Il Governo ha deciso: il referendum sarà il 22-23 marzo
Il governo ha deciso: il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia si svolgerà domenica 22 e lunedì 23 marzo, insieme alle elezioni suppletive per sostituire i seggi uninominali in Veneto lasciati vacanti dai due deputati della Lega Alberto Stefani e Massimo Bitonci. Il voto fra poco più di due mesi consentirebbe di varare le norme attuative prima del nuovo Csm e la scelta è stata presa dall'esecutivo senza timore dei ricorsi, un rischio che era stato segnalato nelle scorse settimane anche dal Quirinale. L'opposizione attacca: “È evidente che il governo Meloni” sottolinea il M5S “ha paura che un periodo congruo di informazione per i cittadini chiamati al voto possa far crescere in modo esponenziale la consapevolezza che questa riforma costituzionale deve essere sonoramente bocciata”. Intanto da settimane sono al lavoro i comitati sui due fronti e i partiti che li sostengono. Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, prende forma il fronte del No, ma c'è anche una “Sinistra che vota Sì” e si è radunata a Firenze, con Augusto Barbera, giurista ed ex ministro, che ha definito la riforma “liberale” e inquadrato il referendum “non come un voto pro o contro il Governo Meloni.
È scontro sul referendum sulla giustizia. Mattarella firma il decreto
La campagna in vista del referendum di marzo è appena iniziata, ma la tensione è già alta e a meno di 24 ore dalla scelta della data, arriva il ricorso. “Abbiamo proceduto” annuncia Carlo Guglielmi, portavoce del Comitato promotore della raccolta firme per il referendum, “dopo averne data doverosa e preventiva informazione alla presidenza della Repubblica, a depositare un ricorso al Tar del Lazio per l'annullamento, previa sospensiva, della delibera del Cdm”. Dure le critiche dal centrodestra, a cominciare da Fi con il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri che parla di un “business” legato alle raccolte firme “che non producono alcuna conseguenza, se non quella di consentire a chi le promuove di accedere a rimborsi elettorali”. “Non vedo l'ora che gli italiani votino”, fa sapere il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, e per il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami “le opposizioni protestano sempre” perché “il loro obiettivo è soltanto quello di dare addosso al governo Meloni”. “La campagna referendaria per il No non è contro qualcuno, ma è per la Costituzione” replica da Palazzo Madama il capogruppo dem Francesco Boccia. Il M5S rilancia il No con una campagna contro la riforma salva-casta.
Referendum: raccolte le 500.000 firme. Nordio “ricorso inutile ma aspetto Tar”
La raccolta firme per il referendum supera quota 500 mila e i sostenitori del No esultano. “Fermiamo col nostro voto questa riforma” è l'invito di Giuseppe Conte “che non serve a migliorare la giustizia per i cittadini ma a difendere la casta dei politici e i governi dalle inchieste”. Il messaggio “è chiaro” scrive sui social la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani: “Le persone vogliono capire, partecipare, scegliere”. È stato un atto di responsabilità democratica”. E se Nicola Fratoianni di Avs vede il successo della raccolta firme come “una lezione di democrazia alla destra”, per Angelo Bonelli “è la miglior risposta delle cittadine e dei cittadini all'arroganza di un governo che vuole agire in maniera impunita”. Dal canto suo il ministro della Giustizia Carlo Nordio non si scompone: “Aspettiamo la decisione del Tar il 27 gennaio”. I ricorsi “non sono illegittimi ma, secondo me sono inutili”. Intanto nel centrodestra si lavora su più fronti alla campagna per il sì e durante la riunione con i parlamentari della Lega, Matteo Salvini ricorda che l'appuntamento per la consultazione di marzo è “decisivo” e annuncia che le 1.300 sezioni del partito saranno trasformate in comitati per una mobilitazione “al massimo”.
