Passa la linea Meloni, il centrodestra trova l’intesa su premiership e collegi

Dopo giorni di tensioni a distanza, mercoledì il centrodestra si è riunito alla Camera per definire le regole interne alla colazione in vista delle elezioni politiche del 25 settembre. Al vertice erano presenti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e i centristi Maurizio Lupi di Noi con l'Italia e Lorenzo Cesa dell'Udc. L’incontro è stato risolutivo. Sulla premiership è stata confermata che sarà il partito che prenderà più voti a indicare il presidente del Consiglio, in caso di vittoria del centrodestra. La leader di FdI ha quindi convinto il Cavaliere che nei giorni scorsi aveva chiesto di rinviare la questione. 

La preoccupazione all’interno di FI è che l’ipotesi di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi possa allontanare i moderati non solo dal partito ma dal votare la coalizione. Si riparte dal 2018, insomma, con i partiti che correranno da soli con liste (nella parte proporzionale) e programmi propri e indicando ciascuno il proprio candidato premier. L’altro tema spinoso è stato quello della modalità di suddivisione dei 221 collegi maggioritari. Alla fine, dopo 4 ore di vertice, è la leader di Fdi a spuntarla ottenendo come metodo quello degli ultimi sondaggi non più vecchi di due settimane. Secondo l’accordo a FdI sono assegnati 98 i seggi, 70 alla Lega e 42 a Fi; ai centristi, di cui si farà carico FdI, 11 collegi. La coalizione ha anche deciso che si presenterà unita nelle circoscrizioni estere.

Nel centrosinistra l’accordo di coalizione sembra ancora lontano

La costruzione della coalizione di centrosinistra va avanti fra accelerate, sospetti, incertezze e veti. Il front runner Enrico Letta è al lavoro per costruire uno schieramento ma per il momento ancora un accordo non c’è. Letta non vuole fare regali alla destra e, come ha detto in Direzione, le elezioni si giocheranno su “30 collegi al Senato e 60 alla Camera”, collegi uninominali, dove vince solo chi arriva primo. Per questo il leader democratico non intende cambiare idea di fronte ai mugugni di una parte del partito rispetto all'ipotesi di un'alleanza con Calenda e, magari, persino con Matteo Renzi. Quel “non ci sono veti” ribadito per l'ennesima volta a tanti ha fatto storcere il naso, ma il leader Pd non vedrebbe male una lista che mettesse insieme Calenda e Renzi. E, ovviamente, non c'è nessun veto nei confronti degli esponenti di Fi in arrivo in Azione.

Le parole sulla “rottura irreversibile” col M5S non hanno ancora convinto definitivamente Carlo Calenda. Il leader di Azione sta aspettando i risultati di un importante sondaggio per capire quale strada sia più conveniente, se l'alleanza col Pd per dare battaglia su un certo numero di collegi uninominali o la corsa solitaria per provare a essere più attrattivo per l'elettorato moderato deluso da Fi. Una valutazione richiederà ancora qualche giorno e comunque dovrà tenere in conto anche la volontà degli alleati di +Europa. In costruzione anche la lista che dovrebbe mettere insieme Luigi Di Maio con l'aiuto magari di qualche sindaco. Più solido sembra il “fronte sinistro” dove sarebbe in dirittura di arrivo l’accordo con Articolo 1Sinistra italiana e Verdi.

Conte: imminente la decisione sulle deroghe. Il M5S correrà da solo

Alta tensione nel M5S sulla questione della deroga ai mandati. Per Beppe Grillo il limite è un muro da non abbattere, è “la luce in fondo alle tenebre” come ha detto nei giorni scorsi, facendo intendere chiaramente di non condividere neanche la manciata di eccezioni proposte da Giuseppe Conte, come quelle per il presidente della Camera Roberto Fico, la vicepresidente del M5S Paola Taverna e l'ex capo politico Vito Crimi o per Alfonso BonafedeGiuseppe Conte è quasi pronto a sciogliere il nodo, la decisione arriverà “nelle prossime ore”, comunque “entro questa settimana”. “In ogni caso la valorizzazione delle competenze acquisite e delle esperienze maturate è nel Dna del nuovo corso”, assicura il leader M5S. Ma fonti parlamentari all’interno del Movimento continuano a suggerire che questa valorizzazione “non significa possibilità di ricandidarsi per chi ha già due mandati, ma un coinvolgimento degli ex eletti in qualche altro modo”. Quindi, “non ci saranno deroghe”, è la linea più diffusa tra i Cinque Stelle.

