Conte lancia il decreto semplificazioni: via libera a 130 cantieri

Il premier Giuseppe Conte ha presentato il decreto semplificazioni approvato in Consiglio dei ministri lunedì notte, ma con la clausola “salvo intese”. Il premier assicura che le intese ancora da chiudere sono tecniche e che sul piano politico l'accordo c’è su un testo “senza nessun condono” che può essere “il trampolino di lancio” per il Paese: “È una rivoluzione, senza concessione all'enfasi. Ma non tutti i nodi sono sciolti, a partire dall'elenco delle opere da sbloccare con l'affidamento a Commissari, tant’è che già Iv e Leu hanno annunciato modifiche in Parlamento. Conte rivendica il provvedimento per sbloccare i cantieri e semplificare, che sarà il suo biglietto da visita nel tour nelle capitali europee in vista del Consiglio Ue sul Recovery fund e respinge le critiche di chi teme che il decreto semplificazioni sia il varco per infiltrazioni delle mafie negli appalti: “Alziamo il limite di velocità, l'Italia deve correre ma alziamo anche gli autovelox: non vogliamo offrire spazio ad appetiti criminali”. Per alcune di quelle opere verranno nominati Commissari, ma sull'elenco la maggioranza ancora discute. Il ministero delle Infrastrutture, guidato dalla Dem Paola De Micheli, ne indica 36, mentre M5s e Iv ne citano 50. Conte elenca una ventina d’interventi prioritari, dalla Gronda alla 106 Ionica, dall'alta velocità Salerno-Reggio Calabria, all'allargamento della Pontina. Ma i Commissari, spiega, arriveranno per quelle “più complesse”. Saranno nominati entro la fine dell'anno con Dpcm dal premier, d'intesa con i ministeri dell'Economia e dei Trasporti. Il “modello Genova” caro ai Cinque stelle, però, secondo il Pd non è replicabile per un numero troppo ampio di opere. Ma a dividere la maggioranza ci sono anche la riforma del danno erariale e dell'abuso di bilancio, che servono a superare “la paura della firma” e punire i funzionari che restano inerti: “Fino al 31 luglio 2021 la responsabilità per danno erariale sarà limitata al solo dolo”, spiega il presidente del Consiglio. 

L’incontro tra Conte e Casaleggio porta tensione nel M5S

Davide Casaleggio dopo aver visto lunedì sera Alessandro Di Battista, per il suo rientro sulla scena, mercoledì si è presentato a Palazzo Chigi per un colloquio con Giuseppe Conte che gli ha concesso ben tre ore, a cavallo tra la fine della conferenza stampa di presentazione del decreto Semplificazioni e la partenza per Lisbona. Il figlio del co-fondatore del M5S, che poi ha incontrato Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede, al termine dell'incontro ha tentato senza successo di evitare i cronisti. Casaleggio alla precisa domanda se abbia parlato con Conte di elezioni regionali, ha risposto: “Abbiamo parlato un po' di tutto”, affrettandosi a specificare, subito dopo, che il tema principale è stato comunque il progetto dell'associazione Gianroberto Casaleggio. I lanci con la dichiarazione fanno il giro dei telefonini dei parlamentari Cinquestelle in pochi minuti e la reazione è decisamente negativa: c’è tensione fra i pentastellati, non solo per il mini-vertice con Casaleggio, ma, soprattutto, perché percepiscono come un’interferenza il pressing di Conte per un'alleanza tra le forze di maggioranza anche alle prossime amministrative. Sono molti i portavoce pentastellati a far notare come il premier, nonostante ribadisca pubblicamente di non voler entrare nelle dinamiche dei partiti, poi però spinga perché Pd, M5S, Iv e Leu si presentino insieme. Lo ha fatto anche durante la conferenza stampa sul decreto Semplificazioni: “Questo progetto politico non si realizza con delle forze politiche qualsiasi, intercambiabili. Questo assetto politico è utile per il Paese e confido che tutte le forze politiche nostre compagne di viaggio possano, anche nelle occasioni territoriali, dare continuità”. 