Per la Lega la legge elettorale non è una priorità
A tre giorni dalla conferenza stampa annuale in cui la premier Giorgia Meloni ha ufficialmente inserito la riforma della legge elettorale tra le priorità del 2026, arriva dalla Lega un nuovo stop a una modifica dell'attuale sistema di voto. “Per noi non è una priorità”, dice Stefano Candiani. “Man mano che ci si avvicinerà alla scadenza della legislatura diventerà un tema”, una tempistica che stride con quella ipotizzata da FdI, ovvero arrivare a un primo sì entro l'estate. Meloni ha riferito l'esistenza di interlocuzioni con le opposizioni. Indiscrezioni stampa parlano dell'intenzione della premier di condurre delle consultazioni personalmente con i leader dei partiti del campo largo. La prudenza del partito di Matteo Salvini sulla riforma elettorale non è una novità. La Lega non ha mai nascosto la ritrosia a rinunciare alla quota di 37% dei seggi che l'attuale legge, il Rosatellum, prevede vengano assegnati col sistema maggioritario nei collegi uninominali. Ma prima della pausa natalizia sembrava che lo scoglio fosse superato e che l'accordo nel centrodestra sul passare a un proporzionale con premio di maggioranza ci fosse, si trattava di mettere a punto i “dettagli” che poi così dettagli non sono: indicazione del premier sulla scheda e preferenze.
La maggioranza punta a discutere la legge elettorale dopo il referendum
Legge elettorale in stand-by fino a dopo il referendum e poi uno sprint per l'approvazione entro luglio. Sarebbe questo la roadmap che si sta concretizzando nella maggioranza per la riforma del sistema di voto. L'intenzione di procedere c'è e lo conferma anche la ministra Elisabetta Casellati. Ma le interlocuzioni, per il momento, proseguiranno più che altro sottotraccia. Anche perché la quadra nel centrodestra è ancora da costruire. “In maggioranza si sta discutendo” spiega il portavoce azzurro Raffaele Nevi “ma manca ancora una sintesi”. Ad ogni modo “si entrerà nel vivo dopo il referendum”, spiega Stefano Benigni che per Fi si sta occupando del dossier. “Prima c'è una campagna referendaria sulla giustizia da vincere”. L'input in questo senso sarebbe arrivato direttamente dai leader per non dare alibi alle opposizioni. Ad ogni modo, l'intenzione della maggioranza è quella di procedere per chiudere entro luglio evitando di arrivare troppo a ridosso del semestre elettorale. Il nodo più grosso da sciogliere resta quello dell'indicazione del nome del premier sulla scheda elettorale. “Non è in sintonia con la Costituzione” sottolinea Antonio Tajani. Dunque “si può indicare nel programma” ma, per FI, non si può andare oltre. FdI è però decisa a procedere su questa strada.
Salvini non molla sulla necessità di aumentare i militari di Strade sicure
Matteo Salvini rilancia la sfida sui militari impiegati nel progetto Strade Sicure. Le frizioni in maggioranza potrebbero deflagrare in commissione Difesa della Camera, dove è iniziata la discussione di una risoluzione della Lega che chiede di aumentare il numero delle forze armate del contingente Strade Sicure. Ai 6.800 già operativi, andrebbero aggiunti almeno altri 1.000 uomini e donne dell'esercito. Il titolare della Difesa Guido Crosetto precisa che non è sua intenzione togliere nemmeno un militare dal progetto fino a quando non ci sarà un numero idoneo di carabinieri. Questa idea “tiene conto della necessità di garantire la sicurezza e la difesa. Ma non tocca a me decidere”, puntualizza annunciando di aver chiesto al Parlamento “il rifinanziamento di Strade Sicure nell'attuale configurazione” e di implementare il numero dei carabinieri. Matteo Salvini ribadisce “perfetto: confermare le attuali divise e aggiungerne altre è il mio obiettivo” e plaude anche Ignazio La Russa rivendicando la paternità dell'operazione Strade sicure quando era lui a guidare la Difesa. La posizione di Fi è: nessuna sostituzione dei militari in strada finché non saranno stanziate risorse sufficienti per rafforzare gli organici di polizia e carabinieri. Per Antonio Tajani “bisogna sempre trovare i giusti compromessi per garantire la sicurezza”. Il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami getta acqua sul fuoco: nel centrodestra, spiega, “la divisione è nel modo con cui vogliamo realizzare il medesimo obiettivo”.
