto ddl influencer e beneficenza. Le norme sono finalizzate ad assicurare un'informazione chiara e non ingannevole sulla commercializzazione di prodotti i cui proventi sono destinati a iniziative solidaristiche. Si prevede per i produttori dei beni e per i professionisti che li commercializzano e li promuovono l'obbligo di esplicitare il soggetto destinatario dei proventi, le finalità cui questi sono destinati e la quota percentuale del prezzo di vendita o l'importo destinati all'attività benefica, per ogni unità di prodotto. I produttori dei beni potranno assicurare l'adempimento attraverso l'indicazione delle informazioni sulle singole confezioni (anche tramite apposizione di adesivi). Produttori e professionisti sono inoltre tenuti a comunicare al Garante per la concorrenza e il mercato l'operazione promozionale e il termine entro il quale sarà effettuato il versamento dell'importo destinato al soggetto beneficiario. In caso di violazione degli obblighi, l'Autorità può irrogare sanzioni amministrative pecuniarie che vanno da 5.000 a 50.000 euro e disporre la pubblicazione del provvedimento da parte del produttore o del professionista sul proprio sito, su uno o più quotidiani nonché con ogni altro mezzo, come i social media.

I sondaggi della settimana

Negli ultimi sondaggi realizzati dall’Istituto SWG il 22 gennaio, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni si conferma il primo partito italiano, con il 28,8%, davanti al PD (19,1%). Più di tre punti percentuali in meno per il Movimento 5 Stelle al 16,1%. Da sottolineare come il distacco tra FdI e la seconda forza politica nazionale (PD) sia pari a 12,7 punti percentuali. Nell’area delle sinistre, la lista rosso-verde Alleanza Verdi e Sinistra è stimata al 3,6%, mentre Unione Popolare all’1,4%. Nell’area centrista, Azione è data al 4,3%, mentre Italia Viva al 3,4%. Nella coalizione del centrodestra, Lega scende al 8,5%, Forza Italia sale leggermente a 7,4%. Per l’Italia rimane stabile all’1,6%

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La stima di voto per la coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia) scende al 44,7%, mentre il centrosinistra, formato da PD, +Europa e Alleanza Verdi-Sinistra, scende al 25,1%. Il Polo di centro, composto da Azione e Italia Viva, sale al 7,8%;fuori da ogni alleanza, il M5S rimane stabile al 16,1%.

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