Le opposizioni rinviano l’incontro con Conte

Nel centrodestra esplode un nuovo caso sull'invito di Giuseppe Conte. Dopo la rinuncia, discussa all'interno della coalizione, a partecipare agli Stati generali di Villa Pamphilj, i partiti di opposizione attendevano una nuova convocazione a Palazzo Chigi da parte del presidente del Consiglio. Ma il fatto che l'invito, fissato per giovedì pomeriggio, sia arrivato in ritardo e prima alla leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che alla Lega di Matteo Salvini ha creato un po' di agitazione, con il leader leghista che si è sfogato coi cronisti dicendo di non essere stato ancora convocato e quindi annunciando che non sarebbe andato. In segretaria federale di via Bellerio è poi arrivata, prima la mail, poi la telefonata della segreteria di Palazzo Chigi. Difficile organizzate un incontro dalla sera alla mattina, quindi, la risposta, concordata da tutto il centrodestra, anche FI, è stata quella di rinviare l'incontro alla prossima settimana. Non senza una evidente irritazione del premier. “Se fossi un elettore di Lega e FdI, non dico FI perché mi pare che abbia maggiore disponibilità, io pretenderei che il mio capo politico andasse a un incontro con il presidente del Consiglio, perché è il presidente del Consiglio di tutti gli italiani”, ha scandito Conte commentando la decisione del centrodestra in una conversazione coi cronisti durante la visita a Madrid. “Credo che loro abbiano la responsabilità e il dovere di incontrare il presidente del Consiglio senza se e senza ma”, ha insisto il premier.  

Il Governo lancia un ultimatum ad Aspi, proposta subito o revoca

Ancora tre giorni: se entro domenica Autostrade non farà al Governo una proposta accettabile e vantaggiosa per lo Stato la revoca della concessione sarà inevitabile. Restano insomma altre 72 ore per decidere e un Consiglio dei ministri si starebbe ipotizzando già per lunedì perché, come ha spiegato il premier Giuseppe Conte, la situazione è di tale importanza che dovrà essere condivisa da tutto il Governo. Ma l'esito della trattativa non è scontato e nella maggioranza, pur se cresce il fronte pro-revoca, restano profonde divisioni. A quasi due anni dal crollo del Ponte Morandi ancora non c’è la soluzione del dossier. La holding crolla in Borsa, perdendo in una seduta l'8,2% (a 13,1 euro). Pesa la sentenza della Consulta, che ha giudicato non illegittima l'esclusione di Aspi dalla ricostruzione, ha compattato e reso più forte il partito della revoca e dato maggiori strumenti a chi continua a chiedere a gran voce che “i Benetton non gestiscano più le nostre autostrade”, come fanno i 5S Stefano Buffagni e Luigi Di Maio. Anche tra i Dem, finora sempre cauti, si fa strada l'ipotesi di chiudere il rapporto con la società. L'alternativa resta una “revisione radicale della concessione”, strada che ancora oggi sarebbe caldeggiata da alcuni ministri Pd, ma minoritaria nei gruppi parlamentari; resta la contrarietà alla revoca di Iv. Di certo, però, la decisione della Corte Costituzionale è un'arma che in molti, nella maggioranza e soprattutto nelle file pentastellate, considerano potente. Proprio la rinuncia a tutti i ricorsi sarebbe una delle condizioni che il Governo avrebbe messo sul tavolo della trattativa, assieme a un deciso calo delle tariffe, in linea con le indicazioni dell’Autorità dei trasporti, a risorse compensative come penale per il crollo del ponte sul Polcevera (si parla di 3 miliardi) e la tratta autostradale gratis per Genova.  