Ok del Parlamento al sostegno militare all’Ucraina. Tensione Lega
In un clima di tensione e acceso confronto parlamentare, l’Italia conferma la sua linea di fermezza per l'invio di sostegni militari all'Ucraina. Con l’approvazione della risoluzione di maggioranza dopo le comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, le Camere hanno dato il via libera definitivo alla proroga per tutto il 2026 della cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari a Kiev. Crosetto ha rivendicato il ruolo dell'Italia: “Senza il nostro supporto, quella che alcuni chiamano pace sarebbe stata solo una brutale resa incondizionata”. Nonostante il via libera la giornata è stata segnata da fibrillazioni interne alla coalizione di centrodestra, con due deputati della Lega (Rossano Sasso ed Edoardo Ziello) che hanno votato in dissenso dal proprio gruppo motivando la scelta con la necessità di dare priorità alle risorse interne e alla ricerca di una soluzione diplomatica immediata. La stabilità del governo non è in pericolo, ma la questione dimostra ancora una volta come il conflitto abbia logorato il clima parlamentare. Il documento approvato impegna il governo a proseguire il supporto in totale coordinamento con i partner della Nato e dell'Ue. Non si parla solo di munizioni, ma di sistemi di difesa aerea necessari a proteggere le infrastrutture critiche ucraine dagli attacchi russi.
La maggioranza è quasi pronta per il pacchetto sicurezza. Duello Lega-FdI
È la priorità del governo per il 2026. Ma la sicurezza è anche un dossier su cui sta già andando in scena una sfida interna fra FdI e Lega sulle misure del pacchetto di norme che a breve approderà in Parlamento. Filtra soddisfazione per come si è chiuso il botta e risposta di questi giorni con Crosetto su Strade sicure. Anche se resta sullo sfondo la proposta di FdI di spostare le risorse al Viminale dalla Difesa se la Lega insisterà per aumentare i soldati nelle stazioni. Con i suoi, Salvini si è confrontato soprattutto sulle misure del “nuovo decreto sicurezza voluto dalla Lega”. Nell'elenco presentato dal sottosegretario all'Interno Nicola Molteni ci sono norme su sgomberi, espulsioni, una stretta sui maranza, il divieto di porto di coltelli e di vendita di armi da taglio ai minori, con sanzioni pecuniarie certe e sospensione di patente, passaporto e permesso di soggiorno e sanzioni anche per i genitori che non vigilano, norme sui minori non accompagnati, sul restringimento per le cittadinanze e i ricongiungimenti familiari. Spunta anche “la salva-divise”: una estensione della legittima difesa agli agenti per evitare l'iscrizione automatica nel registro degli indagati. Un pacchetto di 60 misure che è sul tavolo di Palazzo Chigi. “Bisogna decidere se va in un decreto o in un disegno di legge”, ha precisato Salvini. Per il partito della premier è considerata importante la norma per superare l'automatismo dell'iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto per agenti e militari.
Tajani convoca l'ambasciatore iraniano: “Forte preoccupazione”
Prima la nota ufficiale per esprimere la “forte preoccupazione” per quanto sta avvenendo in Iran, poche ore dopo, l'annuncio in Aula alla Camera, per voce del vicepremier Antonio Tajani: “Ho fatto convocare al ministero degli Esteri l'ambasciatore dell'Iran in Italia”. Una mossa analoga a quelle delle cancellerie di mezza Europa: Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra e Germania. Per via anche diplomatica, il governo italiano ha chiesto “alle Autorità iraniane di assicurare il rispetto dei diritti del popolo, incluso quello di espressione e di pacifica assemblea”. Nel giorno in cui al Senato tutte le forze politiche hanno votato la stessa risoluzione sulla tragedia di Crans Montana, l'opera di cucitura è continuata per arrivare a un documento bipartisan anche sull'Iran. In commissione Affari Esteri si sta lavorando a una risoluzione unitaria, ma l'opera di limatura non è scorrevole. Fra le forze di opposizione, il M5S teme che le proteste in Iran possano essere usate come grimaldello per un'azione armata dall'esterno.