Sulle alleanze, dopo la fine di quella con il Pd, la linea è di presentarsi da soli “Ma quale voto inutile. Vogliono creare questa tenaglia intorno a noi, ed è ciò che gli altri temono di più. Il voto a questo punto è a tre, la sfida non è più a due. Perciò non fatevi ingannare, non vi fate prendere per i fondelli con questa storia del voto utile. È una mistificazione. Un inganno” ribadisce Conte a più riprese. “Oggi non pare possibile realizzare alcun tipo di programma con personalità litigiose che non riescono a mettersi d'accordo su nulla. Da Calenda a Brunetta, da Renzi a Di Maio. Più che la larghezza del campo è importante la forza e la coerenza del programma

Iniziano a girare i primi nomi, in pochi dalla società civile

È ancora presto per parlare di candidati, ma quel che sembra certo è che al momento molti big della politica italiana hanno annunciato l’intenzione di non ricandidarsi e che, almeno per ora, circolino pochissimi nomi provenienti dalla società civile, come avveniva nelle precedenti legislature. Forza Italia ha annunciato la candidatura di Valentina Vezzali anche se la novità vera è la candidatura di Antonio Tajani, finora sempre a Bruxelles, mentre ci sarà il grande ritorno di Silvio Berlusconi. Nel Pd, che presenterà un listone con dentro anche Articolo 1 e i cattolici di Demos, si registrano gli addii di Luigi Zanda e Pierluigi Bersani nonché di Paolo Siani. La principale novità già è quella del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti, mentre si saggia la disponibilità di Annamaria Furlan, ex numero uno della Cisl, e di Susanna Camusso, dell'economista Antonio Nocita, che sta lavorando con Letta al programma dei Dem, e l'ex Ct del Volley Mauro Berruto. Diversi sindaci dovrebbero schierarsi con la lista di Luigi Di Maio, da Federico Pizzarotti al vulcanico Alessio Pascucci ex sindaco di Cerveteri, cofondatore della rete civica Italia in Comune. 

Fratelli d'Italia è l'unico partito che nonostante il taglio dei parlamentari aumenterà il numero dei propri eletti. Oltre alla conferma degli uscenti si ragiona su nomi della società civile, ma al momento bocche cucite almeno fino a quando non si capirà quali sono i collegi sicuri del centrodestra destinati al partito di Giorgia Meloni. Una new entry potrebbe essere l'ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris che ha ieri proposto un accordo col M5S. Giuseppe Conte ha il problema inverso, cioè troppi uscenti per i posti sicuri in lista, e dovrà valutare la fattibilità di una corsa con De Magistris ma su tutto pende il rebus del terzo mandato. Nel M5S ci potrebbe essere il ritorno di Alessandro Di Battista e la candidatura di Virginia Raggi. Da registrare infine il corteggiamento di diversi partiti a Aboubakar Soumahoro, sindacalista italo ivoriano dei braccianti, sondato da partiti come i Verdi di Bonelli e M5S.

Scoppia il caso Salvini per le possibili influenze russe sulle dimissioni di Draghi

Le possibili influenze russe sulla crisi del governo Draghi gettano nella bufera Matteo Salvini. A riaccendere le polemiche sui legami tra la Lega e Mosca è un articolo pubblicato dal quotidiano La Stampa secondo cui l'ambasciata russa a Roma avrebbe chiesto a emissari del leader leghista se i Ministri del Carroccio fossero intenzionati a rassegnare le dimissioni dal governo Draghi, operazione che avrebbe fatto trasparire il possibile interesse russo a destabilizzare gli equilibri del Governo italiano. Le rivelazioni sono definite inquietanti da Enrico Letta, che ha chiesto a Salvini un chiarimento in Parlamento; Solo fesserie per il segretario del Carroccio, per il quale è gravissimo che qualcuno diffonda fake news. Per il quotidiano, la richiesta sulle intenzioni dei ministri leghisti sarebbe stata formulata a maggio da Oleg Kostyukov, funzionario dell'ambasciata russa, ad Antonio Capuano, ex deputato di Fi. Il dialogo viene ricostruito dal giornalista Jacopo Iacoboni, citando documenti di intelligence, un dettaglio che ha costretto il sottosegretario alla sicurezza Franco Gabrielli a smentire, con una nota ufficiale. 