C’è tensione sulla legge elettorale. Leu e Iv critiche sul Germanicum

Leu e IV hanno espresso le proprie riserve sul Germanicum, cioè la legge elettorale di impianto proporzionale con sbarramento al 5%, nel corso della seduta della Commissione Affari costituzionali della Camera durante la quale sono state incardinate anche le proposte di Lega e Fdi, che hanno un impianto maggioritario. I relatori Fiano (PD) e Forciniti (M5S) hanno ribadito l'intenzione di votare martedì 14 il Germanicum come testo base, suscitando le proteste dell'opposizione per la “fretta” con cui la maggioranza vuole procedere. Fiano e Forciniti hanno illustrato le due proposte di legge della Lega a prima firma di Riccardo Molinari e di Fdi a prima firma di Giorgia Meloni: la prima è un ritorno al Mattarellum, la seconda parte dal taglio dei parlamentari e lo applica alla parte proporzionale del Rosatellum, accentuandone quindi l'impianto maggioritario e rendendolo assai simile al Mattarellum. Anche Forza Italia ha annunciato una propria proposta, un proporzionale con premio di maggioranza. I relatori hanno, tuttavia, ribadito la tempistica di esame, visto che la capigruppo ha calendarizzato la riforma in Aula il 27 luglio: quindi martedì adozione del Germanicum come testo base e giovedì termine per la presentazione degli emendamenti. 

Tensione fra Pd e Iv sulla casa dei riformisti

La guerra fra 'ex' continua. Dopo il pensiero di Andrea Orlando affidato a un tweet in cui il vicesegretario Pd, numeri alla mano, con un sondaggio di Bidimedia fa notare che senza tre scissioni il PD avrebbe le stesse percentuali della Lega, arriva la replica, piccata, di IV: “Iv non accetta lezioni” da chi ha fatto “la guerra atomica quando con Renzi avevamo il 41% dei voti reali”, mette nero su bianco Davide Faraone. Non basta: il capogruppo al Senato di Italia Viva va oltre e accusa il Pd di non essere più da tempo “la casa dei riformisti”, casa che Faraone avrebbe intenzione di costruire con quanti riformisti lo sono, ma non si trovano (ancora) in Italia Viva. Leggi: gli scontenti dem dentro il Pd, i transfughi come Carlo Calenda e Matteo Richetti, ma anche Emma Bonino fino a chi è riformista ma ha votato il centrodestra. Il nome di Mara Carfagna è quello che ricorre più spesso. Il progetto di IV è chiaro: essere il perno fondamentale della casa dei riformisti. Interviene poi lo stesso Matteo Renzi: “Non ho una visione del Pd negativa o polemica. Non ho mai avuto un rapporto migliore con Zingaretti come in questo periodo. Se Zingaretti e Orlando vogliono parlare di economia, lavoro e imprese ci sono, se vogliono fare polemiche interne che tanto affascinano i dirigenti del Pd non ci sto”. Il vaso di Pandora è scoperchiato: per i renziani il Pd si è appiattito sul populismo dei Cinquestelle, perdendo la spinta riformista delle origini. 

I sondaggi della settimana

Negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG, la Lega di Matteo Salvini non fa registrare cambiamenti rimanendo al 26,6%. Discorso simile per il Movimento 5 Stelle. Il partito guidato da Vito Crimi viene stimato al 15,7%, in sostanziale parità rispetto alla scorsa settimana. La Lega resta il primo partito del Paese con una distanza dal secondo (PD) di 6,6 punti percentuali, mentre il gap rispetto al M5S si attesta a 10,9 punti percentuali.

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Nell’area delle sinistre, in calo i Verdi (1,8%), mentre l’alleanza tra Sinistra Italiana e MDP Articolo Uno sale al 3,8%. Nell’area centrista, +Europa perde consenso (2%), Italia Viva non si muove dal 2,9% così come Azione che si attesta intorno al 3%. Il Partito Democratico, invece, non fa registrare grossi cambiamenti (20%). Nell’area del centrodestra, Fratelli d’Italia si conferma stabilmente come la seconda forza della coalizione (14%), Forza Italia rimane pressoché stabile (5,9%) così come Cambiamo!, il partito di Giovanni Toti,  che rimane al 1,2%.

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Ad oggi, l’area di Governo raccoglie il 42,4% delle preferenze di voto. La coalizione di centrodestra il 47,8%, quella di centrosinistra il 28,7%. Il Movimento 5 Stelle è dato al 15,7%.

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