Meloni e Takaichi rilanciano i rapporti fra Italia e Giappone
“Un salto di qualità” nei rapporti tra Italia e Giappone, che “con il Piano d'Azione 2024-2027 intendiamo sviluppare in settori cruciali”. È l'obiettivo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e della prima ministra giapponese Sanae Takaichi, illustrato in un editoriale congiunto pubblicato sul Corriere della Sera e sul Nikkei in occasione della visita della premier italiana a Tokyo. “La forte complementarità tra i nostri sistemi produttivi e la qualità delle nostre interazioni industriali ci permette di cogliere opportunità straordinarie per accrescere le sinergie”. Meloni e Takaichi sottolineano che una delle sfide comuni a cui dare risposte efficaci perché incidono sul futuro di entrambi i Paesi è quella demografica: “siamo determinate a condividere esperienze e a cercare insieme soluzioni innovative per sostenere la natalità, aiutare le famiglie, assicurare la sostenibilità dei sistemi di welfare, rafforzare la coesione tra le generazioni”. Le due leader citano il rafforzamento dell'Italy Japan Business Group e il successo del Padiglione Italia all'Expo di Osaka 2025. Pilastro “fondamentale” del partenariato è la collaborazione nel settore della difesa e della sicurezza. “Il programma Global Combat Air Programme (GCAP), che ci vede lavorare strettamente insieme al Regno Unito, è molto di più di un progetto industriale avanzato”, perché “rappresenta un'iniziativa che rafforza la nostra autonomia strategica, contribuisce alla sicurezza euro-atlantica e indo-pacifica”. Ruolo “centrale” anche per la collaborazione scientifica e tecnologica.
Mattarella critica l'Iran. Il campo largo si divide sulla politica estera
In Iran è in corso lo “sterminio dei manifestanti”, una repressione portata avanti con “efferata crudeltà”. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato nettamente la violenta reazione degli ayatollah delle proteste nelle strade del Paese. Intanto la rivolta iraniana sta mobilitando anche le piazze italiane. In politica estera, il centrosinistra continua a trovare terreni sconnessi. Sull'Ucraina, il nodo è sempre l'invio di armi, col Pd che è favorevole mentre M5S e Avs sono contrari. Sull'Iran, dopo essersi astenuto alla risoluzione approvata al Senato con voto bipartisan, il M5S ha presentato in commissione Esteri alla Camera un documento che ha ricompattato il campo largo: Avs lo ha sottoscritto e il Pd lo ha votato. Il primo tema di politica estera affrontato alla Camera è stato quello degli aiuti all'Ucraina. Come consuetudine, su Kiev il campo largo è arrivato in ordine sparso: ogni forza ha presentato una propria risoluzione. Dinamica più articolata sull'Iran. Al Senato, il M5S è stata l'unica forza ad astenersi su una risoluzione per il sostegno alle proteste contro il regime. All'indomani, alla Camera il partito di Conte ha presentato una propria risoluzione.
Arriva il nuovo decreto Pnrr tra carta identità, Pos e Intercity
Arriva un nuovo decreto Pnrr per cercare di velocizzare una serie di misure di semplificazione normativa in vista dell'avvicinarsi del termine del piano per la ripresa posta pandemica fissato per fine anno. Tra i provvedimenti più in evidenza la decisione di rendere la carta di identità a vita senza più necessità di rinnovo per gli over 70 e l'introduzione della tessera elettorale digitale. C’è poi l'avvio delle procedure per i bandi di gara sulle tratte ferroviarie Intercity. La rimozione dell'obbligo di conservare gli scontrini cartacei per dieci anni per motivi fiscali, facendo valere allo stesso fine le ricevute digitali dei pagamenti via Pos. Arrivano, inoltre, regole più semplici su contributi e autorizzazioni per sbloccare e accelerare la realizzazione di nuovi studentati. Viene prorogato fino al 2029 il Commissario per gli alloggi universitari per vigilare su gestione e prezzi calmierati anche dopo la fine del piano.
I sondaggi della settimana
Nei sondaggi realizzati dall’Istituto SWG il 12 gennaio, tra i partiti del centrodestra Fratelli d’Italia scende al 30,9%. In seconda battuta, il Partito Democratico gudagna 0,2 punti, attestandosi al 22,3%. Terza forza nazionale il Movimento 5 Stelle che resta stabile al 12,7%. Tra le altre forze del centrodestra, la Lega sale all’8,3%, raggiunta da Forza Italia che guadagna 0,2 punti.Nella galassia delle opposizioni, AVS scende al 6,5%. I centristi vengono rilevati singolarmente con Azione (2,9%), IV(2,2%), +Europa (1,3%) e Noi Moderati (1,0%).

La stima di voto per la coalizione di centrodestra (FdI, Lega, FI, Noi Moderati) scende al 48,5%. Il centrosinistra (Pd, All. Verdi Sinistra) registra il 28,8% delle preferenze; fuori da ogni alleanza, il M5S resta stabile al 12,7%. A chiudere il Centro, che scende al 6,4%.

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