Matteo Salvini ribadisce come abbia lavorato per la pace, per fermare la guerra in Ucraina, sostenendo come il governo Draghi sia caduto per la contrarietà dei 5 Stelle al termovalorizzatore a Roma, mentre sinistra e giornalisti cercano russi che non ci sono. Parole che non sono di certo bastate ai dem, che con Italia Viva e Insieme per il futuro hanno chiesto alla Camera un’informativa urgente e l'intervento del Copasir sui contatti Lega-Russia in relazione alla caduta del governo Draghi. 

Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiede spiegazioni, dicendo che la vicenda fa il paio all'endorsement dell'ambasciatore Razov alla risoluzione del partito di Conte contro le armi in Ucraina. Le accuse sono respinte dal leader M5S, il quale sostiene come non sia mai andato in nessuna ambasciata russa e non abbia avuto alcun contatto con esponenti di governo russo. Per il leader di Azione Carlo Calenda è chiarissimo già da tempo che Salvini è filo-Putin, e non è un caso che il governo Draghi sia stato fatto cadere da tre forze filo-Putin. Dal centrodestra Antonio Tajani ha parlato di “campagna denigratoria” da parte di un centrosinistra in difficoltà in vista del voto del 25 settembre: “Ribadiamo che saremo garanti, senza ambiguità, della collocazione italiana e dell'assoluto sostegno all'eroica battaglia del popolo ucraino”, ha assicurato Giorgia Meloni FdI. 

I sondaggi della settimana

Seguendo un pattern oramai consolidato, con l’avvicinarsi delle elezioni, gli elettori tendono a concentrare le loro preferenze verso i partiti che hanno più possibilità di raggiungere un buon risultato. Si spiegano così i risultati negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che si conferma primo partito italiano con il 25%, sopravanzando di quasi due punti il Partito Democratico (23,2%)Inoltre, il distacco tra FdI e la terza forza politica nazionale (Lega) è di 12,6 punti. 

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Nell’area delle sinistre, la neocostituita lista rosso-verde Alleanza Verdi e Sinistra è stimata al 3,6% mentre Articolo Uno si ferma al 2,2%. Nell’area centrista, l’alleanza tra Azione e +Europa fa un balzo in avanti al 6% mentre Italia Viva si muove di poco (2,9%). In decisa caduta il consenso del Movimento 5 Stelle che rimane per pochi decimali in doppia cifra (10,1%). Nell’area del centrodestra, la Lega perde molto terreno (12,4%) mentre Forza Italia arretra fino al 7,1%. Per quanto riguarda gli ex pentastellati, gli euroscettici di Italexit di Paragone si attestano al 2,8%.

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Per massimizzare le possibilità di vittoria nei collegi uninominali, le forze politiche sono incentivate a creare delle coalizioni elettorali. Ad oggi, non tutti i partiti hanno deciso cosa fare e quindi è utile, sulla base dei dati del sondaggio, immaginare il consenso potenziale delle coalizioni, ben consapevoli però che il mutare delle alleanze ha un diretto effetto sul comportamento di voto degli elettori. In questo contesto, gli unici elementi certi sembrano essere la configurazione “classica” del centrodestra (FdI, Lega, FI e moderati di centro) che viene stimata al 45,5% e la corsa solitaria del M5S (10,1%). A sinistra, il punto del contendere riguarda l’inclusione o meno dei centristi nella coalizione guidata dal PD: un polo autonomo di centro (Azione, +Europa e IV) viene dato all’8,9%, mentre PD, IpF e i partiti di sinistra raggiungerebbero il 30,5%. Una coalizione “larga” raggiungerebbe il 39,4%.



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